Commercio mondiale, crescita dimezzata e a rischio non è solo l’economia cinese

Il commercio mondiale rallenta e oggi incide molto meno sulla crescita globale, rispetto agli anni pre-crisi. Ma cosa sta succedendo? E questa direzione comporta rischi?

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Il commercio mondiale rallenta e oggi incide molto meno sulla crescita globale, rispetto agli anni pre-crisi. Ma cosa sta succedendo? E questa direzione comporta rischi?

In un report, la BCE ha chiarito come dovremmo abituarci a un nuovo equilibrio globale, caratterizzato da una crescita a minore intensità di interscambi commerciali tra i paesi. Che il commercio mondiale non stesse in ottima salute ce lo ha reso esplicito il fallimento della sudcoreana Hanjin, una delle compagnie navali per il trasporto delle merci più importanti al mondo, che pochi giorni fa ha dovuto portare i libri in tribunale, a causa della crisi che affligge il settore, oltre che per ragioni interne.

I dati della stessa BCE evidenziano l’importanza calante dell’interscambio commerciale sulla crescita globale. Tra il 1995 e il 2007, a fronte di un tasso di crescita dell’economia mondiale mediamente di oltre il 4% all’anno, le importazioni complessive sono aumentate al ritmo annuale di quasi l’8%. Poi, è arrivata la crisi finanziaria del 2008, che ha stravolto il panorama. E così, lo scorso anno, l’economia globale è cresciuta poco oltre il 3%, ma le importazioni di appena superiori allo 0,5%. E Francoforte stima un andamento simile anche per quest’anno.

Dimezzato il commercio mondiale

Calcoli alla mano, nel periodo 1995-2007, il commercio mondiale si è espanso mediamente di 1,8 volte in più della crescita globale, mentre adesso siamo a un rapporto di 0,9, che dovrebbe stabilizzarsi intorno all’unità. Qual è il significato di un tale dato? La crescita economica è sempre meno trainata dall’interscambio nel pianeta, anche perché hanno assunto un peso maggiore nell’economia mondiale i paesi emergenti, che sono caratterizzati da un minore interscambio con il resto del mondo.

L’economia cinese è stata trainata dal boom delle esportazioni dagli inizi degli anni Ottanta fino all’ingresso nel WTO nel 2001, con tassi di crescita di queste ultime del 15% all’anno.

Nel 2007, ultimo anno prima della crisi finanziaria globale, la Cina ha registrato un surplus corrente pari al 10% del suo pil, quasi esclusivamente grazie all’enorme avanzo commerciale. Adesso, il saldo resta positivo del 2-3%, anche se Pechino è riuscita ad accumulare nel tempo riserve per oltre 3.000 miliardi di dollari.

 

 

Crescita commercio mondiale si riflette su Cina

Il rallentamento del commercio mondiale è conseguenza e causa al contempo del minore tasso di crescita cinese. Quando il resto del pianeta aumenta meno che in passato o riduce le importazioni dalla Cina, la crescita del pil del Dragone asiatico diminuisce e a sua volta si riflette in minori importazioni di merci e servizi dal resto del mondo. Insomma, il classico cane che si morde la coda.

Ma le dinamiche del commercio mondiale potrebbero essere conseguenza di un cambio di approccio al tema dell’interscambio da parte di alcuni tra i più importanti governi del pianeta, gli stessi che nei decenni scorsi hanno sostenuto con forza la necessità di abbattere le barriere doganali e non tariffarie per fare crescere l’intera economia mondiale, salvo indietreggiare in questi ultimi tempi virando verso una tendenza più protezionistica, una volta accortisi che la competizione internazionale, senza più la presenza di blocchi geo-politici, comporta la necessità di fare riforme, di stare al passo con i tempi e di rimuovere alcune certezze e garanzie del recente passato.

Entrambi i candidati alla Casa Bianca, Donald Trump e Hillary Clinton (leggi anche: Trump o Clinton, dollaro e Cina prossime vittime), segnalano di volere imporre restrizioni agli accordi commerciali tra gli USA e, in particolare, l’Asia, mettendo a repentaglio il Trans-Pacific Partnership, un’intesa storica, raggiunta formalmente solo un anno fa tra 12 paesi del Pacifico, tra cui gli USA. Il rischio è che la chiusura progressiva delle frontiere commerciali porti a una situazione non dissimile da quella sperimentata negli anni della Grande Depressione, quando i governi reagirono alla crisi imponendo dazi e rendendo impossibili le importazioni, finendo con l’aggravarla piuttosto nettamente.

 

 

 

Commercio mondiale offre benefici a tutti i partecipanti

Il commercio mondiale non è, infatti, un cruccio di qualche pensatore neo-liberista, ma il viatico migliore per ottenere una crescita complessiva dell’economia del pianeta (la torta si espande) e con benefici per tutti i partecipanti. Ne guadagnano i consumatori, godendo di beni e servizi a costi inferiori; le imprese, potendo esportare all’estero; gli stessi lavoratori, potendosi spostare laddove si viene meglio retribuiti; i capitali, che vengono impiegati dove riescono ad essere più produttivi.

E’ molto probabile, aldilà delle considerazioni sopra esposte, che alla base del rallentamento della crescita del commercio mondiale vi è il minore boom dell’import-export, che negli anni Ottanta e Novanta fu reso possibile dalla rimozione delle barriere tra i vari paesi del pianeta. Oggi, tali condizioni sono acquisite e, pertanto, la crescita dei commerci risente forse maggiormente delle dinamiche legate alla capacità di reddito dei consumatori in ciascun paese.

 

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