L’Argentina vicina alla fine del default, verso un accordo con i fondi

L'Argentina di Mauricio Macri cambia passo ed è vicina a un accordo con tutti i creditori non ristrutturati, in modo da porre fine al secondo default dal 2002.

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L'Argentina di Mauricio Macri cambia passo ed è vicina a un accordo con tutti i creditori non ristrutturati, in modo da porre fine al secondo default dal 2002.

L’Argentina potrebbe mettere presto la parola fine al secondo default dal 2002 e segnare una svolta nei rapporti con gli investitori stranieri. Ieri, il rappresentante di 50.000 obbligazionisti italiani, rimasti a bocca asciutta dopo il primo fallimento dichiarato a inizio 2002 da Buenos Aires sui cosiddetti “Tango bond”, Nicola Stock, a capo della Task Force Argentina, ha annunciato di avere raggiunto un’intesa con il segretario alle Finanze, Luis Caputo, che prevede la corresponsione di 1,35 miliardi di dollari, di cui 900 milioni a titolo di capitale e 450 milioni per gli interessi. L’accordo dovrà essere adesso ratificato dal Congresso argentino. Intanto, a New York è ripartito il negoziato tra il governo di Buenos Aires e i fondi “avvoltoi”, guidati da Elliott Management e guidati dal miliardario Paul Singer, sotto la mediazione di Daniel Pollack, chiamato a trovare un’intesa sulla sentenza del giudice americano Thomas Griesa, favorevole ai rimborsi integrali dei bond in possesso dei creditori non ristrutturati ricorrenti.

Accordo vicino anche con fondi “avvoltoi”

L’Argentina ha ristrutturato i suoi bond 2 volte, nel 2005 e nel 2010. Il 93% degli investitori ha accettato la ristrutturazione, mentre un nucleo di fondi stranieri ha rifiutato l’accordo, che prevedeva un taglio del 70% del valore nominale dei titoli e l’allungamento delle scadenze. Per il principio di parità di trattamento, contenuto nelle clausole RUFO, qualora il governo accordasse ai creditori non ristrutturati termini più favorevoli di quelli goduti dai creditori ristrutturati, questi ultimi avrebbero titolo a pretendere le migliori condizioni. Tuttavia, tali clausole sono scadute il 31 dicembre del 2014, per cui adesso Buenos Aires avrebbe mani libere per trovare un compromesso. Stando a quanto dichiarato dal ministro delle Finanze, Alfondo Prat-Gay, il paese sudamericano avrebbe intenzione di seguire la linea applicata per l’intesa con i creditori italiani, ovvero un rimborso integrale del capitale e una mediazione sugli interessi. Nel caso dell’Italia, i nostri risparmiatori hanno ottenuto il 150% del capitale investito, anche se a distanza di 14 anni dal fallimento, pari a poco più della metà dei 2,5 miliardi richiesti. La cifra concordata rappresenta il 15% del debito non ristrutturato.

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Svalutazione peso e inflazione altre sfide di Macri

Il clima sembra cambiato. L’intesa non è ancora vicinissima con i fondi americani, ma alla portata. Questi hanno anche ottenuto la firma dell’impegno da parte del governo argentino a trattare in condizioni di riservatezza. E lo stesso presidente Mauricio Macri, al potere da meno di 2 mesi, ha evidenziato come dopo anni di scontro, si è prossimi a un’intesa con gli investitori stranieri, segnando una svolta nelle relazioni internazionali, indispensabile per accedere nuovamente ai mercati dei capitali esteri e contenere così il costo di emissione del debito. La banca centrale argentina ha siglato a sua volta un accordo con 7 banche di Wall Street, finalizzato ad ottenere un prestito annuale di 5 miliardi di dollari, garantito da titoli di stato. al fine di elevare a 30 miliardi il livello delle riserve valutarie, le quali devono fronteggiare la maxi-svalutazione del peso. Il cambio è libero di fluttuare da un mese e mezzo e ciò ha determinato un deprezzamento di oltre il 31%, che sta surriscaldando le aspettative d’inflazione. Per quest’anno, la crescita dei prezzi è stimata dal governo tra il 20% e il 25%, ma alcuni studi indipendenti la collocherebbero più vicino al 30%. Oltre al cambio libero, infatti, Macri sta attuando una politica di ritiro graduale dei sussidi, elargiti in abbondanza sotto la presidenza Kirchner, tra i quali quelli alle bollette della luce, che saranno aumentate fino al 500% dai livelli semi-gratuiti di oggi.  

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