Riforma pensioni: quota 100, addio. Ecco le alternative possibili

Sindacati e governo hanno iniziato a confrontarsi sul dopo-quota 100. L'età pensionabile a 67 anni risulta elevata per il mercato del lavoro italiano, specie dopo il Covid. Numerose le possibili alternative.

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Sindacati e governo hanno iniziato a confrontarsi sul dopo-quota 100. L'età pensionabile a 67 anni risulta elevata per il mercato del lavoro italiano, specie dopo il Covid. Numerose le possibili alternative.

Dall’aprile del 2019 è possibile andare in pensione prima di compiere 67 anni di età, grazie alla riforma voluta dal primo governo Conte, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega. Essa rimane in vigore fino alla fine del prossimo anno e funziona così: se muniti di almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi, l’uscita dal lavoro è consentita. Il costo della misura venne stimato fino a 12 miliardi di euro solamente per il primo anno di applicazione, ma a consuntivo è risultato di gran lunga inferiore, anche perché non hanno aderito tutti gli aventi diritto, ma solamente un terzo, cioè circa 120 mila su 350 mila persone.

Reddito di cittadinanza o quota 100, quale misura più a rischio?

Causa Covid e anche per non irritare l’M5S, il governo non ha intenzione di sopprimere quota 100 in anticipo, come pure si vociferava nei mesi scorsi. Ad ogni modo, bisognerà trovare soluzioni alternative per quando non sarà più in vigore, dato che il PD resta fortemente contrario a prorogarne la durata oltre il 2021. Una soluzione che si sta facendo strada sarebbe quella di “quota 102”. Potrebbero andare in pensione, cioè, quanti abbiano almeno 64 anni di età e 38 anni di contributi.

Il confronto già partito tra sindacati e governo punta ad evitare uno “scalone” di 5 anni, che si avrebbe dal 2022 per il fatto che dai 62 anni di oggi sarebbe possibile uscire dal lavoro solamente a 67 anni, a meno di rientrare in quelle categorie che possano avvalersi del pensionamento anticipato, tra cui con 41 anni di contributi e indipendentemente dall’età anagrafica. E proprio la generalizzazione di quest’ultima misura verrebbe guardata con favore dai sindacati, anche se rischia di rivelarsi un po’ troppo costosa per le casse dello stato, dato che consentirebbe a quanti abbiano iniziato a lavorare già a 18-19 anni, se non meno, di andare in pensione con molti anni di anticipo rispetto ai 67 anni fissati dalla legge Fornero.

Gli obiettivi della nuova, ennesima riforma

Un’altra ipotesi consisterebbe nel prorogare quota 100, ma penalizzando l’assegno di un 2-3% per ogni anno di età in meno rispetto ai 67 anni in cui si andrebbe in pensione. Ad esempio, riesco ad andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, cioè 5 anni prima dell’età pensionabile ufficiale? Il mio assegno verrebbe decurtato del 10-15%.

Questa soluzione, tuttavia, che potrebbe applicarsi anche all’eventuale quota 102 o all’uscita dal lavoro con 41 anni di contributi, non raccoglierebbe grossi consensi. Certamente, perché risulta impopolare, ma anche perché già il meccanismo con cui il coefficiente di trasformazione determina l’importo dell’assegno, una volta applicato al montante contributivo, tiene conto dell’età anagrafica del pensionando.

Facciamo un esempio pratico. Se ho accumulato 150.000 euro di contributi e vado in pensione a 67 anni, nel 2020 avrei diritto a una pensione lorda annua di 8.406 euro. Se con gli stessi contributi andassi in pensione a 62 anni, l’importo scenderebbe a 7.185 euro, il 14,5% più basso, pari al 2,9% in meno per ogni anno di età sotto i 67 anni. L’eventuale decurtazione dell’assegno si rivelerebbe, quindi, una doppia penalizzazione, eccessiva per il lavoratore.

Tre gli obiettivi che la riforma in fase ancora di discussione dovrà porsi: garantire la sufficiente flessibilità al mondo del lavoro per decidere quando andare in pensione sulla base dei bisogni e delle condizioni personali; contenere la spesa pensionistica a carico dello stato; creare le condizioni per un assetto normativo stabile almeno per qualche decennio.

La legge Fornero, piaccia o meno, è stata succeduta in appena 9 anni di vita da 8 clausole di salvaguardia, Ape social, Opzione Donna, quota 41 e quota 100. Criticabile ciascuno di questi interventi, ma innegabile che siano stati il frutto dei tentativi dei governi di porre rimedio all’estrema rigidità di quella riforma, giusta negli obiettivi, molto meno all’applicazione pratica.

E se riformare le pensioni è sempre difficile, lo diventa ancora di più in tempi di crisi nera per l’economia. Nessun governo, quale che sia il colore politico, può immaginare di spiegare ai cittadini che dovranno lavorare di più e magari percepire di meno, mentre il lavoro si riduce e i redditi traballano.

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