Vietate le vendite allo scoperto, punite quelle “nude”: questo mercato rischia una crisi di fiducia

Le autorità di Seul hanno prorogato la messa al bando dello "short selling", pressate dal mondo dei trader. Ma per le azioni coreane potrebbe trattarsi di una pessima notizia.

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La Corea mette al bando lo

Le vendite allo scoperto sono state al centro delle attenzioni mondiali nelle ultimissime settimane, dopo che un folto gruppo di trader iscritto al forum WallStreetBets di Reddit ha preso di mira le posizioni ribassiste accese su alcune azioni di Wall Street, tra cui GameStop, infliggendo perdite miliardarie ai fondi speculativi. Gli investitori istituzionali hanno iniziato ad avere paura degli acquisti massicci coordinati e teoricamente ingiustificabili di titoli su cui si addensano prospettive pessimistiche. Buona parte di loro ha dovuto correre per coprirsi con l’acquisto dei titoli “shortati” per limitare le perdite, innescando il fenomeno dello “short squeeze”.

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In America, grossi investitori come Elon Musk, fondatore e CEO di Tesla, si sono levati contro la tecnica delle vendite allo scoperto, chiedendone la messa al bando. Nella Corea del Sud, sta già accadendo. Nell’agosto scorso, le autorità finanziarie di Seul hanno vietato lo “short selling” fino alla metà di marzo di quest’anno. Nei giorni scorsi, hanno annunciato che il divieto sarà prorogato fino al 2 maggio prossimo e che resterà in vigore anche successivamente per 717 titoli dell’indice KOSPI e 1.320 del KOSDAK.

Di fatto, la Corea del Sud è diventato il mercato in cui più a lungo sta durando tale divieto, con la Francia che l’anno scorso lo ha introdotto per pochi mesi. Anzi, a partire dal 6 aprile saranno puniti gli investitori che venderanno allo scoperto senza disponibilità materiale del titolo, quella che in gergo viene definita una vendita “nuda” (“naked”). Eppure, non sembra che il mercato azionario coreano abbia bisogno di una misura così draconiana per evitare una caduta.

Nell’ultimo anno, è cresciuto di oltre il 42%. E nel corso del 2020, la percentuale dei piccoli trader è salita dal 48% al 70% degli investitori complessivi, acquistando 63,7 mila miliardi di won (47,8 miliardi di euro) netti di titoli, a fronte dei -60 mila miliardi (45 miliardi di euro) di stranieri e istituzionali.

Il peso crescente dei piccoli trader

Forse, proprio questi dati danno il senso di quello che sta accadendo a Seul. L’importanza del canale retail è diventata preponderante e tra i trader si leva la richiesta di mettere al bando definitivamente lo “short selling”, considerata una tecnica speculativa cattiva. E in primavera si tengono le elezioni legislative, mentre l’anno prossimo sarà il turno delle presidenziali in Corea del Sud. La politica non vuole scontentare i piccoli investitori e sta cedendo alle loro richieste. Tuttavia, paradossalmente proprio per effetto di questo divieto l’azionario coreano rischia contraccolpi negativi.

L’assenza di posizioni ribassiste priva gli investitori di segnali chiari sul grado di fiducia del mercato con riguardo al singolo titolo. Inoltre, rischia di accumulare le scommesse contrarie e di scatenare vendite ingenti quando il divieto verrà rimosso. E la liquidità delle negoziazioni ne starebbe risentendo negativamente. Le vendite allo scoperto, infatti, agevolano gli scambi, specie nelle fasi più estreme: offrono titoli quando tutti comprano e richiedono titoli quando tutti vendono. Gli spread denaro-lettera potrebbero ampliarsi, suggerendo un allontanamento crescente tra le due parti del mercato, fenomeno certamente negativo sia per chi vuole vendere, sia per chi vuole comprare. E, infine, molti investitori stranieri, in particolare, potrebbero decidere di lasciare la Corea e non farvi ritorno fino a quando non ci vedranno chiaro sull’evoluzione dei corsi, temendo che gran parte dei loro rialzi nell’ultimo anno sia più accreditabile all’assenza di posizioni corte che non ai fondamentali.

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