Consiglio europeo flop: ecco la tecnica della Germania per costringerci al MES

La riunione dei capi di stato e di governo in videoconferenza non ha trovato un accordo sul punto chiave dell'incontro: il "Recovery Fund". Germania e Austria stanno cercando di spingere gli stati del Sud Europa a chiedere aiuto al MES.

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La riunione dei capi di stato e di governo in videoconferenza non ha trovato un accordo sul punto chiave dell'incontro: il

Il Consiglio europeo di ieri era attesissimo, ma ci aveva pensato da giorni la Germania a raffreddare le aspettative, indicando la natura interlocutoria della riunione tra i capi di stato e di governo dell’Eurozona, al termine della quale i commenti sono stati affidati al presidente Charles Michel, non certo una figura chiave sul piano politico continentale. Come da attese, è stato trovato un accordo sul SURE, sugli aiuti della BEI e pure su quelli incondizionati del MES, questi ultimi legati all’emergenza sanitaria. Sul “Recovery Fund” invocato dalla Francia e sostenuto anche da Italia e Spagna, se ne parlerà a inizio giugno. La proposta è stata inviata alla Commissione UE, che se ne occuperà per i dettagli tecnici. Nel frattempo, riunione aggiornata al 6 maggio, data non casuale, come vedremo.

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Perché il vertice è stato un flop, sebbene il premier Giuseppe Conte lo stia spacciando da ieri sera come una vittoria? Anzitutto, la stessa durata esigua della sua conferenza stampa, in contrapposizione a quelle fiume delle ultime settimane, vi dovrebbe mettere in allerta sulla portata del “successo”. Sul fondo, ammette Michel, esistono contrapposizioni tra paesi, confermate sia dal presidente francese Emmanuel Macron, sia dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

I nodi controversi sono essenzialmente tre: entità, natura degli aiuti e risorse per finanziarlo. L’Italia ha chiesto che sia di 1.500 miliardi di euro, ma alla vigilia della riunione si era parlato di appena 320 miliardi. Inoltre, insieme alla Francia il nostro governo vorrebbe che i prestiti che il fondo erogherebbe fossero a fondo perduto, se non tutti, almeno per la gran parte.

Al contrario, Germania, Austria e Olanda sono per prestiti con obbligo di restituzione. La differenza non è di poco conto. Aiuti a fondo perduto significano erogazioni che non vanno ad incrementare i debiti pubblici nazionali, mentre nel secondo caso farebbero ugualmente salire le passività dei singoli stati.

Il nodo del bilancio UE

La stessa entità del fondo non sarebbe secondaria. I 1.500 miliardi chiesti dall’Italia consentirebbero a ciascuno stato dell’area in difficoltà finanziarie di accedervi per un importo congruo, sganciandosi dalla dipendenza verso i mercati nel breve periodo. Roma avrebbe modo di finanziare l’altissimo deficit per quest’anno, atteso nell’ordine di non meno di 150 miliardi. Infine, come verrebbe finanziato il fondo? La linea italo-francese sarebbe tramite emissioni di bond perpetui, verosimilmente acquistati in un secondo momento dalla BCE. Viceversa, quella tedesco-olandese vede in ciò il rischio di una mutualizzazione dei debiti nell’area e vorrebbe che le risorse fossero trovate tra le pieghe del bilancio comunitario, eventualmente quasi raddoppiato nelle sue dimensioni.

Questa seconda opzione per l’Italia rappresenterebbe una vittoria di Pirro. Il bilancio UE viene alimentato dai versamenti dei 27 stati membri, per cui utilizzarlo per erogare aiuti significherebbe sottrarre risorse ad altre voci di spesa, come l’agricoltura, ancora preponderante. Ma se così fosse, da una parte i soldi entrerebbero dalla porta, dall’altra uscirebbero dalla finestra. Il potenziamento del bilancio, invece, avrebbe come esito concreto l’aumento degli esborsi a carico di tutti gli stati, Italia compresa. E ciò avverrebbe aumentando la raccolta dei capitali sui mercati, cioè a debito, accrescendo peraltro la pressione sul Tesoro.

Forse, non è un caso che alla fine della non lunga videoconferenza di ieri sia emersa un’espressione magica, che da sempre accompagna in Europa la previsione di maxi-stanziamenti: finanziamenti “a leva”. Un modo per dire che verrebbero stanziate relativamente poche risorse, ma potenzialmente capaci di mobilitarne per un multiplo. E la storia sia europea che delle singole nazioni dimostra che la leva, per ragioni di credibilità dei vari piani e di burocrazia, funziona assai poco per contrastare le crisi.

Lo spettro del MES

Italia uscita sconfitta, ma apparentemente insieme alla Francia. Da notare, come avvertivamo all’inizio, che la prossima riunione del Consiglio si terrà il 6 maggio, cioè il giorno successivo alla sentenza della Corte Costituzionale tedesca sul “quantitative easing”. Difficile che vi sarà una bocciatura, ma probabile che i giudici di Karlsruhe ribadiscano e rimarchino le condizioni che consentano alla Germania di partecipare ai programmi varati nell’Eurozona, ossia limitatezza delle risorse impiegate e assenza di condivisione di rischi e oneri. La cancelliera avrebbe buon gioco nel mettere i partner dinnanzi al fatto compiuto: o accettate la mia versione del “Recovery Fund” o per legge vi dovrò dire “nein”. Scordiamoci il fondo perduto, le migliaia di miliardi di aiuti ed emissioni di bond perpetui.

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Infine, il fondo decollerà con ogni probabilità troppo tardi. A giugno, verrebbe messo a punto, ma essendo legato al bilancio comunitario, la sua riformulazione entrerebbe in vigore dal 2021. E a noi gli aiuti servirebbero già nelle prossime settimane, perché la crisi è adesso. Voi pensate che la Germania sia così stupida da non sapere che si tratti di un’emergenza e che, in quanto tale, presupponga una risposta immediata? La tecnica dilatoria portata avanti con i cugini olandesi non sembra casuale. Per Berlino e L’Aia, i meccanismi per sostenere le economie in crisi vi sono già e sono quelli decisi ieri. Le imprese verranno aiutate dalla BEI, i disoccupati riceverebbero conforto dal SURE e gli stati dal MES. In tutti i casi, tramite prestiti, non aiuti incondizionati e/o a fondo perduto.

I tedeschi puntano essenzialmente a perdere tempo per costringere Italia, Spagna e finanche la Francia a chiedere assistenza al MES, data l’assenza di alternative. Da qui a maggio/giugno, formalmente reciteranno il ruolo dell’amico interessato a trovare un compromesso che metta tutti d’accordo, mediando tra le posizioni dei “falchi” del nord e quelle delle “cicale” del sud, ma nei fatti ponendosi come unico obiettivo di rendere inevitabile il ricorso al MES.

E stavolta nel sacco vorranno metterci pure gli alleati francesi, anche se la prima vittima di questo gioco saremmo noi italiani. E il primo passo sarà ingolosirci con i 36 miliardi di aiuti legati alla sanità e senza condizioni. Una volta presi, per i mercati sarebbe fatta e le “locuste della speculazione” verrebbero sprigionate senza più alcun contenimento.

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