TIM francese accerchiata da governo e privati, ecco la caccia a Vivendi

I francesi di Vivendi in TIM sono accerchiati. Esce allo scoperto persino la Cassa depositi e prestiti, ovvero la longa mano del governo. Tutti vogliono ricacciarli a Parigi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I francesi di Vivendi in TIM sono accerchiati. Esce allo scoperto persino la Cassa depositi e prestiti, ovvero la longa mano del governo. Tutti vogliono ricacciarli a Parigi.

Brutte, pessime notizie per i francesi di Vivendi, azionisti di controllo di TIM con il 23,94% del capitale. In pochi giorni, hanno dovuto ingoiare due grossi rospi amari: l’accordo tra Sky e Mediaset Premium per l’integrazione di parte dei contenuti delle due pay tv e quello tra la stessa Sky e Open Fiber, l’operatore della fibra ottica controllato da Enel e Cdp. Questa seconda intesa rivoluziona il sistema di trasmissione dei contenuti della TV satellitare, perché sfruttando la fibra ottica, consentirà ai clienti residenti nelle aree in cui Open Fiber ha già provveduto alla copertura di abbonarsi senza avere più bisogno della parabola, potendo semplicemente avvalersi di un collegamento via internet, grazie a un nuovo decoder, chiamato Sky Q. Il piano prenderà forma dall’estate dell’anno prossimo.

Si tratta di uno sconvolgimento per le telecomunicazioni in Italia e che colpirà duramente operatori come TIM e Vodafone, insidiandoli proprio nel loro business delle offerte di contenuti online. La penetrazione di Sky anche su internet sarebbe una cattiva notizia anche per la Lega di Serie A, che praticamente vede ridurre a uno solo l’offerente a cui proporre i pacchetti relativi alle partite di calcio del campionato italiano su tutte e tre le piattaforme (satellitare, digitale terrestre e online). E l’ad Amos Genish ha invitato l’Antitrust a valutare sull’opportunità dell’accordo tra Sky e Premium, segno che la compagnia guardi con preoccupazione a questa intesa.

Ora, Open Fiber non è un’azienda qualunque, bensì la rivale della rete in rame di TIM sul mercato domestico. E aspetto altrettanto interessante, è controllata del tutto da Enel e Cdp, ovvero due società a partecipazione pubblica. Il fondo americano Elliott Management, che nelle ultime settimane è entrato nel capitale di TIM fino a una quota del 9,9% stando ai calcoli più recenti, propone non solo di mandare a casa 6 consiglieri di amministrazione vicini a Vivendi, bensì pure una successiva integrazione della rete TIM dopo lo scorporo con Open Fiber. In questo modo, lo stato entrerebbe in possesso di una quota anche della rete in rame della compagnia. Sui rapporti di forza con l’azionista privato, vi consigliamo di leggere un nostro articolo di qualche settimana fa.

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L’ingresso della Cdp in TIM

Mentre scriviamo, novità ancora più interessanti stanno emergendo nel capitolo sempre più ricco che riguarda TIM. Il cda della Cdp oggi dovrebbe approvare lo stanziamento di risorse fino a 750 milioni di euro per l’acquisizione di una quota della compagnia fino al 5%, a presidio dell’interesse nazionale. Il via libera è solo questione di ore, sembrando certo dopo che il governo Gentiloni ha concordato la mossa con i vertici di Movimento 5 Stelle e del centro-destra, ovvero i vincitori delle ultime elezioni politiche.

Quello che sta accadendo è chiarissimo: lo stato vuole cacciare i francesi da TIM. Per farlo, rastrellerà azioni sin da subito (pare che sia già al 2% del capitale) e le aggiungerà a quelle in possesso di Elliott per fare squadra, ambendo a mettere in minoranza Vivendi già dalla prossima assemblea dei soci del 24 aprile. In caso di successo, le mosse successive sarebbero le seguenti: scorporo della rete in una newco chiamata NetCo; assegnazione del suo capitale pro-quota agli attuali azionisti di TIM e fusione con Open Fiber. Il valore di mercato di quest’ultima sarebbe oggi nettamente più basso di quello della compagnia, stimato tra 10 e 15 miliardi. Tuttavia, man mano che la fibra ottica verrà installata nelle grandi città, il valore della prima s’impennerebbe e quello della rete in rame crollerebbe. Solo a questo punto verrebbe effettuata la fusione, in modo da consentire allo stato, tramite Open Fiber, di controllare l’infrastruttura da una posizione almeno non di minoranza. Il resto lo farebbe il rastrellamento da parte della Cdp delle azioni NetCo eventualmente cedute dai soci TIM a cui saranno state assegnate.

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Gioco di sistema contro Vivendi

In questo scenario, intravediamo un disegno di sistema: privati e pubblico s’intrecciano con l’obiettivo comune di mandare i francesi a casa. Il Tesoro non li vuole, sia come reazione all’esproprio subito da Fincantieri in Stx a causa del governo di Parigi, sia per tutelare un asset strategico come la rete, dalla quale transitano miliardi di dati sensibili, come le comunicazioni tra apparati istituzionali nazionali e con l’estero. Nemmeno diversi soggetti privati tollerano che Vincent Bolloré scorrazzi in Italia. Mediaset è rimasta vittima delle sue incursioni a Cologno Monzese, quando in pochi mesi ha prima simulato l’acquisto di Premium, dopo lo ha stracciato provocando il crollo del titolo, iniziando a salire nel capitale, portandosi alla soglia del 30%, seminando il panico in casa Berlusconi. L’ex premier e la sua famiglia sono stati, infatti, realmente a un passo dal perdere il controllo del gruppo televisivo.

Anche a Sky conviene indebolire una TIM in mani francesi, come dimostrerebbe l’alleanza appena stretta con Open Fiber. Sbarcando su internet, l’operatore britannico avrebbe tutta la convenienza di togliersi di torno una concorrente temibile, ovvero la compagnia guidata da quella Vivendi, che in Europa ambisce a proporsi quale gruppo editoriale di prim’ordine. Cacciando Bolloré dall’Italia, Sky inizierebbe ad attuare quella strategia di accerchiamento, ottenendo quanto meno un ridimensionamento delle ambizioni francesi sul mercato continentale. Oltre che con Mediaset e Open Fiber, ha già stretto accordi anche con un colosso come Netflix, che capitalizza a Wall Street circa 4 volte in più di Vivendi.

Determinante si riveleranno i movimenti dei fondi nazionali e stranieri, complessivamente in possesso dei due terzi del capitale di TIM. Già meno di un anno fa, Vivendi ottenne per un soffio la maggioranza in assemblea, quando ancora non incontrava l’opposizione del governo, almeno non così esplicitamente. Adesso, tra i segnali in arrivo dal governo uscente e quelli piuttosto netti dei due partiti vincitori delle elezioni (M5S e Lega), i fondi potrebbero convincersi che sostenere un azionista così privo di sostegno politico sarebbe un suicidio per la compagnia. E la mossa della Cdp servirebbe proprio come “moral suasion”. Chi ha orecchie, intenda.

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