La Cina spaventa i mercati e apre il 2016 con un crollo della borsa

I timori sulla crescita in Cina hanno fatto crollare le borse asiatiche alla prima seduta del 2016. Vediamo quali sono i maggiori rischi avvertiti.

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I timori sulla crescita in Cina hanno fatto crollare le borse asiatiche alla prima seduta del 2016. Vediamo quali sono i maggiori rischi avvertiti.

Anno nuovo, preoccupazioni vecchie. Il 2016 parte male sui mercati finanziari. A voler essere scaramantici, si direbbe che il nuovo anno si sia aperto sotto una cattiva stella. In effetti, le notizie arrivate in queste ore dall’Asia non depongono in favore di una lettura all’insegna dell’ottimismo per gli investitori. Le borse di Shenzen e Shanghai hanno chiuso in anticipo le contrattazioni, in seguito all’entrata in vigore per la prima volta del meccanismo di sospensione per eccesso di ribasso, che impone un alt agli scambi per 15 minuti, quando il listino perde almeno il 5%. Se il calo è del 7%, le contrattazioni vengono sospese per il resto della giornata. Ed è proprio quest’ultimo evento ad essersi verificato oggi in Cina, poiché il CSI 300 – l’indice che riassume l’andamento delle prime 300 società quotate nelle due borse del paese – è arrivato a perdere il 7,02%, facendo scattare il cosiddetto “circuit breaker”. Prima della chiusura anticipata, erano passati di mano 595 miliardi di yuan (89,9 miliardi di dollari) in titoli, contro una media quotidiana di 1.000 miliardi nel 2015. Le azioni quotate a Hong Kong, che non sono soggette alla sospensione, hanno ampliato le perdite e poco fa segnavano un calo superiore alò 4%.

Manifattura cinese si contrae ancora

Ma cosa ha scatenato le vendite del mercato azionario cinese da 7.100 miliardi di dollari? La pubblicazione della lettura sul manifatturiero in Cina, che a dicembre ha mostrato una contrazione per il quinto mese di fila. L’indice Pmi ufficiale si è attestato a 49,7, un dato che segnala una discesa dell’attività, in quanto inferiore a 50 punti. Ma il Caixin manifatturiero ha segnato un calo a 48,2 punti dai 48,6 di novembre. Si tratta di un indicatore, che rappresenta l’andamento delle piccole e medie imprese in Cina e che viene considerato un completamento dei dati ufficiali sul Pmi.

       

Rallentamento economia cinese

Si confermano, quindi, le preoccupazioni per il rallentamento dell’economia cinese, che lo scorso anno potrebbe essere cresciuta del 6,9%, ai minimi dal 1990, mentre quest’anno potrebbe vedere scivolare il suo tasso di crescita al 6,3%. Gli analisti di Moody’s, inoltre, stimano per dicembre un calo dei prezzi alla produzione del 5,7% su base annua, mentre l’inflazione dovrebbe essersi attestata all’1,5%. Anche questi numeri, se fossero ufficializzati in settimana, mostrerebbero un rischio per l’economia in Cina e nel resto del pianeta, ovvero il graduale scivolamento verso l’inflazione zero o la deflazione. Si consideri che la People’s Bank of China ha un target d’inflazione del 3% e che nonostante tutte le iniezioni di liquidità e l’accomodamento monetario, la crescita dei prezzi risulta dimezzata rispetto all’obiettivo. Il timore è che il trend possa costringere il governo cinese, d’intesa con l’istituto centrale, a svalutare lo yuan, per evitare una caduta dei prezzi interni e stimolare le esportazioni.

Mercato non si aspettava un rallentamento così presto

Queste ultime continuano a diminuire, insieme alle importazioni, anche se Moody’s ritiene che Pechino abbia chiuso l’anno con un avanzo commerciale di 50 miliardi di dollari, grazie a una stabilizzazione dell’export. In verità, nemmeno il dato sulla crescita sarebbe tale da dovere allarmare i mercati. Che 5 anni fa la Cina crescesse del 10,6%, mentre adesso si avvierebbe ad espandersi al ritmo medio del 6,5% è frutto del raggiungimento di un certo grado di maturità economica, che comporta di fatto un rallentamento dei ritmi. Il punto è che gli investitori di tutto il globo non avevano previsto che ciò sarebbe accaduto così presto e avevano scontato ulteriori anni di crescita rampante.        

I contraccolpi sulle commodities

Pertanto, il raffreddamento delle aspettative sul pil della seconda economia del pianeta porta a riposizionarsi, mentre fa suonare l’allarme per le materie prime, oltre che per le economie emergenti in primis e quelle avanzate dopo.

Poiché la Cina è uno dei principali consumatori di greggio al mondo, insieme agli USA, un suo minore tasso di crescita si tradurrebbe in minori importazioni, allontanando il riequilibrio sul mercato del Brent. Lo stesso dicasi per le altre commodities. Si pensi che le fonderie cinesi producono la metà dell’acciaio di tutto il pianeta, ma registrano in questi mesi un eccesso di offerta per un terzo dell’intero output, pari a circa 450 milioni di tonnellate in più. In sostanza, se la Cina rallenta e il resto del pianeta non compensa con un’accelerazione della sua crescita, ne consegue un’economia globale meno dinamica e un possibile nuovo contraccolpo sul mercato delle materie prime. E non vogliamo nemmeno aprire il terribile capitolo dell’indebitamento (pubblico e privato), più che raddoppiato nel Dragone asiatico in appena un lustro, salendo complessivamente al 280% del pil. I primi default di alcune società nei mesi scorsi rappresentano solo piccoli scricchioli, ma che potrebbero dare vita a un inabissamento della montagna di debiti privati, elargiti negli anni passati con criteri non ortodossi e che oggi stentano ad essere ripagati.      

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