Posto fisso intramontabile: generazione perduta appresso ai concorsi pubblici

Concorsi pubblici l'unica grande ambizione rimasta ai giovani italiani: 85.000 domande per 30 posti alla Banca d'Italia. Ormai il posto fisso nel pubblico impiego è diventato la speranza dei più giovani.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Concorsi pubblici l'unica grande ambizione rimasta ai giovani italiani: 85.000 domande per 30 posti alla Banca d'Italia. Ormai il posto fisso nel pubblico impiego è diventato la speranza dei più giovani.

Se c’è un fallimento che ricade sulle spalle della classe politica italiana attuale e della “raggiante” Prima Repubblica, esso consiste nell’avere reso parassitarie fette di generazioni di giovani, che contrariamente a quanto accade nel resto del mondo, in Italia mostrano una scarsa ambizione a cercare un’occupazione stimolante, preferendo buttarsi sul posto fisso o almeno a uno che ci somigli. Per carità, non parliamo della maggioranza, come dimostra lampante il tragico caso di Gloria e Marco, i due giovani fidanzati veneti appena laureati, morti nel rogo del Grenfell Tower a Londra, dove si trovavano in affitto per trovare quelle opportunità di lavoro dignitose, che neppure nel ricco e attivo nord-est italiano sembrano ormai esservi. (Leggi anche: Posto fisso nella pubblica amministrazione addio?)

Gloria non voleva pesare sulle spalle dei suoi genitori, anzi era andata a lavorare a Londra in uno studio di architetto per dare un aiuto alla famiglia. Le sue ultime strazianti parole ai genitori, mentre il fumo dell’incendio avanzava in direzione dell’appartamento in cui alloggiava con Marco, sono state: “sto per morire, vi aiuterò da lassù”.

Gloria e Marco rappresentano il meglio della gioventù italiana e non perché si trovassero all’estero per lavorare; si può decidere di restare in Italia e non per questo essere considerati “bamboccioni”. Magari il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, avrebbe voluto dichiarare questo mesi fa, quando offese quelle centinaia di migliaia di cervelli in fuga, sostenendo che per molti di loro è “meglio toglierseli di torno”, mostrando una cultura squallidamente elitaria. I due ragazzi sono l’esempio dei sacrifici compiuti da milioni di italiani per realizzare le proprie ambizioni e al contempo per essere soggetti attivi nel mercato del lavoro.

85.000 domande per 30 posti in Bankitalia

Purtroppo, non tutti siamo Gloria e Marco. E’ di qualche giorno fa la notizia che per 30 posti di vice-assistente alla Banca d’Italia sono state presentate 85.000 domande. Il bando di concorso pubblicato in aprile avvertiva che nel caso di superamento delle 3.000 candidature, l’istituto avrebbe potuto introdurre criteri più restrittivi. Detto, fatto. Se inizialmente bastava il possesso di un diploma per partecipare al concorso, adesso il titolo di studio richiesto è stato innalzato alla laurea magistrale o del vecchio ordinamento. In questo modo, i partecipanti alla prima prova, il quiz scritto, sono stati decimati a 8.140. Di loro ne resteranno 300 per la seconda prova orale e tra questi verranno scelti i 30 fortunati, che otterranno un posto da 28.000 euro lordi all’anno. (Leggi anche: Istat, più giovani senza lavoro)

Fanno tristezza queste cifre e per svariate ragioni. In primis, perché tra gli 85.000 aspiranti vice-assistenti a Palazzo Koch, bisogna chiedersi quanti abbiano fatto domanda per il piacere di ricoprire quel posto e quanti, invece, non abbiano voluto partecipare al concorso per la sicurezza di un posto “fisso”, perché si sa che entrare alla Banca d’Italia è un po’ come fare bingo. Ammesso che il contratto non fosse a tempo indeterminato, fa comunque curriculum e si potrà ottenere punteggio per un prossimo concorso, magari presso lo stesso ente e da interno.

Ambizioni ormai sempre più basse

Seconda ragione di tristezza: lo stipendio. 28.000 euro lordi annui sono un’ottima retribuzione in Italia, superiore alla media nazionale, ma al netto fanno circa 1.600 euro al mese, roba che all’estero ci riderebbero in faccia. Invece, nel nostro paese ci si spintona e si è disposti a cercare la raccomandazione dall’alto, ove possibile, per una cifra del tutto ragguardevole, ma non certo entusiasmante e che verrebbe percepita fuori dai nostri confini nazionali anche da un operaio generico.

Ammettiamolo, se ci venisse proposto di rinunciare alle nostre ambizioni professionali per ottenere uno stipendio “sicuro” di 10.000 euro al mese ci faremmo tutti un pensierino, anzi i più tra di noi ci metterebbero subito la firma. Il punto è che in Italia ci siamo ridotti a vendere l’anima per percepire uno stipendio anche medio-basso, pur di sopravvivere. A tanto siamo arrivati, a tanto saremmo disposti pur di uscire dal clima di panico che ci affligge, quello di non essere in grado per un lungo periodo di tempo di guadagnare abbastanza per mantenerci e per formarci una famiglia. Viviamo nel terrore di diventare brizzolati – gli uomini – o ultra-quarantenni – le donne – senza poter essere chiamati mamma o papà, o peggio, senza potere guardare negli occhi i nostri figli, per paura di averli delusi, di non potere garantire loro un’infanzia dignitosa. (Leggi anche: Briatore esorta i giovani a fare l’idraulico e non l’avvocato)

Che futuro può mai avere l’Italia?

Possiamo parlare di ripresa del pil tutta la vita, così come di flessibilità fiscale e riforme economiche, ma chiediamoci in quale direzione possa mai andare un paese, dove milioni di giovanissimi siano costretti a crescere senza l’ambizione di realizzarsi professionalmente, in un clima di assoluto cinismo, nel quale al perseguimento di un sogno si preferisce portare a casa il risultato minimo auspicato, quello di un posto pressoché stabile.

Se la tendenza è stata vistosamente più marcata al sud, a causa delle scarse opportunità lavorative storicamente presenti in quella parte dell’Italia, adesso sembra prendere piede persino nell’opulento nord, dove la perdita delle certezze occupazionali spinge sempre più famiglie a prendere in considerazione il ricorso all’impiego pubblico, che fino a qualche anno fa era praticamente confinato ai meridionali.

E così, l’unico investimento preponderante per buona parte dei giovani italiani è divenuto non più quello nel capitale umano o fisico, bensì nei viaggi della speranza, nell’acquisto di biglietti aerei e dei treni per partecipare a un concorso a Roma o altrove, magari confidando nello scorrimento delle graduatorie negli anni, “che prima o poi mi prendono”. Nessuna ambizione, nessuna volontà di osare, nessuna iniziativa per una fetta crescente della popolazione italiana, specie quella più giovane, se non di provare a inviare domanda per questo e quel concorso, anche leggendo appena quali siano i requisiti e per quali ruoli ci si candida. Alla fine, importa solo lo stipendio a fine mese, che si faccia il bidello o il personale amministrativo al ministero, il cancelliere in tribunale o il funzionario alla prefettura. E se il posto è lontano da casa, nessun problema: tra legge 104, anni di anzianità e carichi di famiglia, nel giro di qualche anno ti trasferiscono al tuo paese. (Leggi anche: Crisi lavoro, record inattivi in Italia)

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Jobs Act

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