Libano, banche nel mirino dei risparmiatori. E le proteste non si fermano

Banche in Libano sul banco degli imputati, nel senso letterale. Decine di risparmiatori chiedono indietro i loro soldi e molti altri continuano a protestare contro la nomina del nuovo premier.

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Banche in Libano sul banco degli imputati, nel senso letterale. Decine di risparmiatori chiedono indietro i loro soldi e molti altri continuano a protestare contro la nomina del nuovo premier.

Il Libano è alla ribalta delle cronache giudiziarie di tutto il mondo in questi giorni, dopo che si è scoperto che l’ex capo di Nissan, Carlos Ghosn, è arrivato nel paese dei cedri per sfuggire a un mandato di cattura dell’Interpol, spiccato per presunte irregolarità contabili commesse negli anni in cui guidava la casa automobilistica giapponese.

Ma Beirut dovrebbe destare un interesse di gran lunga maggiore per la crisi finanziaria gravissima che sta vivendo da qualche mese, da quando le piazze sono esplose d’ira contro la corruzione dilagante, reclamando e ottenendo le dimissioni del premier Saad Hariri. Dopo due mesi, il presidente Michel Aoun ha incaricato il professore Hassan Diab, un tecnocrate sostenuto da Hezbollah, non dalla minoranza cristiana e nemmeno dal gruppo sunnita.

Negli ultimi giorni del 2019, i manifestanti sono tornati a protestare anche contro il nuovo premier, accusandolo di essere parte della stessa élite corrotta contro cui si erano scagliati in ottobre. Da politica, la crisi è diventata immediatamente economica e finanziaria, come dicevamo. Le banche hanno cercato di frenare la fuga dei depositi, perlopiù stranieri e riconducibili a numerosi conti di risparmiatori siriani, imponendo un tetto massimo di 200 dollari a settimana per i prelievi.

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Dagli ambienti giudiziari è trapelato che sarebbero “dozzine” le cause tentate dai risparmiatori nelle ultime settimane, sostenute dall’esito favorevole ottenuto da alcuni risparmiatori. Uno ha ottenuto lo sblocco di 129.000 euro, un altro di 400.000 euro. Il giudice ha imposto nel primo caso alla banca una penale di 20 milioni di lire libanesi per ogni giorno di ritardo nell’ottemperare la sentenza, qualcosa come quasi 11.800 euro. Le banche si mostrano sbigottite e a loro volta hanno esternato informalmente la convinzione che queste sentenze, favorendo lo smobilizzo dei depositi, rischino di alimentare la fuga dei risparmiatori e di aggravare la crisi di liquidità già in corso.

Al grido di “ladri, ladri” e “ridateci indietro i nostri soldi”, decine di persone si sono radunate nei giorni scorsi davanti alla sede di una filiale a Beirut e altre nel sud del paese, protestando contro il tetto imposto ai prelievi, resosi necessario per via dei pochi dollari ormai circolanti sul mercato, specie tenuto conto che negli anni recenti erano stati molti siriani ad avere alimentato i depositi in valuta estera in Libano per metterli al sicuro dal conflitto esploso nel loro paese.

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A rischio vi è il “peg” di 22 anni, cioè l’aggancio al dollaro a un cambio di poco superiore alle 1.510 lire. Sul mercato nero, però, esso è collassato di circa il 40%, superando a tratti quota 2.000. E il governatore della banca centrale, Riad Salameh, ha ammesso a Santo Stefano di non avere la più pallida idea di quante lire si abbia ormai bisogno sul mercato nero per comprare un dollaro americano. Se la crisi politica non trovasse sbocco in un esito positivo, le tensioni finanziarie si acuirebbero, specie se si considera che l’Iran, da molti considerato il protettore del Libano, sia sotto attacco in questi giorni dagli USA, avendo ben altri problemi a cui pensare per tutelare la sopravvivenza della Repubblica Islamica nel Medio Oriente.

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