Il fragile accordo dell’OPEC Plus dietro al boom del petrolio sopra i 40 dollari

Quotazioni del greggio ai massimi da tre mesi dopo l'intesa russo-saudita per estendere e rafforzare il taglio alla produzione. Ma si tratta di un accordo con i piedi di argilla.

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Quotazioni del greggio ai massimi da tre mesi dopo l'intesa russo-saudita per estendere e rafforzare il taglio alla produzione. Ma si tratta di un accordo con i piedi di argilla.

Per la prima volta da inizio marzo, le quotazioni del petrolio si sono riportate sopra i 40 dollari al barile, con il Brent stamattina in area 43 e il WTI americano a 40. Un miracolo, se si considera che non più tardi di un mese e mezzo fa, il secondo scese a quasi -40 dollari, dando vita a un fenomeno che non era nemmeno immaginabile, trascinandosi dietro le quotazioni del primo, le quali sprofondarono fino a quasi 15 dollari. Il rialzo non è dovuto solo e tanto alla fine dei “lockdown” con cui erano state chiuse tutte le principali economie mondiali fino a qualche settimana fa contro il Covid-19, bensì per il raggiungimento nel fine settimana scorsa di un accordo tra i membri del cosiddetto OPEC Plus, il cartello petrolifero allargato a una decina di membri esterni, guidati dalla Russia.

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Il taglio dell’offerta da 9,7 milioni di barili al giorno, deciso ad aprile per i due mesi successivi per reagire al collasso della domanda, verrà esteso e rafforzato a luglio, quando sarà di 11 milioni di barili al giorno. In questo modo, si prevede che l’offerta risulterà inferiore alla domanda e questo provocherà un deficit, che a sua volta ridurrà le ampie scorte accumulate negli ultimi mesi e che sul piano globale hanno superato il miliardo di barili.

I termini dell’accordo

Nel dettaglio, l’OPEC Plus dovrà fare a meno dei 100.000 barili al giorno del Messico, ma in cambio ha previsto un meccanismo di recupero totale per i paesi aderenti all’accordo e che risultano non averlo implementato integralmente ad oggi.

Essi dovranno impegnarsi non solo a tagliare la produzione del 100% rispetto ai barili concordati, ma dovranno anche compensare entro settembre la quota di produzione in eccesso rispetto a quella assegnata. Tra coloro che dovranno sforzarsi di più per tendere all’obiettivo vi sono Nigeria, Iraq, Angola e Kazakistan.

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Abuja a maggio ha estratto 120.000 barili al giorno in più rispetto alla quota, Baghdad ben 520.000 e Astana altri 180.000. In realtà, anche Mosca risulta avere estratto 100.000 barili al giorno in più. Se questi paesi e gli altri che non hanno adempiuto al loro dovere non centreranno gli obiettivi loro assegnati al 100%, l’accordo salta. A quel punto, sarebbe un “tana libera tutti”. E non converrebbe a nessuno che accadesse, perché la domanda si prevede che resti deboli anche per i prossimi mesi, a causa della debole congiuntura internazionale e il timore di una nuova ondata di contagi che imponga nuove settimane di quarantena.

Dubbi sulla tenuta dell’accordo

Il fatto è che mai nella storia dell’OPEC si è registrata un’ottemperanza integrale agli impegni assunti da parte di tutti. Anche prima del Covid-19, all’interno del cartello era stata sostanzialmente l’Arabia Saudita a permettere il raggiungimento di quel taglio dell’offerta per 1,2 milioni di barili al giorno, procrastinato ormai sin dalla fine del 2016. Lo aveva reso possibile tagliando la propria quota più di quanto avrebbe dovuto. Dunque, la storia anche recente non autorizza a pensare che stavolta sia diverso. Il ministro iracheno del petrolio, Ihsan Abdul Jabbar Ismail, ad esempio, chiarisce che se finora il suo paese non sia stato in grado di centrare l’obiettivo è stato dovuto a diversi problemi, tra cui economici e tecnici.

In effetti, i pozzi di molti dei paesi sottoscriventi l’accordo vengono sfruttati spesso anche da compagnie straniere, tra cui l’ENI in Nigeria. Ed esse si mostrano generalmente poco o affatto interessate ad adempiere alle decisioni prese dal cartello. Inoltre, molte quote della produzione risultano impegnate per consegne legate a contratti precedentemente stipulati, per non parlare delle difficoltà delle economie emergenti di privarsi dell’afflusso di dollari nell’attesa che l’aumento delle quotazioni compensi le perdite.

Sullo sfondo resta, infine, il sospetto che ad approfittare dell’auto-restrizione delle estrazioni alla fine siano le compagnie americane, sciupando i sacrifici compiuti. Da fine marzo, la produzione negli USA è scesa di 1,6 milioni di barili al giorno, attestandosi a 11,4 milioni. Il numero dei siti estrattivi è crollato di circa il 70% e a soli 206, ai minimi dal 2009. Dunque, c’è stato effettivamente un forte calo dell’offerta di “shale” e greggio tradizionale negli States, ma adesso che l’economia americana sembra già ripartita (i dati del lavoro a maggio hanno messo le ali a Wall Street, venerdì scorso), chissà che non segua a breve pure l’industria petrolifera. E a russi e sauditi darebbe grande fastidio se ciò accadesse.

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