Il caso Atlantia e la fuga dei capitali dall’Italia sono legati

La minaccia di revoca delle concessioni autostradali si lega al mancato salvataggio di Alitalia da parte della famiglia Benetton. E anche le altre crisi aziendali confermano che lo stato in Italia mette in fuga gli investitori.

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La minaccia di revoca delle concessioni autostradali si lega al mancato salvataggio di Alitalia da parte della famiglia Benetton. E anche le altre crisi aziendali confermano che lo stato in Italia mette in fuga gli investitori.

Nel giro di poche settimane, le notizie negative per l’economia italiana si sono moltiplicate, quasi come se si fossero date appuntamento per la fine dell’anno. Anzitutto, l’addio di ArcelorMittal all’ex Ilva, con l’invio della lettera al Tesoro con cui i vertici del colosso indiano dell’acciaio hanno comunicato al governo la rescissione del contratto di affitto sottoscritto un anno prima. Per restare, ammesso che ancora lo vogliano, pretendono almeno 5.000 esuberi. E nel frattempo Alitalia manca la sua ennesima scadenza per la presentazione delle offerte di investitori interessati, con la conseguenza che il nuovo commissario Giuseppe Leogrande ipotizza adesso un piano di prepensionamenti per rendere più appetibile la compagnia aerea agli occhi di chi la dovrebbe comprare. E lo stato ci ha messo altri 400 milioni di prestito-ponte, portando a 1,3 miliardi l’esborso dall’aprile 2017, data del commissariamento.

Ex Ilva, il piano per rinazionalizzarla è un costo fallimento in partenza

Come se non bastasse, Unicredit annuncia maxi-tagli al personale: 8.000 esuberi nel mondo, di cui 5.500 solo in Italia entro il 2023. Non solo, la banca guidata da Jean-Pierre Mustier sta vendendo BTp e sta cercando di ridurre le esposizioni verso il sistema domestico, puntando sugli assets stranieri. Sono solo alcune delle grandi crisi aziendali in corso nel nostro Paese (quella di Unicredit è una ristrutturazione), ma la lista sarebbe ben più lunga e comprenderebbe casi come Whirpool, Mercatone Uno, Auchan, etc. Viene da chiedersi se ce l’abbiano tutti con l’Italia o se l’Italia faccia di tutto per mettere in fuga chi investe. E la risposta è la seconda.

Avete presente il caso Atlantia? La holding della famiglia Benetton controlla il 100% di Autostrade per l’Italia, responsabile della gestione del tratto in cui quel maledetto 14 agosto del 2018 crollò il Ponte Morandi a Genova, uccidendo 43 persone in transito.

Il governo Conte, allora “giallo-verde”, minacciò sin da subito la revoca delle concessioni ai fratelli di Ponzano Veneto, ma sottobanco prima e alla luce del sole un attimo dopo trattò con loro il salvataggio di Alitalia. Atlantia controlla anche AdR, Aeroporti di Roma, un asset che avrebbe interessi nell’ambito dei voli. E così, il baratto sembrò fatto: nessuna revoca, a patto che i Benetton salvino la compagnia.

Il caso Atlantia tra minacce e trattative

A novembre, Atlantia si ritira dalla cordata con Ferrovie e Delta per rilevare Alitalia, in assenza di un piano industriale chiaro. Cos’era successo? Poiché il Movimento 5 Stelle arretra nei consensi ogni giorno di più, l’esecutivo non poteva e non può picconarne ciò che resta dei voti “grillini” impegnandosi formalmente a mantenere le concessioni autostradali in cambio del salvataggio della compagnia. E i Benetton non sono nati ieri; hanno fiutato il rischio di spendere centinaia di milioni e di perdere ugualmente le autostrade. Chiunque avrebbe fatto forse lo stesso, il che non significa esentarli dalle loro eventuali responsabilità nella tragedia, ove fossero accertate dai giudici.

Prepensionamenti Alitalia, il piano del nuovo commissario lo paghiamo ancora noi

Il governo Conte, ormai “giallo-rosso”, vedendosi sfumato il piano Alitalia, ha ripreso a minacciare con toni aspri la revoca delle concessioni, anche se negli ultimi giorni, al fine di salvare capre e cavoli, avanza l’ipotesi di un ingresso della CDP in Atlantia, così che lo stato possa sostenere di avere ripreso il controllo della gestione della rete autostradale e i Benetton non perdano la loro gallina dalle uova d’oro. Tutto questo non è normale. Il capitalismo si regge sulla libertà di fare impresa e su leggi certe, quelle che sono mancate anche nel caso ex Ilva, con i 5 Stelle a pasticciare sul cosiddetto “scudo penale”, reintroducendolo e cancellandolo in appena due mesi.

La certezza del diritto è precondizione necessaria per investire, oltre a una tassazione sopportabile, a una burocrazia snella, a infrastrutture efficienti e a un quadro normativo volto a garantire la libertà d’impresa.

L’Italia dà l’idea di uno stato sudamericano, dove le leggi valgono a seconda di chi le debba rispettare e i governi di turno hanno il potere di vita e di morte su chi investe, passando sopra il rispetto delle leggi stesse. Aggiungeteci il fatto che oltre i due terzi dei profitti se ne vadano in tasse, che la giustizia sia tra le più lente nel mondo avanzato, che la burocrazia soffochi anche la sola voglia di aprire battenti e che le infrastrutture nel Meridione praticamente non esistano e capirete perché nessuno – ma proprio nessuno – voglia capirne di investire in Italia.

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