La tassa da 100 mila euro funziona, ecco quello che i governi italiani non capiscono

L'imposta fissa sui Paperoni che trasferiscono la residenza in Italia funziona e i governi italiani non ne capiscono la portata, calcando la mano sulla pressione fiscale a carico dei contribuenti.

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L'imposta fissa sui Paperoni che trasferiscono la residenza in Italia funziona e i governi italiani non ne capiscono la portata, calcando la mano sulla pressione fiscale a carico dei contribuenti.

Vi ricordate l’imposta da 100 mila euro, introdotta a partire dal 2017 per i contribuenti che trasferiscono la residenza in Italia e che grava sui loro redditi maturati all’estero? Il calcio italiano se ne sta giovando e adesso sappiamo che i “Paperoni” che ne hanno approfittato per pagare meno tasse nei rispettivi stati di provenienza fino a 15 anni sono stati 421 solo nel 2019, molti di più dei 264 del 2018 e dei soli 99 del 2017. In tutto, 784 ricconi che hanno voluto vivere nel nostro Paese per risparmiare. A conti fatti, l’incremento del gettito solamente nel 2019 è stato di 42,1 milioni, mentre nel triennio considerato lo stato italiano avrebbe incassato quasi 125 milioni di euro in tutto. Già, perché i 100 mila euro versati al fisco dai nuovi arrivati vanno a sommarsi a quelli di chi ha trasferito la residenza negli anni precedenti.

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Abbiamo calcolato che se i nuovi arrivi fossero stabili sui livelli dello scorso anno, tra 15 anni incasseremmo oltre 5 miliardi. E il gettito cumulato sino ad allora sarebbe ben più elevato. Per ipotesi, se lo stato lo mettesse da parte per alimentare un fondo, ci ritroveremmo con un bel gruzzoletto da sfruttare in tempi di magra. Ad ogni modo, la misura ha funzionato, confermando quanto diciamo da anni senza mai stancarci: tagliare le tasse per farle pagare a tutti e, soprattutto, per rilanciare l’economia italiana.

A conti fatti, una misura semplice come questa non ci è costata nulla, perché i 100 mila euro non sarebbero mai stati versati al fisco italiano da cittadini residenti all’estero e che maturano i loro redditi fuori dal nostro territorio nazionale.

Il discorso diventa un po’ più complicato quando si parla di ridurre le aliquote a favore dei contribuenti italiani, i quali nell’immediato pagherebbero di meno e lo stato dovrebbe sopperire all’ammanco tagliando la spesa pubblica o accettando un temporaneo aumento del debito pubblico. La seconda ipotesi per un Paese così altamente indebitato come il nostro viene scartata a priori, né l’Europa ce la farebbe passare.

Più tasse ed economia ferma

La CGIA di Mestre ha divulgato numeri indicativi, secondo i quali le entrate tributarie tra il 2000 e il 2019 risultano cresciute di 166 miliardi, pari al +47,4%, 3,5 punti in più del contestuale aumento del pil nominale. L’idea che gli italiani non paghino le tasse frulla nelle teste dei politici, perlopiù estranei al tessuto produttivo e per questo sempre pronti ad alzare il dito contro i contribuenti, spremuti come mucche fino all’ultima goccia di latte.

Il successo dell’imposta in somma fissa dimostra che si dovrebbe fare l’esatto contrario di quello che i governi italiani hanno fatto negli ultimi decenni per rilanciare l’economia: tagliare le tasse su tutti i contribuenti, così da attrarre investimenti dall’estero, sostenere quelli interni e incentivare produzione, lavoro e consumi. Pensate se, anziché pagare al fisco i due terzi degli utili tra varie imposte, le aziende in Italia riuscissero a cavarsela con il 20% di imposizione fiscale. Si trasferirebbero da noi migliaia di aziende straniere, l’occupazione e la produzione salirebbero e il gettito fiscale pure. E lo stato spenderebbe meno soldi per sussidi, essendovi una platea più ristretta di italiani da mantenere. Ma è stato più facile attirare i Paperoni stranieri che non anche solo osare ridurre il carico fiscale sui residenti. Nessuno in Italia mette seriamente in discussione i livelli di spesa, per cui mai si parte e mai si ottengono risultati. E l’economia era morente ben prima del Covid.

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