Prezzo dell’oro giù di 200 dollari l’oncia, metallo “sacrificato” dai mercati finanziari

Quotazioni dell'oro ai minimi da dicembre e in picchiata: -12% in poco più di una settimana. Fa impressione che il bene rifugio si deprezzi in una fase di panico sui mercati. Vediamo cosa significa.

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Quotazioni dell'oro ai minimi da dicembre e in picchiata: -12% in poco più di una settimana. Fa impressione che il bene rifugio si deprezzi in una fase di panico sui mercati. Vediamo cosa significa.

Ieri, nella prima metà del pomeriggio il prezzo dell’oro è sceso sotto 1.460 dollari l’oncia, perdendo più del 12% e circa 200 dollari l’oncia dalla seduta del 5 marzo scorso, ai minimi dal mese di dicembre. Sembra un paradosso e, per certi versi, lo è. Siamo abituati a pensare che quando i mercati finanziari vanno nel panico, scontando situazioni di crisi o tensioni geopolitiche, il metallo debba apprezzarsi, data la sua caratteristica storica di bene rifugio. Eppure, sta accadendo il contrario. Le ragioni sono molteplici e ve le spieghiamo.

Quotazioni dell’oro giù, segnale di panico o altra spiegazione meno allarmante?

Anzitutto, una causa “tecnica”. Le borse di tutto il mondo stanno precipitando. Wall Street è entrata nel mercato “orso” e Piazza Affari è tornata ai minimi dal 2012. Il crollo azionario sta obbligando le stanze di compensazione a richiedere agli investitori il ripristino del “margin call”, dato che le somme depositate per effettuare operazioni a leva sono andate del tutto “bruciate” dalle perdite accusate. Per evitare la chiusura delle posizioni, molti si vedono costretti a liquidare altri assets in portafoglio per ottenere le somme necessarie a ripristinare i margini.

Tra questi assets “sacrificati” vi è proprio l’oro. Di per sé, trattasi di un segnale devastante, sottolineando come il mercato sia a caccia di liquidità per ripianare le perdite. Tuttavia, se gli investitori non chiudono le posizioni, malgrado la batosta di queste settimane, evidentemente è perché ancora sperano di riuscire a contenere le perdite o finanche di maturare plusvalenze sul comparto azionario, mostrandosi relativamente fiduciosi su una ripresa a breve delle quotazioni. E storicamente, a cali bruschi sono seguiti recuperi altrettanto veloci, come nel 1987.

Crolla anche l’argento

Secondo dato: il petrolio.

Ieri, le quotazioni del Brent sono crollate di un altro 11%, scendendo a 30 dollari al barile, ai minimi da oltre 4 anni. Un greggio meno caro significa aspettative d’inflazione ancora più “fredde”, facendo venire meno la domanda di oro per proteggersi dalla perdita del potere di acquisto. E terzo: il super dollaro. Si è leggermente sgonfiato dai massimi toccati nelle scorse settimane contro le altre valute, pur restando comunque forte. E’ vero da un lato che l’azzeramento dei tassi negli USA dovrebbe indebolirlo, ma dall’altro anticipa un accomodamento monetario ancora più estremo delle altre principali banche centrali, tant’è che il cambio euro-dollaro ha ripiegato dall’apice di 1,14 toccato il lunedì 9 marzo. E più forte il dollaro, minore la domanda di oro, essendo un asset che si acquista nella valuta americana.

Il prezzo dell’oro sale, quello del petrolio scende e questo alla lunga non si tiene

Ancora più pesante il crollo dell’argento, che in tre settimane risulta aver perso il 33%. Il metallo risente anche della minore domanda per scopi industriali, essendo impiegato perlopiù nell’industria di elettronica di consumo. Il rapporto oro/argento scende così dagli 89 di quasi un mese fa ai 116 di ieri, contro una media storica di 64 nell’ultimo decennio, segno che l’argento si sarebbe fin troppo deprezzato rispetto all’oro, destinato con ogni probabilità a recuperare il terreno perduto nei prossimi mesi. Del resto, l’indice dei metalli industriali ha perso quest’anno quasi il 17%, arretrando ai livelli più bassi da 3 anni e mezzo, anch’esso un segnale piuttosto negativo per l’andamento dell’economia mondiale.

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