Prezzo dell’oro a 1.400 dollari, ma il quadro resta depresso per il metallo

Le quotazioni dell'oro superano i 1.400 dollari per la prima volta dopo 6 anni, ma ecco perché non sembra che abbiano margini di crescita ulteriori.

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Le quotazioni dell'oro superano i 1.400 dollari per la prima volta dopo 6 anni, ma ecco perché non sembra che abbiano margini di crescita ulteriori.

Per circa 4 minuti, quando in Italia era notte, il prezzo dell’oro è salito sopra i 1.400 dollari l’oncia, una barriera che non infrangeva più da oltre 6 anni. Al momento, la quotazione del metallo si attesta a 1.384 dollari, pur sempre ai massimi da maggio 2013, in rialzo dell’8% quest’anno, cioè di circa 103 dollari per ogni oncia. A farla schizzare negli ultimi giorni sono state le tensioni politiche sull’Iran. Teheran avrebbe attaccato un paio di petroliere, una giapponese e l’altra norvegese, in transito nello Stretto di Hormuz e ieri ha comunicato di avere abbattuto un drone americano. Infuriato, il presidente Donald Trump ha minacciato una risposta militare contro la Repubblica degli ayatollah, anche se successivamente ha smorzato i toni, dicendosi convinto che l’abbattimento non possa essere avvenuto volutamente.

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Il prezzo del petrolio si è spinto in area 65 dollari per il Brent e 57 per il Wti, nonostante il primo fosse sceso nei giorni scorsi fin sotto i 60 dollari, perdendo il 20% da metà maggio. Proprio il surriscaldamento delle quotazioni petrolifere sosterrebbe, in teoria, le quotazioni dell’oro, traducendosi in un aumento dei costi energetici e, quindi, dell’inflazione presso le economie importatrici. Tuttavia, come segnalano le aspettative d’inflazione calanti presso un po’ tutti i mercati avanzati, non siamo a questo punto. Anzi, come vi dicevamo, rispetto all’apice toccato quest’anno, il prezzo del greggio è sceso di 10 dollari, ben di 20 dai massimi del 3 ottobre scorso.

Impennata dell’oro transitoria?

Ne conseguiamo che l’impennata dell’oro sia dovuta più ai timori geopolitici che non ai fondamentali macro.

Vero, i rendimenti obbligazionari globali sono tornati ai livelli infimi record di tre anni fa, anzi sono stati battuti nuovi record nell’Eurozona e ciò mette le ali all’asset fisico. Tuttavia, essi riflettono politiche monetarie annunciate espansive dalle principali banche centrali, in reazione proprio al raffreddamento delle aspettative d’inflazione, che nell’Eurozona sarebbero scese ai minimi storici, toccando l’1,10% per i contratti forward a 5 anni per i 5 anni. E senza inflazione, improbabile una nuova corsa dell’oro, a meno che la stagnazione dei prezzi non venisse più che compensata da un evento “bullish” per il metallo, come sarebbe la recessione di una grande area economica del mondo, una guerra o un’escalation di dazi tra USA e Cina.

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In attesa del G20 in Giappone tra una settimana, sembra che Trump e il collega Xi Jinping s’incontreranno al vertice di Osaka e che troveranno un accordo commerciale di massima che eviti il peggio. Peraltro, lo stesso Trump eviterà mosse nel Golfo Persico che portino a un aumento delle quotazioni petrolifere, altrimenti la strategia messa in atto da mesi per ottenere dalla Federal Reserve il taglio dei tassi USA prima della corsa per la rielezione nel 2020 ne risulterà minacciata e con essa anche l’economia americana. E se avallasse in qualche modo tensioni contro l’Iran, si assicurerà prima un accordo con l’alleato saudita per rimpiazzare le minori esportazioni di Teheran con un pari aumento di quelle di Riad, così da mantenere almeno invariata l’offerta globale.

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