Il prezzo dell’oro in Europa è a un passo dal suo record storico

Le quotazioni dell'oro stanno salendo ai massimi storici, una volta convertite in euro. Ed è già record in sterline, dollari canadesi e australiani e in yen. Vediamo perché il metallo sta segnando punti anche con tassi d'inflazione bassi.

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Le quotazioni dell'oro stanno salendo ai massimi storici, una volta convertite in euro. Ed è già record in sterline, dollari canadesi e australiani e in yen. Vediamo perché il metallo sta segnando punti anche con tassi d'inflazione bassi.

Ci ricordiamo tutti l’estate del 2011, quando il prezzo dell’oro toccò i suoi massimi storici, salendo fino a un massimo di oltre 1.920 dollari l’oncia. Da allora, le quotazioni hanno iniziato a ripiegare, toccando il punto più basso nel dicembre del 2015, quando hanno sfiorato i 1.060 dollari, e ancora una volta nell’agosto dello scorso anno.

Dopodiché, la risalita. Ieri, il metallo si acquistava a una media di 1.465 dollari l’oncia, in teoria ancora molto lontani dai record di 8 anni fa, se non fosse che la situazione sia diventata molto simile ad allora per gli acquirenti non americani. Considerati i tassi di cambio, infatti, l’oro è già diventato più caro di sempre per britannici, australiani, canadesi e giapponesi. E manca poco più del 3%, prima che lo diventi anche per i cittadini dell’Eurozona.

Prezzo dell’oro a 1.400 dollari, ma il quadro resta depresso per il metallo

Ai cambi attuali, infatti, per un’oncia servono più di 1.310 euro. Il massimo in euro venne toccato nell’agosto del 2012, quando servivano più di 1.350. Siamo a un passo dal riacciuffare i massimi storici e l’aspetto curioso è che il fenomeno stia passando in sordina, abituati come siamo a leggere le quotazioni in dollari, facendo poco caso a quanto esse valgano per le nostre tasche.

Che l’oro sia tornato sui livelli record per gran parte del mondo ricco non dovrebbe farci rimanere indifferenti. Anzitutto, esso segnala che il mercato ha paura. Di cosa? Non certo di un’inflazione inesistente in tutte le grandi economie, quanto di vari fattori di rischio, dalla “hard” Brexit alla “guerra” commerciale USA-Cina, passando per la percepita debolezza dell’Eurozona sul piano politico ed economico e per il caso Iran. Inoltre, i rendimenti sono negativi per circa 15.000 miliardi di dollari di obbligazioni nel mondo ed essendo l’oro un asset senza cedola, risente positivamente del minore appeal della concorrenza.

Boom dell’oro nell’ultimo anno

A conti fatti, nell’ultimo anno le quotazioni sono esplose di quasi il 40% e, tenuto conto dell’indebolimento nel frattempo accusato dall’euro verso il dollaro, un investitore dell’Eurozona avrebbe messo a segno guadagni per circa il 42-43%.

Ed è ovvio come siano stati sia le tensioni che il tracollo dei rendimenti obbligazionari ad avere trainato il metallo. Quanto all’argento, le quotazioni restano nettamente inferiori ai massimi storici, anche in euro. Un’oncia la si acquista per meno di 15 euro, meno della metà del record dei circa 32 toccati nel marzo 2011. I rialzi dell’ultimo anno stesso appaiono pallidi, pari a un quarto rispetto a quelli messi a segno dall’oro. Come sappiamo, la relativa depressione dell’argento risente del clima poco vivace dell’economia mondiale, trovando questo metallo maggiore impiego nella produzione di beni, specie di natura tecnologica, per cui risente negativamente dell’indebolimento della congiuntura internazionale.

Perché l’argento rispetto all’oro sta andando poco bene sui mercati

Il boom dell’oro è un chiaro segnale di sfiducia dei mercati nei riguardi delle monete fiat e, soprattutto, degli assets ormai dalle valutazioni fuori controllo, a partire dai bond. Il fenomeno dei rendimenti negativi esprime tutta l’esasperazione a cui si è arrivati nel mondo finanziario per la gigantesca bolla finanziaria alimentata da un decennio di stamperie delle banche centrali. La svalutazione dello yuan da parte della Cina come risposta ai dazi dell’amministrazione Trump non farà che probabilmente accelerare la corsa aurea, aggravando le tensioni tra grandi attori economici del pianeta e, soprattutto, giustificando ennesimi interventi di politica monetaria a sostegno dei prezzi e della crescita.

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