E’ passato oltre mezzo secolo da quando la prima crisi petrolifera mondiale aveva messo a nudo l’elevata vulnerabilità dell’Europa agli shock dell’energia. Una condizione confermata nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina. Si pensava che sarebbe cambiato qualcosa diversificando le fonti di approvvigionamento, mentre il Vecchio Continente sembra perseguitato dalla nuvola di Fantozzi. Ed oggi continua ad essere l’area del mondo più esposta alle tensioni geopolitiche in corso nel Golfo Persico.
Shock energia in Europa più grave
Da quando USA e Israele hanno iniziato ad attaccare l’Iran, il prezzo del Brent è schizzato dai 70 ai quasi 120 dollari al barile, salvo assestarsi nelle ultime sedute attorno ai 100 dollari. Già questo è un grosso problema per un’economia che ha bisogno di energia per produrre.
Il gas europeo non è stato da meno: da 30 fino a 60 euro per Mega-wattora alla Borsa di Amsterdam. Oggi, tratta a circa 55 euro.
Non siamo gli unici al mondo a patire i rincari, ma è indubbio che lo shock dell’energia stia impattando sull’Europa molto più di quanto accada agli altri. Negli Stati Uniti, il prezzo del gas naturale è rimasto invariato dall’inizio della guerra. E dall’inizio dell’anno risulta persino sceso di quasi il 20%. Convertendo in euro, siamo a neppure 9 euro per Mega-wattora. Il vantaggio competitivo della superpotenza si consolida con il nostro continente: i suoi costi di produzione diventano relativamente meno onerosi.
Il WTI, cioè il petrolio estratto sul territorio americano e che funge da benchmark nelle due Americhe, ha visto ampliare la distanza con il Brent. Prima della guerra trattava a sconto di circa 5 dollari e nelle sedute passate fino a 14-15 dollari.
Significa che anche l’economia americana stia accusando il colpo; basti guardare ai rincari alla pompa del 33% in meno di un mese. Tuttavia, anche su questo versante resta più competitiva.
Non solo prezzi, dipendenza strategica
E non è soltanto una mera questione di costi, bensì di dipendenza strategica. Gli Stati Uniti producono il 60% del petrolio consumato ogni giorno, importando circa un altro quarto dal vicino Canada e il resto da Messico e Sud America. Solo una quota marginale arriva dai produttori OPEC. In più, sono esportatori netti di gas naturale, ossia ne producono più di quanto ne consumino. Tant’è che dopo i fatti in Ucraina sono diventati i nostri principali fornitori di GNL.
L’Europa importa l’80-85% del gas e fino al 95% del petrolio consumato. Il nostro continente ha un sottosuolo povero di materie prime, per cui è costretto a comprarle da fuori. Questo crea una dipendenza strategica dal resto del mondo. Il guaio più grosso è geopolitico. Siamo circondati da Paesi a noi ostili o non tendenzialmente amichevoli. La Russia di Vladimir Putin è andata, il Nord Africa per noi europei resta un’area imperscrutabile e il Medio Oriente, pur essendo molto più vicino a noi che agli USA, non lo capiamo affatto. Il risultato è che non sappiamo a quale santo in paradiso rivolgersi quando si verifica uno shock al mercato dell’energia.
Intollerabile assenza di visione a Bruxelles
Sulla povertà di materie prime, a parte recriminare contro madre natura, poco possiamo. Il vero problema è per noi l’assenza di una politica estera capace di farci superare questa condizione di oggettiva inferiorità. Manchiamo di una dottrina, mentre Washington ne ha adottate nel corso dei secoli diverse e non soltanto per le svariate sensibilità dei suoi presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca. Lì, vale il principio che bisogna in ogni fase storica trovare il sistema per adattarsi al meglio alle condizioni date e gestirle a proprio vantaggio. Noi passiamo da una dipendenza strategica all’altra, ragionando in maniera ideologica e senza visione.
Il paradosso è che gli Stati Uniti, che hanno aperto la guerra, possono anche permettersi di portarla avanti per qualche altro mese senza sprofondare nella recessione. Stanno già aumentando le importazioni dal Venezuela ai massimi dal 2019, riducendo ulteriormente le importazioni dalle aree a rischio. Noi restiamo paralizzati tra la speranza che il conflitto si chiuda da sé e l’incapacità di agire sugli eventi. Lo shock dell’energia svela per l’ennesima volta quanto l’Europa sia un soggetto puramente geografico sprovvisto di una politica nel senso pregnante del termine. I suoi cittadini lo hanno compreso da anni e continuano a segnalare ad ogni elezione l’ormai intollerabile pochezza in cui Bruxelles li ha fatti sprofondare.
giuseppe.timpone@investireoggi.it