Diventare insegnante e precari nell’economia dello Stato: perché il docente di ruolo non conviene alla scuola ‘azienda’? |Intervista

La professione di insegnante è sempre più difficile da raggiungere e in questa lunga intervista un insegnante abilitato ci parla di quella che, ai suoi occhi, è la situazione attuale del comparto scuola.

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La professione di insegnante è sempre più difficile da raggiungere e in questa lunga intervista un insegnante abilitato ci parla di quella che, ai suoi occhi, è la situazione attuale del comparto scuola.

Diventare insegnanti: sono milioni i precari che sperano di ottenere una cattedra da anni mentre le varie riforme cambiano i requisiti e le modalità per farlo. Questo ha fatto si che i precari storici della scuola, nonostante non abbiano mai avuto le tutele degli insegnanti di ruolo, abbiano fatto sì che la scuola italiana andasse avanti in ogni caso, continuando a sperare nel posto fisso che non è mai arrivato. Proprio per questo motivo abbiamo intervistato un insegnante abilitato tramite TFA, vincitore di concorso che, nonostante tutto è ancora precario e in attesa del ruolo e che, come spiega, per sopravvivere ha deciso di fare scelte lavorative differenti. In questa lunga intervista, in cui accusa lo Stato di aver reso la scuola come un’azienda, ci racconta la sua versione dei fatti e la sua opinione sugli insegnanti e sui precari di oggi, figure ormai squalificate e viste come di secondo piano.

L’iter per diventare insegnante si è di molto complicato: cosa è cambiato e perché?

L’iter è molto cambiato, è vero, ed è diventato più complicato. Le motivazioni vorrebbero essere di carattere didattico-pedagogico: l’insegnamento è una professione, per cui non è necessario soltanto avere un certo numero di conoscenze, ma occorrono anche competenze specifiche nella relazione di insegnamento-apprendimento. Tutto giusto sulla carta. Nella realtà, però, le cose stanno in maniera differente: l’introduzione di corsi specifici post-laurea (l’ultima riforma, almeno, ha introdotto tale percorso già come specialistica di laurea) è stato puramente di facciata; ho partecipato al TFA: nessuna indicazione, ma soltanto fuffa metodologica senza alcun rapporto con il mondo reale. Allo stesso tempo: una finzione per dimostrare di essere un paese in cui si tiene alla funzione docente, un modo per far arricchire università e centri di specializzazione.

Per i precari della scuola che vorrebbero entrare di ruolo è sempre più difficile ambire ad un “Lavoro fisso”. Secondo te cosa ha pesato maggiormente in questo peggioramento delle condizioni dei supplenti?

Il problema è ancora una volta sul piano normativo. L’Italia è un paese in cui le leggi e le norme cambiano ogni venti minuti circa e questo ha creato una situazione paradossale, in cui categorie differenti di precari (per motivi a loro volta differenti) si sono trovati a fronteggiarsi in un vero e proprio bellum omnium contra omnes. Il “supplente” è una categoria quanto mai vaga: c’è chi è abilitato (tramite la truffa del TFA), chi aveva già l’abilitazione perché ai suoi tempi la laurea era abilitante, chi è neo-laureato e spera di poter intraprendere questa carriera. Insomma, il posto fisso è una chimera, ma sembra che una sorta di normalizzazione sulla carta vi sia: da oggi in poi, per diventare insegnante occorre una laurea abilitante, vincere un concorso, fare un tirocinio (non si sa ancora fino a che punto) sottopagati e poi essere assunti. Insomma: lasciate ogni speranza oh voi ch’entrate!

Qual è secondo te il futuro dei precari?

Dipende dalla categoria di appartenenza. Se non si è veramente motivati, il mio consiglio è di desistere: la strada è lunga e tortuosa, ma soprattutto lastricata di risentimento e senso di sconfitta e rabbia.

Tu da precario so che hai fatto scelte lavorative diverse pur essendo vincitore dell’ultimo concorso, ci vuoi dire perché?

La mia è la situazione paradossale per eccellenza. Come spiegavo prima, le leggi in Italia cambiano ogni venti minuti ed io mi sono trovato nella stagione più sfavorevole per diventare insegnanti. Innanzitutto, io appartengo alla generazione che per circa 3-4 anni non ha avuto modo di raggiungere l’abilitazione all’insegnamento né di partecipare a concorsi: dal 2008 al 2012 si è bloccato tutto. La perdita di tempo in termini esistenziali è clamorosa, così come la necessità di trovare altre fonti di guadagno. Poi, è stato indetto il TFA, che, oltre a dare l’abilitazione, avrebbe dovuto anche essere un concorso a tutti gli effetti e garantire l’assunzione: partecipo e vinco. Seguo il corso e poi cambia la normativa: il TFA diviene soltanto abilitante e occorre un concorso per sperare nell’assunzione. Trascorrono altri 3-4 anni e viene indetto il concorso scuola 2016: partecipo e vinco, posizionandomi anche molto in alto. Sono trascorsi circa 9 anni dal momento in cui mi sono laureato. Ultima beffa: per la mia classe di concorso nella mia regione sono stati banditi posti che non esistevano ancora. Nonostante la vittoria, sono ancora a spasso. Questo credo che basti a spiegare perché, per sopravvivere, ho fatto scelte lavorative differenti.

L’intervista prosegue nella prossima pagina in cui si parlerà di quanto la precarietà dell’insegnamento incida sull’apprendimento, di quali sono i requisiti per diventare un buon insegnante e di come è cambiato nel tempo il ruolo del “maestro di vita”.

La precarietà degli insegnanti quanto incide su quello che poi è il reale insegnamento e apprendimento degli studenti che si trovano a cambiare docente ogni anno? La continuità didattica è davvero così importante?

Questa è la vera vergogna. La precarietà – che occorre ricordare non è stata mai combattuta veramente perché conviene allo Stato: un precario non ha diritto alle stesse tutele stipendiali di un docente a tempo indeterminato – ricade essenzialmente sul rapporto di insegnamento-apprendimento, che è qualcosa di molto complesso. Ebbene, da un lato i docenti sono “costretti” a seguire corsi di aggiornamento e perfezionamento (sempre per arricchire agenzie, associazioni e università) in cui si insegna l’importanza della continuità didattica (scontata per chiunque abbia mai messo piede in classe, il rapporto insegnante-allievo è un rapporto appunto che si costruisce nel tempo, come del resto tutte le più importanti relazioni umane), dal punto di vista fattuale – per risparmiare qualche milione di euro – lo stato condanna bambini e giovani a cambiare metodi di apprendimento e relazioni, con grave danno per la loro formazione.

Quali sono i requisiti fondamentali che dovrebbe possedere, a prescindere dall’istruzione, un insegnante? Sono più importanti i valori o l’insegnamento dei programmi ministeriali?

L’insegnante deve essere un professionista e identificare contemporaneamente due obiettivi: rendere più intelligente la propria platea (al di là dei contenuti), cioè esercitare alla complessità e alla bellezza della risoluzione della complessità; rendere più colte le persone affinché abbiano più strumenti “contenutistici” per affrontare il mondo. Il primo punto, comunque, è più importante.

Un tempo si diceva che gli insegnanti erano maestri di vita, pensi che oggi sia ancora così?

Non lo è più. La figura docente è squalificata: nella retorica quotidiana, è colui che ha tre mesi di vacanza e non fa nulla dalla mattina alla sera. Ruba lo stipendio, cerca di truffare con la legge 104, è essenzialmente un fallito morto di fame (i figli ignoranti della ricca borghesia presso i quali servo come insegnante privato hanno mediamente questa visione) e così via. È vero che i docenti hanno fatto poco per contraddire la vulgata ed è per questo che, come categoria, meritiamo questo giudizio.

Cosa cambieresti nel mondo della scuola attuale?

Tutto; troppo complesso da delineare in un’intervista. Ma il principio guida sarebbe il seguente: eliminare completamente la mentalità aziendalistica che sta guidando le ultime riforme. La scuola non è un’agenzia che offre un servizio “soddisfatti o rimborsati”; il docente è un professionista che va rispettato da famiglie e dirigenti scolastici; poi, aggiungerei: limitazione dei poteri del dirigente scolastico; attenzione alla relazione formativa, al di fuori delle esigenze immediate della produzione, dunque meno allievi per classe e più docenti assunti; cancellazione dell’alternanza scuola-lavoro, perché a scuola si va per apprendere a essere “umani” non a essere “lavoratori” e così via. Sono solo le prime cose che mi vengono in mente.

Cosa cambieresti nei metodi per diventare insegnante?

La questione non è tanto il metodo, ma la normalizzazione. Io sono per il concorso pubblico, ma boccio ogni forma di tirocinio mal pagato: un lavoratore ha diritto alla giusta paga, anche all’inizio della sua esperienza. Ma sono soprattutto per l’accrescimento del numero delle cattedre, perché, nonostante i proclami sull’importanza dell’istituzione scolastica, molti docenti hanno a che fare con circa 30 allievi in classe – mi si dovrebbe spiegare come si può costruire una vera relazione di insegnamento-apprendimento in una condizione del genere; come si può personalizzare sull’allievo l’intervento didattico e così via.

 

A cura di Patrizia Del Pidio

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