Il fallimento dell’euro? Credere alla fine degli Stati-nazione

Il fallimento dell'euro ha origine nella convinzione sbagliata che una moneta unica bastasse a sopprimere i sentimenti nazionali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il fallimento dell'euro ha origine nella convinzione sbagliata che una moneta unica bastasse a sopprimere i sentimenti nazionali.

Lo spread BTp-Bund a 10 anni sosta praticamente in area 280 punti base da un paio di settimane e i rendimenti decennali italiani stamattina hanno superato il 3,20%, attestandosi fino a un massimo superiore al 3,21%. Nel frattempo, un bond emesso dalla Germania continua a rendere quasi 10 volte meno sulla medesima scadenza. Basterebbero questi dati scarni per comprendere quanto frammentati risultato essere ancora oggi i mercati finanziari all’interno dell’Eurozona. Pur in presenza di una moneta unica, i governi dell’area emettono debito a costi tra loro molto differenti. Si va dallo 0,30-0,40% per i Bund a 10 anni della Germania al 4,20% per quelli della Grecia. L’Italia si colloca nella non invidiabile seconda posizione più alta.

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Quanto sopra significa che se un investitore acquista titoli di Atene ottiene un rendimento annuo superiore al 4%, mentre se compra debito tedesco, dovrà accontentarsi di 10 volte in meno. Le distanze non sono da meno sulle scadenze più brevi: un BTp a 2 anni offre quasi l’1,3%, un Bund omologo il -0,6%. A conti fatti, investire in titoli di stato italiani consente al mercato di lucrare il 28% in più in 10 anni rispetto ai titoli tedeschi e il 3,8% in più in un biennio. Risulta lampante come una tale condizione non ci consenta di affermare che l’unione monetaria sia effettiva.

Se il mercato si mostra disposto a comprare debito a rendimenti diversi da stati appartenenti alla medesima area significa che non crede al fatto che questi titoli, pur denominati nella stessa moneta, siano tra loro equivalenti. Si potrebbe ribattere che il diverso rischio percepito non sia (solo) riconducibile al timore che uno o più stati possano uscire dall’Eurozona e tornare alle monete nazionali, bensì alla differente condizione fiscale tra stato e stato. E, però, ciò implica che non ci sarebbe fiducia sulla capacità dell’area di risolvere eventuali casi di crisi al suo interno, mancando meccanismi che automaticamente sventino tali scenari sul nascere. In effetti, questo è il grande problema dell’euro, il fatto di essere la moneta di 19 economie, le quali non dispongono di un’unica politica fiscale e di istituzioni comuni che emettono debito.

L’euro non ha soppresso gli spiriti nazionali

Ciò che accade a Roma continua ad essere un problema di Roma, così come i problemi di Berlino restano di Berlino, e così via. Perché non si riesce a creare quella unione “politica” di cui tanto si parla da anni e che completerebbe il processo di unificazione monetaria? Per il semplice fatto che non esiste ad oggi e forse non esisterà per ancora decenni o secoli un sentire comune tra i vari popoli dell’Eurozona. Facciamo un esempio: se lo stato italiano aiutasse, come spesso accade, una singola regione in crisi finanziaria, il resto d’Italia potrebbe anche storcere il naso dinnanzi a un sostegno incondizionato, ma nessuno avrebbe buon gioco nell’affermare che i problemi del Molise, ad esempio, non debbano ricadere sui cittadini lombardi o toscani o siciliani, perché fino a un certo punto (e gli eccessi assistenziali sono finiti, in effetti, nel mirino della Lega nordista) tutti gli italiani sarebbero disposti ad aiutare connazionali in temporanea difficoltà.

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Non così può dirsi tra i diversi stati europei. Se l’Italia reclamasse sostegno per rifinanziare il suo debito in scadenza, i tedeschi non si mostrerebbero disposti a concederglielo, almeno non automaticamente o incondizionatamente. Questo, perché avvertirebbero di pagare in favore di “estranei”, di un popolo diverso da sé. E in questi anni, i frequenti ricorsi di accademici, economisti e politici tedeschi alla Corte Costituzionale contro i presunti rischi a cui i contribuenti in Germania sarebbero esposti a causa delle politiche della BCE e degli aiuti concessi da Berlino ai partner in crisi dell’area testimoniano proprio quanto appena affermato. Insomma, le nazionalità contano, per quanto se ne dica sul piano della retorica politica. Non si tratta di fare discorsi “sovranisti”, bensì di prendere atto della realtà, che interferisce preponderantemente con la (mancata) risoluzione dei problemi economici nell’area. Ieri, proprio il presidente francese Emmanuel Macron, che in moltissimi considerano il volto del “globalismo”, ha twittato parole precise sul tema: “Quelli che credono all’avvento del popolo mondializzato si sono profondamente sbagliati. Dappertutto nel mondo è tornata l’identità profonda dei popoli. In fondo, è una buona cosa”.

Macron è anche l’autore delle proposte di riforma dell’Eurozona, presentate al fallimentare Consiglio europeo di fine giugno. Queste prevedono l’istituzione di un bilancio comune e di un unico ministro delle Finanze per tutta l’area, anche se la Germania osteggia ogni tentativo di condivisione dei rischi. E non può essere altrimenti: i tedeschi hanno un debito pubblico, che quest’anno potrebbe scendere persino sotto il 60% del pil, quando l’Italia ne possiede uno sopra il 130%. I primi emettono debito a costo mediamente nullo o persino negativo, noi alla media di circa l’1,5%. Mettere insieme i debiti degli uni e degli altri significherebbe per Berlino pagare qualcosa di più e per Roma qualcosa di meno sulle nuove emissioni. Ma il popolo tedesco non ha alcuna intenzione di sostenere un costo per favorire gli italiani. Potremmo definirlo egoismo, mentre si tratta di semplice spirito nazionale, che in fondo è quello che l’euro non solo non ha soppresso, ma negli ultimi anni ha risaltato in Europa, mettendo in conflitto tra loro gli interessi degli Stati-nazione.

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, rendimenti bond, rischio default, Spread