Non solo vendite allo scoperto, ecco gli altri strumenti per scommettere al ribasso sui mercati

Posizioni ribassiste nel mirino dei trader in questi giorni. Si parla, in particolare, dello "short selling", ma esistono svariati modi per scommettere contro il prezzo di un asset.

di , pubblicato il
Quali sono gli strumenti finanziari ribassisti?

Gli investitori ribassisti sono spesso il demonio agli occhi dell’opinione pubblica, dipinti come soggetti avidi che puntano a fare soldi scommettendo contro il prezzo di un titolo fino ad arrivare, in alcuni casi, ad affossarlo. Ma se fosse vero, dovremmo dire la stessa cosa di quanti scommettano sul rialzo di un asset. Perché mai dovrebbe essere possibile scommettere solo sul fatto che un titolo salga di prezzo, se sappiamo tutti che così non è? E quali sono gli strumenti che i ribassisti utilizzano per posizionarsi contro l’andamento di un dato prezzo?

Iniziamo con lo “short selling” o vendite allo scoperto. Ecco come funziona: l’investitore vende un titolo che non possiede e promette all’acquirente di consegnarglielo entro una data scadenza. Questa è la cosiddetta vendita “nuda”. In alternativa, potrebbe farsi prestare il titolo da un broker, il quale glielo fornirà per un dato periodo e dietro il pagamento di una commissione. In entrambi i casi, l’investitore scommette che entro la data in cui dovrà consegnare il titolo (all’acquirente o al broker), il prezzo sia sceso. In questo modo, lo avrà venduto a un prezzo superiore, lucrando sulla differenza.

Vendita allo scoperto: grosse opportunità, ma anche rischi illimitati

Gli altri contratti speculativi al ribasso

Abbiamo anche le opzioni “put”. Sono contratti derivati, che consistono nella facoltà (non l’obbligo) per il possessore di esercitare l’opzione di vendita a un prezzo predeterminato ed entro/a una certa scadenza, dietro il pagamento iniziale di un premio. Anche in questo caso, l’investitore scommette sul ribasso del prezzo. Se siglo un’opzione put relativo a 100 azioni FCA a 12,50 euro ciascuna a 90 giorni, significa che mi riservo la facoltà di vendere all’acquirente tali titoli per complessivi 1.250 euro.

Se alla scadenza, il prezzo risultasse sceso a 10 euro, eserciterò l’opzione, in quanto acquisterò sul mercato i titoli per 1.000 euro e li rivenderò a 1.250 euro, realizzando una plusvalenza di 250 euro, alla quale andrà sottratto il prezzo del premio inizialmente versato.

Sulla stessa logica si muovono i futures, che si differenziano dalle opzioni per il fatto che qui sussiste l’obbligo di concludere il contratto alle scadenze predeterminate e non si paga alcun premio. Se ritengo che il prezzo del petrolio scenda, vendo futures. In questo modo, ad esempio, mi vincolo a consegnare all’acquirente tot barili di Brent a 30 giorni a 55 dollari ciascuno. Se alla scadenza, il Brent è sceso a 50 dollari, avrò lucrato sulla differenza, acquistando a 5 dollari in meno di quanto lo venderò per contratto. Funzionano così anche i contratti “forward” e i CFD (“Contract For Difference”). Questi ultimi si differenziano dai futures per il fatto di essere negoziati sui mercati non regolamentati o Over The Counter (OTC). Nel caso dei CFD, il prezzo può essere determinato dall’intermediario, che funge da “market maker”. Inoltre, non vi è una scadenza predeterminata. Per i futures, invece, esistono le cosiddette “stanze di compensazione” o “clearing houses”, che fungono da controparte per ogni attore sul mercato, eliminando nei fatti il rischio di inadempienza contrattuale. Per questo, “forward” e CFD si considerano più rischiosi.

Infine, ci sono gli ETF “short”. Un ETF è un fondo dalla gestione passiva, cioè che si limita a replicare l’andamento di un indice sottostante. Nel caso specifico, esso scommette contro il prezzo, attraverso la vendita di titoli allo scoperto o il posizionamento sul mercato con opzioni put e futures. In genere, può avvenire l’adozione di un mix tra queste strategie.

Opzioni call, cosa sono e quando conviene esercitarle

Il ruolo positivo dei ribassisti

Perché i ribassisti non sono affatto il demonio dei mercati e, anzi, svolgono una funziona positiva per chi investe? In primis, perché l’accensione di posizioni ribassiste su un dato titolo o asset segnala che il mercato o parte di esso abbia aspettative negative sul relativo andamento futuro.

E poiché queste posizioni degli “hedge fund” si fondano perlopiù su analisi fondate, per quanto non necessariamente sempre esatte, in un certo senso è come se all’investitore venisse fornita una gamma di informazioni più completa circa la possibile evoluzione del prezzo.

Secondariamente, i ribassisti si muovono nella direzione opposta al mercato, per cui finiscono per fornire liquidità nelle fase più estreme. Immaginate che tutti comprino un titolo, intravedendone i rialzi. Se nessuno vendesse, non ci sarebbero negoziazioni e teoricamente i prezzi esploderebbero. I ribassisti intervengono proprio in questa fase per vendere, rendendo liquido il mercato e contenendone il boom. Allo stesso modo, quando il prezzo di un titolo precipita, tutti vogliono venderlo e se nessuno a quel punto fosse disposto a comprarlo, il valore si azzererebbe e non ci sarebbero più scambi. Invece, i ribassisti trovano conveniente “coprirsi” proprio durante i cali, in quanto potranno finalmente acquistare il titolo a un prezzo più basso di quello a cui lo avevano venduto. E così facendo, pongono nei fatti un “floor” ai prezzi, limitandone la discesa. Detto in parole semplici, l’esistenza dei ribassisti contiene la volatilità e migliora l’asset informativo sui mercati. Essa non causa i cali futuri dei prezzi, semmai li anticipa attraverso l’analisi, mitigando i rischi per il resto degli investitori. Se eliminassimo le posizioni ribassiste, sarebbe come produrre un’automobile con solo il pedale dell’acceleratore e non anche quello del freno. La comprereste mai?

Lo ‘short squeeze” semina il panico in borsa. Dopo GameStop, ecco i titoli nel mirino dei trader

[email protected] 

 

Argomenti: