Ponte Morandi e revoca concessioni Atlantia, una storia fin troppo italiana

Revoca delle concessioni autostradali per Atlantia o maxi-sanzione o anche abbassamento del pedaggio sulla rete. Il governo Conte punta a punire i Benetton, ma non per la tragedia del Ponte Morandi, bensì sul mancato salvataggio di Alitalia.

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Revoca delle concessioni autostradali per Atlantia o maxi-sanzione o anche abbassamento del pedaggio sulla rete. Il governo Conte punta a punire i Benetton, ma non per la tragedia del Ponte Morandi, bensì sul mancato salvataggio di Alitalia.

Su Atlantia si è abbattuta anche la scure di Fitch, che ne ha declassato il debito a “junk”, ossia al rating “spazzatura”. La holding della famiglia Benetton rischia più che mai la revoca delle concessioni e la contestuale modifica del contratto di concessione del 2007, con la riduzione dell’entità dell’indennizzo fissato dai 23-25 miliardi ai non più di 7 di cui si dibatte in questi giorni.

Gli azionisti della società hanno preso carta e penna e scritto alla Commissione europea, chiedendo che lo stato italiano rispetti i patti.

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Ma il governo sembra intenzionato a forzare la mano, stavolta anche il PD invoca la revoca delle concessioni dopo averla avversata per oltre un anno, definendola frutto di populismo spicciolo del precedente esecutivo “giallo-verde”. Come mai questo cambiamento di rotta? Non un ripensamento dettato dall’emergere di responsabilità specifiche in capo al concessionario e che prima erano ignote, quanto la ritorsione per la mancata operazione di salvataggio di Alitalia.

Procediamo con ordine. Il 14 agosto 2018, crolla il ponte Morandi a Genova, provocando 43 vittime. Della manutenzione avrebbe dovuto occuparsi Autostrade per l’Italia, controllata da Atlantia, che su quel tratto è concessionario. Il governo Conte, sostenuto allora da Movimento 5 Stelle e Lega, subito minaccia l’immediata revoca delle concessioni, prima ancora che la giustizia faccia il suo corso. Dall’opposizione, il PD è l’unico partito a chiedere che prima intervengano le sentenze e solo eventualmente dopo il governo decida cosa fare sulla base del contratto stipulato nel 2007.

Baratto saltato su Alitalia

Passano i mesi e il clima si stempera, come sempre accade in questi casi. Il governo si mostra più morbido verso i Benetton, trattando sottobanco prima e alla luce del sole dalla primavera scorsa il loro coinvolgimento nel salvataggio di Alitalia, essendo la famiglia di Ponzano Veneto a capo anche di Aeroporti di Roma. Fino all’ottobre scorso, il baratto sembrava cosa fatta: Atlantia avrebbe messo 300 milioni per salvare la compagnia aerea e il governo avrebbe evitato la revoca, optando magari per una sanzione.

Ma i grillini precipitano nei sondaggi e non vogliono perdere la faccia anche su questo tema assai delicato. Non avendo ricevuto alcuna garanzia sul versante delle concessioni autostradali, Atlantia si ritira dalla cordata con Fs, Tesoro e Delta Airlines con cui avrebbe iniettato denaro fresco nelle casse della compagnia.

Di lì, il diluvio. Il governo si compatta attorno a una soluzione punitiva, i toni si surriscaldano e il mercato sconta le perdite. Pochi giorni prima del “downgrade”, esattamente in data 8 gennaio, l’amministratore delegato di Aeroporti di Roma, Ugo De Carolis, vende 27.000 azioni della controllante e incassa 573.000 euro. Nessuno intende fare giustizia della tragedia di Genova, quello in corso è semplicemente un regolamento di conti tra governo e una società privata, che dopo avere beneficiato di coperture politiche per troppi anni e senza doversi preoccupare più di tanto di reinvestire parte sufficiente dei profitti per la manutenzione della rete, adesso viene punita per aver fatto saltare il banco sul salvataggio di un’altra società decotta da innumerevoli anni.

Le soluzioni rimaste sul tavolo sono tre: revoca delle concessioni e indennizzo ribassato da parte del governo per la rescissione anticipata unilaterale del contratto; maxi-sanzione con il mantenimento della concessione; abbassamento dei pedaggi autostradali quale forma risarcitoria e che farebbe non male ai consensi per il governo, trattandosi di una soluzione indubbiamente popolare tra gli automobilisti. Sembra sfumata, invece, l’ipotesi di un ingresso della Cassa depositi e prestiti in Atlantia, ma non è detta l’ultima parola. L’unica certezza che emerge da questa triste vicenda è che in Italia non esista alcun rispetto delle regole, nemmeno da parte dello stesso stato. E dall’estero trovano conferma che investire da noi comporti rischi sudamericani.

Il caso Atlantia e la fuga dei capitali dall’Italia sono legati

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