E’ stata un’audizione non facile per Kevin Warsh dinnanzi al Senato americano, ieri. I democratici lo hanno incalzato con numerose domande circa le sue attività finanziarie, i presunti legami con il finanziere Jeffrey Epstein e con il presidente Donald Trump. Il prossimo governatore “in pectore” della Federal Reserve ha voluto rassicurare sul fatto che non sarà un “burattino” della Casa Bianca e che sui tassi di interesse non gli sia stato richiesto nulla al suo incontro con il tycoon.
Trump sui tassi verso un’altra delusione
Il secondo mandato di Jerome Powell scade a maggio, ma fintantoché non sarà conclusa l’indagine a suo carico circa la ristrutturazione dell’ufficio pubblico a Washington, ha dichiarato che non lascerà l’incarico. In ogni caso, si tratta di settimane. A meno di un’improbabile bocciatura, Warsh sarà per i prossimi 4 anni l’uomo che gestirà la politica monetaria della prima banca mondiale nel mondo. E per Trump potrebbe prospettarsi una delusione ancora più grande sui tassi di quella che ebbe all’indomani della nomina di Powell nel 2018.
Il presidente reclama un maxi-taglio al costo del denaro per stimolare l’economia americana e vendere debito a tassi inferiori. Una strategia che si scontra con le ragioni elementari della FED, tenuta per mandato a mantenere la stabilità dei prezzi e la piena occupazione. Warsh è un repubblicano, pur avendo virato negli anni recenti su posizioni trumpiane. Proviene dal mondo del business e, se nominato, sarebbe il primo a passare dalla Silicon Valley ad Atlanta.
Warsh promette un regime change
Al Senato, egli ha promesso un “regime change”.
Ed è su questo punto che Trump dovrebbe iniziare a mettersi il cuore in pace: il taglio dei tassi potrebbe non arrivare così presto come pensa. Anzi, potrebbe non arrivare affatto. Tant’è che, rispondendo alla domanda se si sentirebbe deluso nel caso in cui Warsh non allentasse la politica monetaria, ha affermato di sì. Come a ricordare al prossimo governatore che la sua nomina abbia uno scopo ben preciso.
Il cambio adombrato da Warsh è strutturale. Egli si è detto contrario alla “forward guidance” della FED, preferendo una comunicazione che sia “più disordinata”, ma almeno “senza copioni”. A cosa si riferisce? La FED, come la BCE ai tempi di Mario Draghi, prospetta un percorso predeterminato sui tassi negli USA. In questo modo, cerca di orientare in maniera ordinata e con largo anticipo i mercati. Ad esempio, se crede di dover alzare/tagliare i tassi di lì a qualche mese, lo inizia a comunicare in tempo e segue uno schema preordinato per giungere alla svolta.
L’approccio a cui ambisce Warsh è differente. Egli crede che la FED abbia il solo compito di attenersi al doppio mandato senza dover fissare alcuna guidance. L’aspetto più interessante della sua possibile rivoluzione è un altro. Ha promesso un modo differente di “misurare” e “comunicare” l’inflazione americana. A suo avviso, gli indici PCE (Personal Consumption Expenditures) e CPI (Consumer Price Index) a cui guarda la FED, sottostimerebbero la crescita effettiva dei prezzi al consumo.
Andrebbero integrati con i prezzi degli asset immobiliari e finanziari.
Possibile scontro immediato con Trump
Per Warsh, insomma, le bolle di questi decenni in borsa così come sul mercato immobiliare hanno alimentato un’inflazione mai emersa nelle statistiche ufficiali. Se fossero state inglobate nei calcoli, l’inflazione sarebbe risultata più alta. Ergo, la FED avrebbe dovuto alzare i tassi più in alto e più in fretta. Tutto questo ragionamento si scontra con le premesse di Trump sul taglio ai tassi subito. Warsh guarda ad un orizzonte temporale medio-lungo, il presidente in carica ai prossimi mesi. Lo scontro tra i due sembra sussistere ancora prima che ci avvenga il cambio della guardia alla FED.
L’inflazione americana a marzo è salita al 3,3%, il dato più alto da maggio 2024. Era al 2,4% a febbraio, cioè prima della guerra in Iran. La FED si pone un target del 2% compatibilmente con un tasso di disoccupazione intorno al 4% (al 4,3% a marzo). Margini per tagliare i tassi non ve ne sarebbero affatto per il momento, pur essendo già fissati a livelli relativamente alti nel confronto internazionale: 3,50-3,75% contro il 2% nell’Eurozona. E Warsh deve fare di tutto per mostrarsi indipendente da Trump all’inizio del suo mandato, altrimenti rischia di segnalare ai mercati subordinazione e, quindi, scarsa attenzione alla stabilità dei prezzi. Sarebbe un boomerang pericoloso per la credibilità e l’efficacia della politica monetaria.
Sui tassi Trump già deluso da Powell
In teoria, il “regime change” promesso non porterebbe in modo automatico a tassi strutturalmente più alti. Anzi, esso avrebbe il vantaggio di inviare al mercato un segnale di maggiore forza nella lotta all’inflazione, le cui aspettative nel tempo si “raffredderebbero”, consentendo alla FED di tagliare i tassi. Le stesse bolle immobiliari e finanziarie verrebbero frenate sul nascere, dato che l’istituto finirebbe per includerle nei calcoli sull’inflazione e nei fatti minacciando una stretta monetaria ogni volta che destabilizzassero il paniere delle famiglie americane.
Resta il fatto che questo sia un discorso di lungo periodo, mentre Trump cerca un abbassamento dei tassi quanto prima.
E più fa pressione su Warsh per ottenere ciò che vuole, più rende difficile il raggiungimento dell’obiettivo. Un film già visto nel 2018. All’uscente Janet Yellen fu negato il secondo mandato, accusata di tenere i tassi alti per ragioni politiche. Powell fu nominato per tagliarli, ma non lo accontentò subito, facendo andare il presidente su tutte le furie con minacce esplicite di licenziamento. Il taglio arrivò nei mesi successivi. E poi venne il Covid, che mascherò lo scontro sotterraneo tra i due, riesploso con la rielezione di Trump. Sarà così anche con Warsh? La forza di quest’ultimo sarà la certezza che il presidente in carica non potrà più ricandidarsi.
giuseppe.timpone@investireoggi.it