Perché l’economia cinese è un modello destinato a fallire

Il rallentamento della crescita cinese va avanti da anni e non è affatto causale, anzi risente dei piedi di argilla su cui poggia il Dragone

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Perché il modello cinese è destinato a fallire

La Cina è stata l’epicentro della pandemia tra la fine del 2019 e gli inizi del 2020, eppure la sua economia è riuscita ugualmente a crescere del 2,3% lo scorso anno, attirando le lodi del resto del mondo, dove la recessione l’ha fatta da padrona e la ripresa appare tutt’altro che in corso. Il modello cinese ci viene propinato ogni qualvolta i media ci forniscono le immagini di opere pubbliche faraoniche e portate a compimento in tempi record. Se pensate che in Italia parliamo infruttuosamente di costruire il Ponte sullo Stretto da diversi decenni, un pizzico d’invidia appare più che giustificato. Ma se vi dicessimo che questo dimostrerebbe il perché l’economia italiana sia in stagnazione ormai da trenta anni e quella cinese sia destinata a seguirne le orme?

La crescita rampante del PIL negli ultimi decenni ci ha messo in testa che la Cina stia vivendo una fase di sviluppo straordinaria. A conti fatti, non è così. Prendete il PIL pro-capite: nell’ultimo decennio è passato da 4.500 a 11.000 dollari, più che raddoppiando. Ma accadde lo stesso nelle economie oggi avanzate, USA in testa. Il PIL pro-capite americano raggiunse i livelli odierni cinesi a fine anni Settanta e per raddoppiarli ci aveva impiegato anche in quel caso un decennio. Ma con una grossa differenza: mentre assistiamo da tempo a un visibile rallentamento dell’economia del Dragone, gli americani furono capaci di continuare a raddoppiare il loro PIL pro-capite anche nel decennio successivo.

Sgombrando il campo dalla falsa idea che Pechino stia vivendo qualcosa di inconsueto per l’economia mondiale e tornando all’incipit di questo articolo, vi spieghiamo perché il suo modello sembra destinato al fallimento.

Nell’ultimo decennio, il 45% del PIL è stato composto in media da investimenti, una percentuale doppia della media occidentale. Un’apparente ottima notizia per l’economia asiatica, ma anche in questo caso siamo di fronte a una realtà ben diversa. Gli altissimi investimenti sono trainati dallo stato direttamente e tramite le società controllate. Flussi enormi di denaro vengono impiegati in progetti colossali, ma scarsamente o per nulla redditizi. Avete presenti le città fantasma? Trattasi di sterminate aree urbane costruite soprattutto nell’ultimo decennio e rimaste del tutto vuote per assenza di domanda di immobili da parte dei cinesi.

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Modello cinese strutturalmente inefficiente

Stando ai dati OCSE di qualche anno fa, le imprese pubbliche sarebbero indebitate per il 130% del PIL, quasi la metà dell’intero indebitamento nazionale (imprese, stato e famiglie). I loro assets incidono oggi per circa il 55% del PIL, in crescita del 27% rispetto al 2007. In pratica, la mano pubblica non sta affatto venendo meno, anzi sta accentuandosi in Cina. E se questo è stato un fattore di forza nei decenni passati, adesso si mostra essere un limite quasi invalicabile per il prosieguo dei tassi di crescita vigorosi. In effetti, il capitalismo non è compatibile con le strutture istituzionali della dittatura comunista e questa ambiguità rappresenta la principale fonte di rischio per la caduta nella cosiddetta “trappola delle economie a medio reddito”.

Di cosa parliamo nello specifico? In Cina, non esiste la libertà del mercato come la intendiamo noi. Un’impresa non può scegliere quanto e cosa produrre in piena autonomia, specie se pubblica. Ad esempio, quando nel 2015 emerse lampante la crisi di sovrapproduzione dell’acciaio, Pechino ordinò alla sua industria siderurgica di mantenere i livelli di offerta e di esportare all’estero l’invenduto. Questa strategia provocò il collasso dei prezzi dell’acciaio e l’amministrazione Obama reagì alla fine di quell’anno con l’imposizione di dazi a tre cifre contro la concorrenza sleale cinese.

Gli stessi investimenti spropositati sono figli di questa visione, tesa a conciliare le ragioni dell’economia con la pace sociale. Pur di tenere occupata una percentuale quanto più alta della popolazione, il governo cinese accentua i suoi investimenti per la costruzione spesso di opere inutili. Dunque, quantità enormi di risorse vengono impiegate non per creare ricchezza, bensì per ragioni socio-politiche (molti governatori locali cercano di mettersi in mostra davanti al potere centrale, lanciandosi in infrastrutture che sfiorano il senso del ridicolo), finendo con il rallentare il tasso di crescita dell’intera economia. Lo dimostra la scarsa dimensione del mercato domestico. I consumi delle famiglie incidono per meno del 40% del PIL, quando negli USA sfiorano il 70% e in Europa si attestano a metà strada, in area 55-60%.

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Perché i cinesi consumano poco? Perché sono costrette a risparmiare tanto. Perché? I loro risparmi non generano rendimenti soddisfacenti, a causa delle pesanti restrizioni imposte dal governo ai movimenti dei capitali. A dire il vero, neppure la mobilità delle persone è libera, tant’è che gli spostamenti dalle campagne alle città sono contingentati e ciò costringe decine di milioni di persone a restare occupate in settori poco produttivi e dove guadagnano poco. Lo vediamo spesso con le società di calcio. Suning probabilmente sarà costretto a vendere l’Inter dopo che da Pechino è arrivata una velina, nella quale si ordina agli imprenditori di liberarsi dei business “secondari”. E lo sport non è certo una necessità per la nomenklatura cinese. Ma se puoi investire solo dove vuole lo stato e questi pretende che tu lo faccia in settori non redditizi, di fatto finisci per non investire. E così, lo stato supplisce agli investimenti privati con ulteriori investimenti pubblici sempre meno redditizi, sperperando risorse e rallentando i ritmi di crescita.

Non è un caso che la Cina stia puntando tutto sul “Road and Belt Initiative”, ribattezzata “la Nuova Via della Seta“. Si tratta di un progetto di connessione commerciale e infrastrutturale tra la Cina e una cinquantina di altri stati asiatici e che punta a ricreare idealmente quella via che nell’antichità permetteva all’Europa di raggiungere l’Estremo Oriente e viceversa. Una valvola di sfogo per sfuggire alle ridotte dimensioni del mercato interno, ma che riproporrebbe tutte le inefficienze su scala mondiale: costruire opere per vendere merci cinesi all’estero, le quali non riescono ad essere oggi piazzate per l’incapacità delle aziende di produrre ciò che effettivamente richiede la domanda.

Queste carenze non potranno essere sopperite dagli investimenti stranieri, perché l’assetto istituzionale cinese non lo consente. Non dimentichiamo mai che si tratta di una dittatura comunista e come qualsiasi dittatura controlla il potere giudiziario e le agenzie che dovrebbero sorvegliare sulla trasparenza del mercato. Di fatto, tutti sappiamo che nessun giudice applicherebbe la legge a favore di un cittadino straniero in una controversia contro un cittadino cinese, né a favore di un cinese qualsiasi contro un esponente dell’élite. Per questo, gli investimenti stranieri restano limitati alle joint venture delle multinazionali e alle indicazioni provenienti dal governo, così come quelli domestici stessi non decollano per via della sfiducia verso la tutela del capitale da possibili azioni di terzi. In sostanza, manca lo stato di diritto. E se questa condizione finora ha spronato la crescita cinese, sopprimendo diritti sindacali, tutela dell’ambiente e favorendo gli atti d’imperio dello stato ai danni dei diritti individuali (espropri di terreni e fabbricati, in primis), d’ora in avanti non consentirà all’economia di continuare a crescere ai ritmi passati. Anzi, per la Cina si prospetta la permanenza nella fascia di reddito medio. Potrà sorpassare il PIL nominale USA da qui a pochi anni, ma resta il fatto che un americano medio continuerà a guadagnare un multiplo di un collega cinese. Oggi, il rapporto è di quasi 6 a 1.

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