Telecom, Elliott scopre le carte e le sue richieste hanno un forte sapore politico

L'affare Telecom scotta sempre più. Dietro alla scalata degli americani del fondo Elliott si celerebbe una strategia di Roma per cacciare i francesi dall'Italia. E lo stesso Silvio Berlusconi gradisce.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'affare Telecom scotta sempre più. Dietro alla scalata degli americani del fondo Elliott si celerebbe una strategia di Roma per cacciare i francesi dall'Italia. E lo stesso Silvio Berlusconi gradisce.

Elliott Management, accreditato di una quota prossima al 10% in Telecom Italia, ha chiesto la revoca delle deleghe di 6 consiglieri di amministrazione, di cui 5 della maggioranza in mano a Vivendi (Arnaud de Puyfontaine, Hervé Philippe, Frédéric Crépin, Anna Jones e Giuseppe Recchi) e di Félicité Herzog, formalmente indipendente, ma di cui il fondo americano chiede la cacciata per un suo rapporto di consulenza passato in favore dei francesi. Al loro posto, chiede che venga nominato un board interamente italiano, con figure di standing internazionale, tra cui Fulvio Conti e Luigi Gubitosi, rispettivamente ex ad e direttore generale Enel ed ex direttore generale Rai. Nel frattempo, si apprende che il presidente della compagnia, Arnaud de Puyfontaine, si offrirebbe di rimettere le deleghe in vista dell’assemblea degli azionisti, in programma per il 24 aprile prossimo.

Brutto colpo per i francesi, che si vedrebbero ridimensionati nella governance di Telecom, ma che avrebbero dalla loro una mossa vincente: fare dimettere tutti i consiglieri di maggioranza, provocando la caduta del cda e la necessità di rinnovarlo. A quel punto, forti del 24% detenuto, sarebbero in grado di ottenere nuovamente la maggioranza nel board. Tuttavia, c’è tutta la sensazione che la battaglia tra Vivendi ed Elliott sia solo agli inizi e che coinvolga parti persino politiche.

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Quattro le richieste del fondo americano: scissione della rete e assegnazione ai soci Telecom delle azioni NetCo in misura proporzionale; conversione in ordinarie delle azioni di risparmio; distribuzione di un dividendo straordinario già nel 2018; board interamente indipendente per migliorare la governance. Vivendi sostiene che gli obiettivi del fondo di Paul Singer siano di breve termine, mentre i francesi avrebbero una strategia di medio-lungo termine. Sarà, ma da quando hanno iniziato ad entrare nel capitale della compagnia nel 2015, le azioni sono crollate del 30%, rinvigorendosi proprio con il rastrellamento di Elliott e guadagnando il 12,5% dalle elezioni.

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Quali sarebbero le implicazioni delle richieste degli americani? Con la conversione delle azioni di risparmio, la quota di Vivendi si diluirebbe al 16%, ovvero di un terzo, anche se la struttura del capitale si razionalizzerebbe. Pertanto, è vero che i francesi resterebbero a capo di parte della newco nata dallo “spin-off” della rete, ma la loro sarebbe una partecipazione minoritaria, visto che nelle intenzioni di Elliott vi sarebbe anche la fusione con Open Fiber, società che fa capo a Enel e Cdp, ossia a due partecipate statali. In sostanza, lo stato tornerebbe a impossessarsi di almeno parte dell’infrastruttura in rame, anche acquistando tramite la Cdp dagli azionisti attuali quote della newco. La fusione, tuttavia, viene respinta da molti per ragioni industriali, avendo poco senso integrare una rete in rame con una in fibra.

Quanto alla composizione del board, secondo i desiderata di Elliott, anche in questo caso c’è profumo di politica. Gubitosi e Conti sono due manager sostituiti nel corso del governo Renzi, anche se il primo, in verità, si dimise. E proprio Conti, da capo di Enel, tentò a suo tempo di acquisire la francese Suez, salvo essere stata stoppata dal governo francese per ragioni di interesse nazionale, puntando Parigi a una fusione con Gaz de France. Il significato revanchista di questa nomina sarebbe quasi palese: il presidente Emmanuel Macron verrebbe ripagato con la stessa moneta, avendo esordito all’Eliseo espropriando l’italiana Fincantieri della società di cantieristica navale Stx, obbligandola ad accettare un umiliante accordo che nei fatti riconduce il controllo su basi paritetiche tra governo francese e società italiana.

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E Vivendi paga pegno per avere cercato di scalare Mediaset, sfiorando il 30% del capitale, ma bloccata dalla discesa in campo di governo e authority. Ed Elliott che c’entra in tutto questo? Potrebbe agire di concerto con Palazzo Chigi e Silvio Berlusconi, entrambi animati da desideri di rivalsa rispettivamente contro Macron e il finanziere bretone Vincent Bollorè. Grazie agli americani, i francesi sarebbero costretti a lasciare anche la guida della compagnia, dopo avere fallito la scalata del colosso televisivo italiano. E il fondo confiderebbe in una limitazione delle risorse spendibili da parte dei francesi per mantenere il controllo di Telecom, a causa proprio della disputa legale con i Berlusconi, i quali hanno chiesto agli ex partner un risarcimento di 3 miliardi per il mancato rispetto degli accordi di 2 anni fa su Premium e accusandoli di avere agito scorrettamente nel rastrellamento successivo di azioni Mediaset.

Intreccio tra politica e finanza

In cambio di cosa Elliott scenderebbe in campo come braccio armato di Roma e Cologno Monzese? La prospettiva sarebbe semplicemente industriale, nel senso che il fondo si sarebbe convinto che la compagnia sia mal gestita e che una diversa governance ne apprezzerebbe il titolo, consentendogli di realizzare laute plusvalenze. Avendo finanziato la cessione del Milan ai cinesi di Yonghong Li, i rapporti sarebbero buoni anche con la famiglia Berlusconi. Del resto, Singer non è nuovo alla politica. Finanziatore del Partito Repubblicano negli USA, egli ha cercato di fermare la corsa di Donald Trump verso la Casa Bianca, accusandolo di tradire i valori conservatori, fino al maggio del 2016, quando il tycoon ottenne la nomination del partito. Tuttavia, dopo la vittoria alle presidenziali i due si cono incontrati e i rapporti si sarebbero rasserenati, per quanto vi sarebbe ancora una guerra sotterranea tra l’ala nazionalista del GOP e lo stesso finanziere, che sostiene i candidati più autenticamente conservatori.

Nel nostro caso, ci sarebbe ben poco di politico, inteso come ideologico, nell’affare Telecom, quanto forse una vicinanza a certi ambienti governativi, tra cui il ministro uscente dello Sviluppo, Carlo Calenda. Resta da vedere se dietro non si celi una più ampia strategia anti-francese o se Singer si starebbe limitando a dare una mano agli italiani in questa occasione singola. Di certo, la mescolanza di interessi finanziari e politici in questa vicenda appare nitida. E la vittoria elettorale di due formazioni “sovraniste” (Movimento 5 Stelle e Lega) cade a fagiolo per irrobustire il fuoco di sbarramento anti-macroniano. Sarà un caso, ma all’operazione in corso appaiono contrari dirigenti di nomina renziana, come l’ad Enel, Francesco Starace, il quale si oppone all’integrazione tra Oper Fiber e NetCo. Ragioni industriali, certo, ma resta il fatto che Matteo Renzi sia l’unico politico vicino al presidente francese. Coincidenza pure questa?

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Servizi pubblici

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