Riforma pensioni, i lavoratori temono lo “scalone” di 5 anni: colpiti i nati dal 1955

Il premier Giuseppe Conte ha ufficializzato la fine di quota 100 e il governo non ha ancora pronte le misure per evitare il famoso salto di 5 anni a cui andrebbero incontro i lavoratori over 60.

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Il premier Giuseppe Conte ha ufficializzato la fine di quota 100 e il governo non ha ancora pronte le misure per evitare il famoso salto di 5 anni a cui andrebbero incontro i lavoratori over 60.

Il premier Giuseppe Conte ha reso pubblica la decisione del suo governo di non rinnovare quota 100 sulle pensioni dopo il 2021. La misura, voluta dalla Lega e condivisa dal Movimento 5 Stelle, consente sin dall’aprile dello scorso anno e fino a tutto l’anno prossimo di andare in pensione con almeno 62 anni di età e 38 di contributi. La somma tra le due cifre fa, appunto, 100. Mancando il rinnovo, dal 2022 si andrà in pensione con la legge Fornero, che attualmente consente ai lavoratori di andare in pensione a 67 anni di età o in via anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni per i lavoratori precoci), indipendentemente dall’età.

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Dunque, per uscire dal lavoro oggi servirebbero 38 anni di contributi, unitamente ad almeno 62 anni di età, mentre dal 2022 si dovrebbero avere o 67 anni di età o almeno 42 anni e 10 mesi di contributi. In altre parole, i lavoratori si troverebbero dinnanzi a uno “scalone” di 5 anni. La categoria più colpita sarebbe quella nata dal 1955 e fino al 1959.

Ad oggi, l’esecutivo non ha pronto alcuno studio per eventuali misure correttive. Circolano solamente diverse indiscrezioni, ma tutte hanno il limite di gravare sulle casse dell’Inps, pur meno di quota 100. Una tra le più citate sarebbe quota 101 o 102: 63/64 anni di età, oltre a 38 anni minimi di contributi. Una soluzione, che eviterebbe lo scalone da una parte, ma dall’altra si pensa che possa comportare una penalità sull’assegno: -1,2% per ogni anno sotto i 67 di età.

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Un’altra ipotesi sarebbe quota 41: tutti andrebbero in pensione con 41 anni di anzianità contributiva, indipendentemente dall’età.

Sarebbe troppo estrema, perché nei fatti verrebbero attenuati i requisiti della pensione anticipata, allineandoli a quelli sinora previsti a favore dei lavoratori precoci. Anche in questo caso potrebbe essere fissata una penalità sull’assegno, così da ridurre il costo delle uscite prima dei 67 anni.

L’abrogazione di quota 100 era nell’aria sin dall’uscita della Lega dal governo “giallo-verde” e l’insediamento della maggioranza “giallo-rossa”. Il PD è sempre stato contrario alla misura, sebbene ragioni di realismo politico indurranno anche la sinistra a confrontarsi con il problema quasi emergenziale del mercato del lavoro in alcuni comparti produttivi dopo il Covid. Dagli alberghi ai ristoranti, dai cinema ai negozi, il fatturato sta collassando e i posti di lavoro perduti dilagano. Quante più persone approfitteranno dell’ultimo anno abbondante di quota 100 per andare in pensione, ma quelli che non perfezioneranno i requisiti entro il 2021 rischiano di incappare in lungo periodo di disoccupazione e di indigenza, trovandosi in molti casi senza lavoro e senza pensione.

Divide anche l’eventuale penalità sull’assegno, perché già oggi prima si va in pensione e minore il coefficiente di trasformazione applicato al montante e attraverso il quale si determina l’importo mensile. Già rispetto al 2009, un lavoratore che andrà in pensione a 67 anni nel 2021 percepirà il 9,14% in meno, un 65-enne -14,9%.

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