Pensioni, quota 100 nel mirino: come si può programmare il futuro senza leggi stabili?

Pensioni il regno dell'eterna incertezza in Italia. Quota 100 nel mirino del governo Conte ad appena sei mesi dalla sua entrata in vigore. Così, i lavoratori non riescono a programmare nemmeno il presente.

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Pensioni il regno dell'eterna incertezza in Italia. Quota 100 nel mirino del governo Conte ad appena sei mesi dalla sua entrata in vigore. Così, i lavoratori non riescono a programmare nemmeno il presente.

Il governo Conte puntava a rivedere nei dettagli quota 100 sulle pensioni, la norma che dall’aprile scorso consente agli italiani di anticipare l’uscita dal lavoro rispetto all’età ufficiale, purché in possesso di 100 anni tra età anagrafica (con un minimo di 62 anni) e contributi previdenziali (inclusi massimo 2 anni figurativi).

L’ipotesi sul tavolo fino alla tarda serata di ieri a Palazzo Chigi sarebbe stata di spostare di 3 mesi la finestra temporale con cui andare effettivamente in pensione, dilatandola a 6 mesi in tutto dai 3 attuali. In pratica, una volta maturati i requisiti, il lavoratore avrebbe dovuto attendere un semestre per percepire il primo assegno. I risparmi erano stimati a 5-600 milioni di euro. I veti incrociati nella maggioranza hanno fatto saltare il “restyling”. Ma sarebbe stato serio un provvedimento che avrebbe rimesso mano a una misura ancora fresca di varo?

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Precisiamo un punto: non stiamo esprimendo alcun giudizio di valore sulla misura in sé, criticabile o meno. Stiamo semplicemente notando che uno stato non possa considerarsi affidabile, se cambia le sue stesse leggi ogni due e tre, peraltro ignorando che esse abbiano un forte impatto sulle vite di milioni di cittadini. Si parla tanto di affidabilità sui mercati, con riferimento alla credibilità che il sistema Paese deve segnalare agli investitori che acquistano i titoli del nostro debito pubblico. E, invece, vi sembra credibile uno stato che si rimangi già la parola su una riforma a pochi mesi di distanza. Cosa penserebbero i famosi mercati, se il Tesoro emettesse un BTp a 3 anni e dopo 6 mesi annunciasse loro che dovranno attendere qualche mese in più per farselo rimborsare rispetto alla scadenza pattuita?

In quel caso, parleremmo di default, termine che bene capta il senso di smarrimento che si ha dinnanzi a un sistema legislativo obiettivamente allo sbaraglio da troppi anni e su troppi fronti, conseguenza di una politica divisa persino sulle scelte sistemiche. Dal 1992 ad oggi, cioè in 27 anni, l’Italia ha vissuto almeno 5 riforme significative sulle pensioni, oltre a una qualche decina di interventi correttivi.

Con il governo Amato nel 1992 si è elevata l’età pensionabile per gli uomini a 65 anni e a 60 anni per le donne, aumentata la contribuzione minima da 15 a 20 anni e provveduto a tagliare gli aumenti annuali degli assegni per ridurre la spesa previdenziale.

Una riforma dietro l’altra

La riforma Dini del 1995 è stato il riordino più completo della nostra legislazione sulle pensioni, venendo introdotti gradualmente il metodo contributivo per tutti i lavoratori e i criteri anagrafici minimi per accedere alla pensione di anzianità. Un paio di anni più tardi, il governo Prodi apporta qualche altra modifica, inasprendo i requisiti di accesso a quest’ultima da parte dei lavoratori autonomi, nonché bloccando la rivalutazione degli assegni per gli importi superiori a 5 volte il trattamento minimo.

Nel 2001, il governo Berlusconi innalza a 1 milione di vecchie lire l’assegno sociale mensile, mentre 3 anni dopo il suo ministro del Lavoro, Roberto Maroni, introduce il famoso “scalone” di 3 anni (da 37 a 40) per accedere alla pensione di anzianità. Nel 2007, come promesso in campagna elettorale, il governo Prodi elimina tale scalone, ripristinando la legislazione precedente. Tornato alla guida dell’Italia, il centro-destra s’inventa le finestre di 13 mesi per percepire l’assegno di anzianità, un modo nemmeno così nascosto per ritardare la pensione di un anno a quanti ne abbiano maturato i requisiti.

E arriva il terribile 2011, quando sull’onda del rischio default viene varata in quattro e quattr’otto la legge Fornero, che inasprisce i requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia per le donne da 60 a 66 anni e mezzo in appena 7 anni, al contempo aumentando anche il numero di anni di contribuzione per le ex anzianità, ridefinite “anticipate”. Bloccati gli aumenti sopra 3 volte il trattamento minimo e rivisti al ribasso i coefficienti di trasformazione del montante per il calcolo dell’assegno. In più, dando seguito alla riforma Sacconi dell’ultimo governo Berlusconi, viene confermata l’età pensionabile mobile e rivista su base triennale, legata all’aspettativa media di vita rilevata dall’Istat.

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L’eterna incertezza colpisce l’economia

Dal 2012 ad oggi, non si contano i provvedimenti varati da tutti i governi per rimediare a parecchie criticità causate dalla Fornero. Ben nove cosiddette “salvaguardie” in favore dei lavoratori “esodati”, coloro rimasti nel limbo tra il mercato del lavoro e la pensione, più l’Opzione Donna, l’Ape social e, infine, quota 100. Cosa hanno in comune queste misure di matrice politica variegata? Puntano tutte a disfare parzialmente l’ordinamento previdenziale ufficiale. Come se un comune emanasse una ordinanza al giorno per comunicare agli automobilisti sempre nuove eccezioni al codice della strada, finendo per confonderli su quali siano le regole principali da osservare. Vi dice qualcosa il fatto che sui conti correnti degli italiani vi siano sempre più miliardi parcheggiati a tasso zero? Qualcuno capisce al governo che questo è l’atteggiamento tipico di un popolo che vive in un’eterna incertezza sul futuro, aggravata proprio da scelte politiche incomprensibili, mai definitive e condivise?

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Comunque la si pensi, non si può ipotizzare di giocare ogni anno con le vite di decine di milioni di persone, inducendo a comportamenti che rischiano di rivelarsi errati o poco convenienti, dato il quadro normativo mutevole. Se dici a un lavoratore a ridosso della pensione che può uscire dal lavoro tot anni dopo per ragioni di cassa, avrai rovinato i suoi progetti di vita, che magari sarebbero stati diversi conoscendo a priori le condizioni. Non puoi tagliare/aumentare l’importo dell’assegno o inasprire/allargare i criteri di accesso alla pensione di anno in anno e in maniera del tutto erratica, perché ne vale anche della capacità di gestione del risparmio dei lavoratori più giovani, la stragrande maggioranza dei quali oggi non riesce più a capire quando verosimilmente andrà in pensione e con quali criteri. L’eterno cantiere delle pensioni sembra una delle tante incompiute d’Italia e fa molto male all’economia.

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