Melegatti: la corsa al Pandoro non basta, ma cosa c’è dietro alla solidarietà?

I lavoratori della Melegatti tornano in cassa integrazione, nonostante la mobilitazione social per salvare l'azienda abbia avuto successo. Ma a cosa è dovuta davvero questa corsa alla solidarietà?

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I lavoratori della Melegatti tornano in cassa integrazione, nonostante la mobilitazione social per salvare l'azienda abbia avuto successo. Ma a cosa è dovuta davvero questa corsa alla solidarietà?

Non è bastata la mobilitazione social a sostegno della storica azienda veronese Melegatti, i cui managers si sono trovati costretti a chiedere nuovamente la cassa integrazione per i 90 dipendenti dello stabilimento di San Giovanni Lupatoto. I sindacati si mostrano delusi, ma non sorpresi, perché la decisione rientra negli accordi presi con il Tribunale, il quale ha dato il suo assenso al piano redatto per il salvataggio aziendale, ma non può permettere che i beni siano venduti a prezzi ridotti.

E paradossalmente, gli 1,5 milioni di ordini di Pandoro, grazie alla solidarietà mostrata da ogni angolo d’Italia dai consumatori per salvare le decine di posti di lavoro e un marchio dolciario storico del nostro Paese, a causa dei ritardi nella produzione non potranno giungere in tempo sulle tavole degli italiani prima di Natale, con la conseguenza che dovrebbero essere perlopiù venduti nei giorni successivi, a prezzi stracciati e, quindi, senza alcuna garanzia che traducano in effettivo ossigeno per le casse aziendali. (Leggi anche: Melegatti, fermata produzione di pandori e panettoni)

Ma per fortuna non sembra essere giunta la parola fine per Melegatti, che dovrà provare dall’Epifania in poi di essere in grado di rimettersi in carreggiata per la campagna pasquale. Non ci troviamo, infatti, dinnanzi a un’azienda incapace di reggere le sfide del mercato. Anzi, proprio con l’esplosione della crisi, il mercato sta reagendo persino aldilà delle più ottimistiche aspettative pur di impedire che il destino si porti via un pezzo della tradizione tricolore. La società è rimasta vittima di una pessima gestione, frutto di litigi tra i soci che l’hanno rilevata un decennio fa e di ritardi nell’avvio della produzione del nuovo stabilimento di San Martino Buon Albergo, aperto solamente all’inizio di quest’anno tra i migliori auspici.

Il tam tam sui social “Compra un Pandoro Melegatti” non è stato inefficace in sé, anche se ha mostrato tutti i limiti di una lotta contro il tempo, che si è scontrata con un assetto organizzativo evidentemente fallace. Ma cosa ci insegna questa gara di solidarietà per salvare i posti di lavoro dei dipendenti di Verona? La risposta più immediata sarebbe che ci troviamo in presenza di un sostegno nazionale a beneficio di un marchio storico, a un comportamento volutamente irrazionale, ma teso a salvaguardare quello che verrebbe percepito al momento quale bene superiore da parte del consumatore, ovvero la sopravvivenza di Melegatti e il destino dei suoi lavoratori.

Solidarietà grazie solo ai social?

Sì, perché di comportamento irrazionale si tratterebbe, nel senso che la scienza economica ci insegna che le scelte del consumatore si baserebbero sul prezzo e sul suo rapporto con la qualità. Non solo. Comprare un Pandoro Melegatti significa anche non comprarne un altro di una società concorrente, ovvero si metterebbero, pur involontariamente, a rischio posti di lavoro di altre aziende, beffati dall’essere stati alle dipendenze di managers più efficienti. Uno dei tanti paradossi di una gara di solidarietà.

C’è un’altra risposta alla domanda di cui sopra. La campagna pro-Melegatti e, soprattutto, il grande riscontro che essa ha avuto sarebbero frutto dei nostri giorni? Sarebbe accaduto qualcosa di simile un decennio fa? Il sospetto è che da un lato gli italiani hanno potuto esprimere la loro solidarietà grazie alla nuova era social, in cui rispetto al passato risulta molto più facile veicolare un messaggio. Nel 2007, ad esempio, quando Facebook era uno sconosciuto, in pochi avrebbero appreso della campagna, forse persino dei guai finanziari di Melegatti e le adesioni sarebbero state basse. Ma se il successo dell’iniziativa fosse dovuto alla precarietà percepita tra le famiglie della loro posizione economica? (Leggi anche: Melegatti potrebbe essere salvata dai social)

Siamo impauriti come italiani?

In un certo senso, la solidarietà scatta sempre quando ci si identifica con l’oggetto delle nostre buone azioni. Decidiamo di finanziare la ricerca contro una determinata malattia perché nel nostro inconscio temiamo di rimanerne vittima. Diamo soldi a un barbone per paura, sotto sotto, che un giorno possa accadere persino a noi. E allora, perché abbiamo aiutato la Melegatti a rimettersi in piedi, pur se l’obiettivo è stato in sé mancato, almeno ad oggi? Forse, perché ci identifichiamo con i suoi dipendenti, perché sappiamo che la crisi dall’Italia non se n’è mai andata, che i nostri posti di lavoro siano meno stabili di quanto appaiano e che siamo diventati troppo piccoli come nazione per resistere ai colossi internazionali, che con un (nostro) clic spazzano via miliardi di fatturato di piccole e medie aziende italiane.

Non a caso, abbiamo posto la domanda su come ci saremmo comportati dinnanzi al medesimo caso un decennio fa, ovvero non soltanto prima dell’avvento dei social, bensì pure della crisi economica e finanziaria, successivamente alla quale abbiamo preso consapevolezza della nostra difficoltà come sistema-Paese a reggere la sfida della globalizzazione. E allora, se fosse vero quest’ultimo concetto (ed è almeno parzialmente vero), la solidarietà verso i dipendenti Melegatti sarebbe la spia di un incubo che serpeggia tra milioni di famiglie, quello di ritrovarsi senza un lavoro e senza prospettive credibili per il futuro. Stando così le cose, la campagna in sé è stata alquanto lodevole, ma segnalerebbe una fragile condizione psicologica di massa. (Leggi anche: Natale senza Pandoro Melegatti, storico marchio rischia di scomparire)

 

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