Licenziamenti ex Ilva per 5.000 lavoratori, ‘scudo’ penale ed elezioni in Puglia

Il vertice di mercoledì sera tra ArcelorMittal e il premier Conte non è andato bene. L'azienda chiede 5,000 esuberi per i lavoratori dell'ex Ilva e il governo apre allo "scudo" penale, ma si scontra con i calcoli elettorali dei 5 Stelle in Puglia.

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Il vertice di mercoledì sera tra ArcelorMittal e il premier Conte non è andato bene. L'azienda chiede 5,000 esuberi per i lavoratori dell'ex Ilva e il governo apre allo

Il vertice di mercoledì sera tra il premier Giuseppe Conte e i vertici di ArcelorMittal a Palazzo Chigi è andato male. Il colosso indiano dell’acciaio ha confermato la volontà di lasciare gli impianti italiani dell’ex Ilva per la mancata garanzia del cosiddetto “scudo” penale sui reati ambientali, cioè quell’immunità che consentirebbe ai suoi dirigenti di lavorare serenamente per qualche anno, il tempo necessario per effettuare gli interventi utili al disinquinamento.

Ma se il governo apre sul punto, dicendosi persino pronto a varare un decreto legge per ripristinare l’immunità, c’è il nodo dei 5.000 esuberi messi sul piatto dall’azienda. In pratica, quasi un lavoratore su due dell’ex Ilva verrebbe licenziato.

ArcelorMittal fugge dall’Ilva, zampino dei 5 Stelle e per Taranto è una bomba sociale

“Inaccettabile” è la risposta di Conte, il quale sostiene che l’Italia sia un paese serio e non possa accettare le condizioni poste da una controparte che non rispetta gli accordi contrattuali a suo tempo assunti. E’ evidente che la materia sia terribilmente politica. Un po’ come la TAV a fine luglio fu la goccia che fece traboccare il vaso, portando qualche giorno dopo il leader della Lega a staccare la spina al governo “giallo-verde”, anche stavolta la maggioranza “giallo-rossa” rischia di andare in frantumi, quando già è divisa praticamente su tutto.

Il nodo dei nodi si chiama Puglia. Nella sola città di Taranto risulta occupato l’80% della forza lavoro dell’ex Ilva. E’ qui che si combatte la battaglia per tenere in vita l’azienda e per trovare quel giusto equilibrio tra diritti dei lavoratori e difesa dell’ambiente. E’ qui che il Movimento 5 Stelle si gioca le sue ultime carte per non morire. E nemmeno farlo apposta, tra pochi mesi in Puglia si tengono le elezioni regionali. Il premier stesso non può fare brutta figura, dato che è originario della provincia di Foggia. Ma egli si scontra con un’altra pugliese, la sua ex ministro per il Sud, Barbara Lezzi, che guida il drappello dei parlamentari pentastellati duri e puri, ostili alla reintroduzione dello scudo penale.

Governo traballa sulla Puglia di Conte e Lezzi

E’ stata proprio la Lezzi ad avere ingaggiato nelle scorse settimane la battaglia in Parlamento per opporsi all’immunità per i dirigenti di ArcelorMittal, garantita con decreto agostano dal suo allora ministro per lo Sviluppo economico, Luigi Di Maio. La donna è stata duramente contestata in casa nei mesi scorsi, accusata dai pugliesi di aver tradito le promesse sull’ex Ilva e sulla cosiddetta TAP, il gasdotto che passerà proprio dalla Puglia. E il suo nome sarebbe il più papabile per la corsa a governatore per i 5 Stelle. Da qui, la necessità estrema di non soccombere alle ragioni del governo nazionale, anche perché il governatore uscente del PD, Michele Emiliano, è notoriamente ostile allo scudo penale e mostra posizioni assai simili a quelle dei “grillini” della prima ora sul tema.

Il piano di Salvini per mandare a casa il governo, con l’aiuto di Di Maio?

Lezzi e i parlamentari che la seguono sul “no” allo scudo sarebbero teoricamente in grado di ostacolare qualsivoglia tentativo del governo Conte di giungere a una soluzione di compromesso con ArcelorMittal. I numeri imporrebbero all’esecutivo di trovare tra l’opposizione di centro-destra i consensi necessari per non rischiare una rovinosa bocciatura alle Camere. E non è un caso che Matteo Salvini abbia espresso a chiare lettere che “la Lega per dare una mano c’è”. Certo, ma politicamente segnerebbe la fine del governo stesso e, soprattutto, il divorzio tra 5 Stelle e Conte, la giusta vendetta della Lezzi per non essere stata confermata al ruolo di ministro con il cambio di maggioranza.

In una condizione di normalità, la Lezzi verrebbe abbandonata a sé stessa dal resto del Movimento per ragioni di “realpolitik”. Stavolta è diverso. Chi se la sente di permettersi il lusso di rinunciare in partenza a correre per vincere in Puglia, per giunta per dare sostegno a un governo nazionale, che sembra destinato a durare quanto un gatto in tangenziale? E, soprattutto, Di Maio avrà davvero voglia di riportare all’ordine la Lezzi e i suoi o sotto sotto non confida proprio nella genuinità delle loro posizioni per provocare una crisi di governo senza nemmeno metterci formalmente becco?

giuseppe.

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