Il rischio di tassa patrimoniale cresce, attenzione massima a conto corrente e casa

Il governo Conte adocchierebbe alcune soluzioni spicciole per fare cassa, specie nel caso in cui la crisi economica si aggravasse con un secondo lockdown in arrivo.

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Una patrimoniale in arrivo in Italia?

Intervenendo alla Camera, mercoledì scorso  il premier Giuseppe Conte ha rassicurato l’Aula e gli italiani che lo ascoltavano sullo “sforzo incredibile” che il suo governo starebbe compiendo per non aumentare le tasse. Senonché, queste parole hanno sortito l’effetto opposto di far temere qualche stangata in arrivo. Anche perché da Madrid non arrivano notizie confortanti in tal senso. Il governo socialista di Pedro Sanchez, appoggiato dall’ultra-sinistra di Podemos, ha varato una manovra di bilancio tutta “tassa e spendi”, che contempla un’imposta sui grandi patrimoni e un inasprimento fiscale sui redditi alti, nonché su quelli di natura finanziaria.

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Nelle scorse settimane, ad avere rilanciato l’ipotesi di una stangata ci aveva pensato il commissario agli Affari monetari, Paolo Gentiloni, quando ci fece sapere che la Commissione europea non sarebbe soddisfatta della mancata tassazione sulle prime case. A Roma si sono affrettati a smentire che l’ipotesi di tassare anche le prime abitazioni sia oggetto di considerazioni nella maggioranza, ma non è un mistero che il PD la persegua da sempre.

Con l’arrivo ormai quasi scontato di un secondo lockdown anche in Italia, la crisi economica e, di riflesso, delle finanze pubbliche sembra destinata ad aggravarsi. E’ vero che la BCE ci offrirà il suo sostegno comprando BTp e la Commissione erogandoci le prime tranche degli aiuti stanziati con il Recovery Fund, ma in Europa tutto quello che si prende bisogna conquistarselo. Gli stati “frugali” del nord non accettano l’idea che un governo attinga alle risorse comuni senza impegnarsi per ridurre gli squilibri fiscali e macroeconomici. E poiché la ricchezza privata degli italiani risulta tra le più alte al mondo, se rapportata al PIL, in molti a Bruxelles da anni fanno pressione per ottenere che il nostro debito pubblico divenga più sostenibile con il trasferimento di risorse dal settore privato. In gergo, si chiama imposta patrimoniale.

Le forme di una stangata patrimoniale

Quali sarebbero le forme che essa assumerebbe? Per capirlo, basti pensare a quali siano gli investimenti che in Italia vanno per la maggiore e che risulterebbero più facilmente stangabili. Uno è certamente la casa, l’altro la banca. Sui conti correnti e deposito si trovano attualmente “parcheggiati” 1.682,9 miliardi di euro. Questa immensa liquidità sconta un’imposta di bollo di 34,20 euro per le giacenze medie superiori ai 5.000 euro, nel caso di un conto corrente; dello 0,20% della giacenza nel caso di un conto deposito. Il gettito è piuttosto magro, pari a soli 766 milioni di euro nel 2019 e comprese le imposte di successione e donazione. E se il governo aumentasse questa imposta, anche solo temporaneamente? Farebbe cassa e formalmente non imporrebbe alcun prelievo forzoso, la cui sola espressione risulta impopolarissima.

Per rendere la misura più accettabile, opterebbe per accrescere l’imposta sopra una certa giacenza (50-100.000 euro). E così, si racimolerebbe qualche centinaio di milioni di euro, se non qualche miliardo. Analogo il meccanismo per ri-tassare le prime case. Il gettito che è venuto a mancare con la totale cancellazione dell’IMU degli ultimi anni è stato di 4 miliardi di euro. Impensabile recuperarlo tutto, ma Gentiloni nel sostenere la necessità di colpire anche le prime abitazioni ha parlato della possibilità di legare l’imposta ai redditi dei proprietari. A parte che ne uscirebbe un’imposta né carne e né pesce, dato che si tradurrebbe in una stangata a carico del solito ceto medio e che passerebbe dalle dichiarazioni dei redditi, si riuscirebbe a non scontentare la massa delle famiglie con redditi medio-bassi, incassando qualche altro miliardo. Per non parlare della possibilità che anche la tassazione sulle seconde case venga rivista al rialzo, magari attraverso il famoso “aggiornamento dei valori catastali” di cui si discute da anni.

Le aliquote verrebbero ridotte in misura meno che proporzionale rispetto all’aumento medio dei valori di catasto, esitando un aggravio dell’imposta.

Un’imposta sui grandi patrimoni ci sentiamo di escluderla, se non altro perché il governo scoprirebbe le carte in maniera palese. Certo, l’ipotesi di un sempiterno “contributo di solidarietà” che passi per la valutazione complessiva del patrimonio di una famiglia resta possibile, se considerate che dopo la crisi del 2008-’09 lo stesso governo di centro-destra impose un’addizionale IRPEF sui redditi più alti. Casa e conto in banca, dunque, nel mirino dello stato. E di per sé non sarebbe più notizia da tempo.

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