Spread, BTp, borsa e banche: e se i mercati festeggiassero l’addio di Renzi?

La sconfitta del premier uscente Renzi al referendum e le sue dimissioni non solo non hanno depresso i mercati, al contrario sembrano in festa. Non è che forse l'attuale governo non venisse percepito poi così bene?

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La sconfitta del premier uscente Renzi al referendum e le sue dimissioni non solo non hanno depresso i mercati, al contrario sembrano in festa. Non è che forse l'attuale governo non venisse percepito poi così bene?

Dopo un lunedì, tutto sommato, ordinario sui mercati finanziari, nonostante l’annuncio delle dimissioni del premier Matteo Renzi, a seguito del trionfo del “no” al referendum costituzionale, la seduta di ieri a Piazza Affari è stata a dir poco imbarazzante per quanti nelle settimane scorse avevano profetizzato un’ondata di cavallette per il caso di bocciatura delle riforme istituzionali. Non solo gli investitori sembrano avere metabolizzato del tutto l’esito del voto, ma la borsa milanese ha chiuso ieri con un balzo del 4% e ai massimi dal referendum britannico sulla Brexit. I titoli bancari sono schizzati mediamente del 9%, con Unicredit a segnare un +13%. (Leggi anche: Piazza Affari ai massimi dalla Brexit)

Nel frattempo, il mercato dei titoli di stato italiani sembra intonato positivamente: i rendimenti decennali dei BTp sono scesi sotto il 2% all’1,96%, mentre lo spread BTp-Bund a 10 anni è inferiore ai 160 punti base e le distanze con i Bonos spagnoli si attestano adesso in area 45 bp, in calo dai 50-55 bp delle settimane scorse.

Davvero un male per i mercati l’addio di Renzi?

Che cosa sta accadendo? Ieri, un nostro articolo spiegava come il funzionamento dei mercati finanziari possa condurre a risposte apparentemente paradossali agli eventi. Prima del referendum sembrava esserci il panico alla sola ipotesi di una caduta del governo Renzi, dopo che ciò è avvenuto, c’è quasi aria di festa in borsa. (Leggi anche: Spread, rendimenti BTp stabili: come mai niente panico?)

Il paradosso si può spiegare sia come frutto di prezzi dei nostri assets già troppo bassi e divenuti appetibili, sia anche, però, come il risultato di una riflessione più profonda da parte dei detentori dei capitali. In molti si saranno chiesti negli ultimi giorni, se siamo davvero così convinti che l’uscita del premier da Palazzo Chigi sia un male per l’Italia.

 

Crisi bancaria una macchia sul curriculum di Renzi

Il premier riformatore, come viene percepito dal mercato, ha lasciato la nostra economia alle prese con una crisi bancaria dalla portata potenzialmente devastante per l’intera Eurozona. Da un anno, Palazzo Chigi pasticcia sulle banche, in combutta con il Tesoro, retto dal ministro Pier Carlo Padoan, in pole position per guidare il prossimo governo.

Una soluzione credibile alla crisi del sistema bancario sotto Renzi non si sarebbe potuta prendere, questo hanno iniziato a capirlo anche i mercati, apparentemente così devoti alla figura del premier ormai uscente. Perché? Le banche italiane si salvano in due modi: applicando il bail-in, ovvero la nuova disciplina sulle risoluzioni, che contempla l’addossamento delle perdite fino all’8% delle passività a carico degli investitori privati (azionisti, obbligazionisti subordinati, ordinari e correntisti sopra i 100.000 euro) ; attraverso un salvataggio pubblico tout court, passando per il principio del “burden sharing”, ossia della condivisione delle perdite tra investitori privati e il settore pubblico. (Leggi anche: Ecco i disastri del ministro dell’Economia)

Banche e conti pubblici scommesse perse da Renzi

L’una o l’altra soluzione, però, è estremamente impopolare e se c’è qualcosa che abbiamo imparato sotto il premier “bomba” è che il suo tasso di riformismo non si spinge fino ad urtare i consensi, se non, addirittura, i sondaggi. Una volta lasciato Palazzo Chigi, chiunque lo succedesse, potrebbe (condizionale più che d’obbligo) affrontare la crisi delle banche in maniera risolutiva e senza soluzioni placebo, specie se sarà un premier tecnico, per sua natura slegato dalla necessità di rispondere agli elettori (ma lo faranno coloro che lo sostengono).

Oltre alle banche, poi, c’è il complesso capitolo dei conti pubblici, la cui gestione sotto Renzi non è stata per niente positiva. Il risanamento si è fermato e dopo qualche anno di linguaggio responsabile da parte dei governi precedenti, il premier uscente ha rivitalizzato lo scontro con la Commissione europea sulle pretese di dosi crescenti di flessibilità fiscale, senza alcun riguardo per la montagna di debito pubblico che ci sovrasta. (Leggi anche: Conti pubblici italiani bocciati dalla Commissione europea)

 

Scema la paura per i grillini

Infine, il pasticcio delle riforme istituzionali. I mercati erano preoccupati sì prima del referendum, ma non tanto che cadesse Renzi, quanto che arrivasse al posto suo un governo euro-scettico, ovvero il Movimento 5 Stelle. E chi, se non lo stesso Renzi, attraverso l’Italicum, ha creato le condizioni normative, perché ciò accadesse? La legge elettorale da lui voluta e che sarà certamente cancellata nelle prossime settimane consente anche a una formazione nettamente minoritaria in Italia, ma che arrivasse almeno seconda, di approdare al ballottaggio, di vincerlo e di ottenere un premio di maggioranza tendenzialmente altissimo, in rapporto ai consensi ottenuti.

La bocciatura della riforma costituzionale impedirà che ciò accada, perché ha di fatto travolto anche la legge elettorale renziana. Non che in giro circolino bozze alternative rassicuranti, ma viene meno il rischio (dal punto di vista dei mercati), che i grillini arrivino a Palazzo Chigi, forti di un 30% dei consensi, che in qualsiasi altro paese, però, non sarebbero sufficienti per governare da soli, mentre il premier uscente aveva reso possibile anche tale eventualità. (Leggi anche: Renzi rischia la disfatta con la vittoria del sì)

Riforme pasticciate

Pochi giorni prima del referendum, la Corte Costituzionale aveva bocciato la riforma della Pubblica Amministrazione, cosiddetta Madia, mentre il Consiglio di Stato aveva fatto lo stesso con la riforma delle banche popolari. Intendiamoci, il contenuto di entrambe andava nella giusta direzione, ma la forma è stata in diversi punti sbagliata, persino contraria alla Carta Fondamentale. L’ennesimo indizio di un governo pasticcione, che specie nell’ultimo anno ha mostrato grossi limiti operativi e carenze anche relazionali con le altre cancellerie europee.

Dire che i mercati stiano festeggiando la dipartita dal governo di Renzi è una voluta provocazione. Ci limitiamo a sostenere, che qualcuno in borsa stia stappando lo spumante per l’atteso arrivo di qualche personalità maggiormente in grado di rispondere alle esigenze dell’economia italiana, anche se quasi certamente meno bravo nello “story telling”. (Leggi anche: Riforme pasticciate boomerang per Renzi)

 

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