Quanto costa ai contribuenti la nazionalizzazione delle autostrade del governo Conte?

Tante incognite nell'affare Autostrade per l'Italia, la cui gestione verrà progressivamente sottratta alla famiglia Benetton per essere affidata nuovamente allo stato. E a pagare saranno sempre i contribuenti.

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Tante incognite nell'affare Autostrade per l'Italia, la cui gestione verrà progressivamente sottratta alla famiglia Benetton per essere affidata nuovamente allo stato. E a pagare saranno sempre i contribuenti.

Autostrade per l’Italia (Aspi) verrà gradualmente sottratta alla gestione privata e diventerà un asset dello stato. Questo è lo schema dell’accordo trovato tra il governo Conte e la società nel corso della notte tra martedì e mercoledì, ratificato dal Consiglio dei ministri. Aspi risulta attualmente controllata per l’88% da Atlantia, società a sua volta in mano alla famiglia Benetton, attraverso il 30% della holding Edizione. Attraverso un aumento di capitale riservato, Cassa depositi e prestiti inizialmente sarà socio con il 33% e in una seconda fase salirà al 51%, con la società ad essere quotata in borsa. Atlantia dovrebbe scendere fin sotto il 10% per poi uscire definitivamente dal capitale.

Perché i Benetton festeggiano in borsa dopo l’accordo sulle autostrade con il governo

Restano numerose le incognite di questo accordo complesso. Per prima cosa, quanto pagherà la CDP le azioni di Aspi per entrare nel capitale? Stando alle stime degli analisti, la società dovrebbe capitalizzare più di 10 miliardi di euro, per cui la controllata del Tesoro dovrebbe sborsare almeno 3-3,5 miliardi in una prima fase per essere il nuovo azionista di riferimento.

In cambio, Aspi dovrebbe corrispondere allo stato 3,4 miliardi a titolo di indennizzo per la ricostruzione del ponte di Genova e per i danni provocati dalla tragedia all’economia ligure. In teoria, l’esborso equivarrebbe al costo sostenuto dalla CDP, se non fosse che a pagare sarebbe pro-quota sostanzialmente la stessa CDP, dato che Aspi diverrebbe un’azienda da essa controllata. In altre parole, i Benetton non metterebbero mano al portafogli nemmeno per un centesimo, limitandosi a vendere a prezzi ancora da definire le loro quote e uscendo dal capitale con liquidità che reinvestirebbero dopo qualche anno in un nuovo business.

Debiti allo stato, profitti ai Benetton

A quest’ultimo riguardo, il governo ha previsto che per un certo periodo (qualche anno?) non sarà possibile per Atlantia distribuire ai soci il dividendo dell’incasso derivante dalla vendita delle azioni Aspi. Quando questo accadrà, consentirà ai Benetton di impossessarsi pro-quota della liquidità ottenuta, a meno che questa non rimanga nella disponibilità di Atlantia, che la impiegherebbe a favore di tutti i soci per buttarsi in nuovi affari, in Italia o all’estero.

Non è finita. Aspi è indebitata per circa 9 miliardi di euro, di cui 5 garantiti da Atlantia. Tra questi, abbiamo il bond gennaio 2023 e cedola 1,625% (ISIN: IT0005108490) da 750 milioni, che non a caso ha guadagnato circa il 9% nelle ultime due sedute, risalendo ieri a una quotazione di 98,30 centesimi. Le stesse azioni Atlantia hanno registrato un boom nella seduta di mercoledì, chiudendo con un rialzo di oltre il 25%, cedendo ieri quasi il 4% per la monetizzazione dei guadagni della giornata precedente, ma segnando pur sempre +2,1 miliardi grazie all’accordo.

Bond Autostrade 1,625% 2023: il rischio revoca concessioni pesa sui rendimenti

Questi debiti passeranno in eredità dai Benetton allo stato, a cui verranno scaricate le passività generate dalla gestione Atlantia, a cui nel corso degli ultimi 20 anni sono spettati lauti profitti dalla concessione delle autostrade, negli ultimi tempi anche a spese degli investimenti, risultati carenti e ritenuti concausa del tragico crollo di quasi due anni fa. L’aspetto paradossale della vicenda risiede nel fatto che il Movimento 5 Stelle esulti per un risultato a loro dire “storico”, quello di avere “cacciato” i Benetton dal business delle autostrade. Ebbene, a parte che in uno stato di diritto un governo dovrebbe muoversi nel rispetto delle regole e non per spirito di avversione o amicizia verso questo o quel soggetto privato, il punto è che questa “cacciata” si starebbe rivelando un affare tutt’altro che sgradito ai fratelli di Ponzano Veneto.

Il costo delle nazionalizzazioni

Lo stato pagherà per riprendersi un suo bene, mentre i Benetton se ne andranno con le tasche piene, avendo venduto le loro azioni e facendo cassa, come se fossero i “proprietari” uscenti di un’infrastruttura di cui risultano ad oggi solamente concessionari.

Sarebbe come se riusciste a sbattere fuori di casa il vostro inquilino a voi ormai inviso e questi vi vendesse il vostro stesso immobile per andarsene senza farvi causa. Un successo o una vittoria di Pirro o di pirla, per essere ancora più espliciti?

L’altra certezza di questa vicenda grottesca è che a pagare saranno i soliti noti, come nel caso di Alitalia e di Monte dei Paschi di Siena: i contribuenti italiani. Le nazionalizzazioni “giallo-rosse” equivalgono a maggiore debito pubblico, in una Nazione in cui non se ne sentiva proprio il bisogno. Miliardi e miliardi di oneri a carico dello stato e mollati dai privati, i quali in effetti non hanno mai tutta l’aria di essere distrutti per essere stati espropriati dei loro assets. E questa è una storia vecchia quanto lo pseudo-capitalismo italiano: perdite a carico dei contribuenti e profitti agli imprenditori.

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