Melegatti non mangia la colomba a Pasqua, fallimento vicino: la solidarietà non basta

Melegatti non arriverà a Pasqua. Il fondo maltese lascia e la produzione di colombe non può partire. Chiesta la cassa integrazione per i dipendenti.

di , pubblicato il
Melegatti non arriverà a Pasqua. Il fondo maltese lascia e la produzione di colombe non può partire. Chiesta la cassa integrazione per i dipendenti.

Non c’è pace per la settantina di dipendenti Melegatti dello stabilimento di San Giovanni Lupatoto e di quello inaugurato meno di un anno fa e mai attivato di San Martino Buon Albergo, entrambi siti in provincia di Verona. Dopo avere salvato la campagna natalizia in extremis, la società molto difficilmente ce la farebbe stavolta ad arrivare a Pasqua. La produzione delle colombe non è nemmeno iniziata, quando mancano meno di due mesi alla festività. Il ritardo dipende dal mancato accordo con il fondo maltese Abalone, che aveva reso possibile la produzione di panettoni e pandori tra novembre e dicembre, quando ne sono stati sfornati oltre 1,5 milioni di pezzi, grazie agli 850.000 euro di liquidità messi a disposizioni su complessivi 6 milioni stanziati. Tuttavia, non si è andati oltre l’anticipo e la crisi di liquidità della Melegatti è tornata fortissima. (Leggi anche: La favola di Natale Melegatti è inventata, l’incapacità dei dirigenti reale)

Il fondo aveva chiesto ai soci, ai legali e ai commissari della società di firmare l’accordo entro il 31 gennaio per fare partire la produzione in vista della Pasqua, ma dal Tribunale di Verona è arrivata qualche giorno fa una bocciatura dell’operato di Abalone, che non avendo rispettato gli impegni assunti a novembre, starebbe creando problemi alla continuità aziendale. Le sigle sindacali hanno indetto lo sciopero ad oltranza, settimana scorsa, vedendo a rischio gli stipendi di gennaio e, soprattutto, la sopravvivenza dell’azienda.

Chiesta cassa integrazione per dipendenti

E adesso, infatti, lo scenario si fa cupissimo per l’ad Emanuela Perazzoli, che dopo l’abbandono del fondo maltese, ha chiesto la cassa integrazione per i lavoratori che non hanno scioperato e fino a un massimo di 13 settimane, il limite consentito dalla normativa.

C’è tempo fino al 23 febbraio per prospettare ai giudici scaligeri una soluzione alternativa, altrimenti non resta che prendere atto di quanto già era emerso appena tre mesi fa, ossia che la Melegatti è un’azienda decotta e destinata al fallimento. (Leggi anche: Storico marchio Melegatti rischia di scomparire dalle nostre tavole)

Si sta muovendo anche la Regione Veneto per evitare la chiusura dello storico marchio dolciario italiano, ma senza un partner industriale che inietti liquidità immediata e che punti all’attivazione dello stabilimento di San Martino Buon Albergo per la produzione di dolci continuativi, ovvero non legati solamente alle ricorrenze festive, resta pressoché impossibile salvare l’azienda, che annuncia la richiesta di risarcimento dei danni al fondo Abalone, il quale dal canto suo si trincera in un laconico “no comment”.

Fallimento Melegatti davvero vicino

E dire che a metà gennaio si era fatto avanti la locale società dolciaria Dal Colle, rilevando il 30% della quota di Open Capital, il veicolo di Abalone per finanziare la Melegatti. Con un fatturato annuo di 50 milioni, di cui il 60% grazie a prodotti continuativi a marchio proprio e non, l’ingresso di Dal Colle aveva fatto sperare. Così come la speranza si era riaccesa prima del Natale con la campagna social di solidarietà verso lo storico marchio. Tra i consumatori il tam tam “compra Melegatti” si era diffuso a macchia d’olio grazie alla rete e gli impianti avevano potuto tornare a funzionare per alcune settimane. Tutto bene finché è durato. Con le azioni del buon samaritano non si va avanti a lungo e, purtroppo, avevamo messo in guardia dalla trappola della “favola” di Natale, che va benissimo per qualche pellicola hollywoodiana, non nella realtà.

La Melegatti è stata mal gestita, resta un’azienda dai fondamentali sani, nel senso che il suo business tira, mentre le finanze piangono. L’alternativa al fallimento sarebbe la cessione a una società già attiva nel settore dolciario e la realtà veronese offrirebbe numerose opportunità, in tal senso.

Eppure, non sembrano queste le intenzioni dei vertici aziendali, ragione per cui il fallimento potrebbe davvero arrivare da qui alle prossime tre settimane. La politica, sotto elezioni, farà la sua sceneggiata, ma servirà ancor meno della solidarietà dei consumatori di fine 2017. (Leggi anche: Melegatti, cosa c’è dietro la solidarietà?)

[email protected]

 

Argomenti: ,