MES, Recovery Fund, QE: l’Italia di Conte isolata e accerchiata in Europa

L'accordo in UE sulle misure anti-crisi si allontana. Le posizioni del Nord Europa diventano più rigide e ieri dalla Germania è arrivata una sentenza negativa per il debito pubblico italiano.

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L'accordo in UE sulle misure anti-crisi si allontana. Le posizioni del Nord Europa diventano più rigide e ieri dalla Germania è arrivata una sentenza negativa per il debito pubblico italiano.

La strada per un accordo europeo contro la crisi si fa tutta in salita. Le posizioni tra Nord e Sud Europa si allontanano e per l’Italia non promette di buono, in vista dell’Eurogruppo di questo venerdì. In teoria, oggi si sarebbe dovuta tenere la teleconferenza dei capi di stato e di governo dell’Eurozona, i quali avrebbero dovuto esaminare il piano della Commissione europea sul “Recovery Fund” proposto dalla Francia e appoggiato da Italia e Spagna. Ma Bruxelles si prende qualche altra settimana di tempo, spia di un’intesa anche in questo caso tutt’altro che vicina.

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Sul fondo per la ripresa, si dibatte riguardo a entità, modalità di reperimento delle risorse e della loro erogazione. Tedeschi e olandesi, in primis, vorrebbero che fosse sui 500 miliardi, ricavati da risorse del bilancio comunitario e distribuiti tra gli stati attraverso prestiti. Francia e Italia sono gli esponenti di spicco di chi vorrebbe che i fondi arrivassero a 1.500 miliardi, che venissero reperiti attraverso emissioni di bond sovranazionali (debito in comune) ed elargiti in buona parte a fondo perduto, per il resto a lungo termine e tassi molto bassi.

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Non si tratta di disquisizioni tecniche, perché nel caso in cui prevalesse la linea tedesco-olandese, il fondo non sarebbe altro che un bilancio UE potenziato e ad alimentarlo dovrebbero essere perlopiù gli stessi stati con versamenti nazionali. Ad esempio, l’Italia dovrebbe emettere debito sul mercato per versare i maggiori contributi alla UE e farseli prestare, in tutto o in parte. Non avrebbe senso, né efficacia, dato che, quand’anche fossero 1.500 miliardi, queste risorse extra verrebbero spalmate sui prossimi 7 anni e, almeno in parte, andrebbero a discapito di altre voci di spesa, come l’agricoltura.

E si riapre il mai sopito, a dire il vero, fronte del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). Il ministro delle Finanze olandese, Woepke Hoekstra, ha inoltrato al Parlamento una bozza, nella quale fissa le condizioni per il suo assenso a un accordo europeo sull’utilizzo dei fondi erogati dall’ente per fronteggiare la pandemia. Anzitutto, questi fondi dovranno essere vincolati alla crisi sanitaria e dovranno durare non più dell’emergenza. Inoltre, i prestiti limitati al 2% del pil del paese richiedente dovranno essere di breve durata, perché il ministro spiega che i tassi di mercato siano oggi assai bassi, per cui i governi sarebbero tutti in grado di restituire i prestiti in pochi anni.

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Non è finita. Qui, si passa alla vera criticità della proposta olandese: gli stati che chiedono aiuto al MES contro l’emergenza Coronavirus dovranno essere sottoposti a un’analisi preventiva sulla sostenibilità dei loro debiti e sottoposti a monitoraggio sull’utilizzo di tali prestiti. Infine, i tassi d’interesse applicati non dovranno essere troppo bassi, a differenza di quanto proposto dal direttore generale del MES, Klaus Regling, secondo cui bisognerebbe valutare l’opportunità di fissarli a livelli inferiori di quelli sinora imposti sui prestiti erogati. L’Aja riconosce la necessità di contenerli, ma non a livelli inferiori ai costi sostenuti dallo stesso MES per raccogliere i capitali necessari alla provvista finanziaria.

Salta la copertura BCE?

Infine, ieri è arrivata una mazzata dalla Corte Costituzionale tedesca, che salva sì il “quantitative easing” della BCE, ma fissando un ultimatum di tre mesi all’istituto guidato da Christine Lagarde, affinché ne chiarisca i limiti per ottemperare al principio di “proporzionalità”, senza il quale gli stimoli monetari diverrebbero incompatibili con la Carta fondamentale della Germania, precludendo la possibilità alla Bundesbank di proseguire la sua partecipazione al programma di acquisti.

Inoltre, i giudici hanno preteso che la Bundesbank si accerti che in futuro, quando le condizioni lo consentiranno, la BCE venda i titoli in pancia per dimagrire il suo bilancio.

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Il quadro che è emerso in pochi giorni appare allarmante per l’Italia. Né la politica fiscale, né quella monetaria rischiano di muoversi nella direzione sperata, quando siamo in piena crisi economica, con il pil al collasso e il deficit che corre verso la doppia cifra percentuale. Il premier Giuseppe Conte si troverà a trattare, insieme al suo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, partendo da un MES condizionato persino per gli aiuti sanitari e da un Recovery Fund che rischia di rivelarsi un bluff, se non un vero e proprio boomerang. Gli aiuti arriverebbero, infatti, forse non prima di alcuni mesi o, addirittura, dal gennaio prossimo e verrebbero spalmati lungo un settennato. E se fino a ieri confidavamo almeno in una copertura implicita della BCE per le nostre emissioni di debito pubblico, adesso sappiamo che anche questa certezza potrebbe scemare nelle prossime settimane.

Il quadro d’insieme per l’Italia si aggrava, come segnala il balzo dei rendimenti italiani dopo la sentenza tedesca. I decennali sono tornati a puntare la soglia del 2%, mentre lo spread BTp-Bund a 10 anni si è portato nei pressi dei 250 punti base. Nel frattempo, anche il cambio euro-dollaro perdeva circa mezzo punto percentuale, scendendo ai minimi dal 29 aprile. Sono tutti segnali che le cose starebbero andando nella direzione sbagliata. E senza idee chiare e una posizione di “ricatto” sul piano negoziale, Conte rischia di uscire dai prossimi vertici europei da perdente assoluto su tutta la linea, oltre che da capro espiatorio in patria.

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