La crisi del debito italiano travolgerà l’euro, Draghi dovrà intervenire in autunno

La BCE ha in mano ancora una volta il destino dell'euro, minacciato dalla crisi del debito italiano, la quale potrebbe esplodere del tutto in autunno.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La BCE ha in mano ancora una volta il destino dell'euro, minacciato dalla crisi del debito italiano, la quale potrebbe esplodere del tutto in autunno.

I BTp a 10 anni rendono mediamente il 3,10% nelle ultime sedute e lo spread sulla stessa scadenza con i Bund si attesta sui 280 punti base. I mercati acquistano i nostri bond a premio crescente rispetto anche al resto della periferia dell’Eurozona, con il Portogallo stesso a offrire circa 130-140 bp in meno. Le distanze con la Grecia, invece, si sono ridotte a meno di 125 bp, un fatto che abbiamo già descritto nei giorni scorsi. La crisi turca s’insinua in questo scenario, con contraccolpi potenzialmente duri sulle banche europee, le quali risultano complessivamente esposte verso Ankara per circa 265 miliardi di dollari, tra cui spiccano gli 83,3 delle spagnole, i quasi 35 della Francia e gli oltre 17 di Italia e Germania. Non sembrano numeri tali da impensierire più di tanto i mercati finanziari, se non fosse che essi si sommano ad altre fonti di preoccupazione, creando il tipico mix letale.

Crisi turca e il rischio di un ‘effetto Tequila’, troppo tardi per sventare il contagio?

Il governatore della BCE si ritroverà in autunno a gestire il “tapering”, il taglio degli stimoli monetari per tendere alla normalizzazione da qui al prossimo futuro. Non poteva arrivare in un momento più inopportuno: la crescita economica nell’Eurozona rallenta, l’inflazione per ora regge attorno al target, la terza economia dell’area è governata da formazioni euro-scettiche, la leadership tedesca è debole e la Francia di Macron politicamente già vacilla. Tutto questo, mentre la UE teme i dazi di Trump, deve gestire la Brexit e gli euro-scettici avanzano da elezione in elezione.

Il banco di prova per i mercati sull’Italia sarà a ottobre, quando il governo Conte presenterà la legge di Stabilità per il 2019. In quella sede, Roma dovrà essere capace di segnalare responsabilità fiscale, a fronte dei numerosi impegni costosi contratti da Lega e Movimento 5 Stelle verso gli elettori, tra cui l’eliminazione della legge Fornero sulle pensioni, l’avvio della “flat tax” e del reddito di cittadinanza e lo stop all’aumento dell’IVA. Il rischio serio e concreto sta nella ulteriore lievitazione dei rendimenti nostrani, che segnerebbero la perdita definitiva della fiducia della finanza verso l’Italia. A quel punto, il resto dell’area finirebbe per essere contagiato per via dei timori degli investitori sulla imminente rottura dell’unione monetaria. Sarebbe la fine dell’euro.

La crisi dei BTp minaccia l’euro

Si moltiplicano i segnali di un simile scenario. I due vice-premier mettono le mani avanti e riconoscono, insieme al sottosegretario della Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, che i mercati potrebbero bombardarci da qui a settembre-ottobre. E quel piano B, evocato dal ministro Paolo Savona nei mesi addietro, che contempla l’ipotesi di una nostra uscita dall’euro, si fa sempre meno irrealistico. E la BCE come reagirebbe a una nuova minaccia per l’esistenza della moneta unica? Abbiamo già scritto su quanti problemi creino gli sproloqui di alcuni ministri italiani al governatore Mario Draghi, che non può certo mostrarsi accondiscendente rispetto alle richieste della politica e di un governo specifico. Vero è che egli ha sinora escluso un impatto significativo della crisi turca sul sistema finanziario europeo, ma cosa accadrebbe se s’innescasse una più ampia crisi delle economie emergenti e se questa si andasse a incuneare tra i problemi della nostra area?

Perché le dichiarazioni dei ministri euro-scettici complicano la vita a Draghi

Il QE, come sappiamo, cesserà di esistere dal prossimo gennaio, a meno che il deterioramento dei fondamentali macro non faccia avvertire la necessità di estenderlo temporalmente, come richiesto da diversi esponenti del governo italiano. Dentro la BCE stessa esiste un nutrito gruppo di banchieri centrali, tra cui l’austriaco Ewald Nowotny – il quale non a caso parla di “flessibilità” – che ritiene che siano gli stimoli a sostenere l’inflazione nell’Eurozona, tolti i quali la stabilità dei prezzi tornerebbe ad essere minacciata. Inutile ribadire che l’ulteriore allargamento degli spread tra bond “core” e periferici avrebbe conseguenze devastanti per la tenuta dell’area. Pertanto, alcune soluzioni sarebbero già allo studio. Una di queste, oltre alla estensione del QE, consisterebbe nel lancio di una cosiddetta “Operazione Twist”, similmente a quanto fatto dalla Federal Reserve negli anni recenti.

In sostanza, la BCE si è impegnata a impiegare i proventi derivanti dai bond in scadenza per acquistarne di nuovi. Questo le consentirà di iniettare liquidità anche dopo la fine del QE, seppure a un ritmo molto più lento. Nel 2019, ad esempio, si stima che scadranno titoli per 160 miliardi di euro, di cui solo 29 italiani. Con la “Operazione Twist”, l’istituto, stando alle indiscrezioni estive, utilizzerebbe tale liquidità per acquistare solo bond a medio-lunga scadenza, sostanzialmente con scadenze pari o superiori ai 10 anni. In questo modo, eviterebbe che i rendimenti sovrani a medio-lungo termine salgano eccessivamente e spingerebbe il mercato ad acquistare titoli nella parte più corta della curva. Sarebbe verosimile che gli investitori privati si mostrino più disponibili a esporsi per scadenze brevi, viste le nubi all’orizzonte sull’Eurozona.

L’euro resta nelle mani di Draghi

Tuttavia, date le cifre in gioco, non possiamo immaginare che tale misura si riveli in sé sufficiente a spegnere eventuali incendi appiccati sui mercati in autunno, partendo dai BTp. E allora, una possibile mossa spendibile per Draghi sarebbe quella di annunciare un “roll-over” del debito sovrano detenuto, ovvero l’allungamento automatico delle scadenze di un discreto numero di anni. Se un titolo scadesse nel 2019, Francoforte potrebbe tenerselo nel cassetto fino a 5-10 anni in più. Ciò priverebbe nell’immediato l’istituto di quella liquidità da investire per il riacquisto dei bond, ma alleggerirebbe le scadenze dei governi per un certo numero di anni, tagliando la quantità di debito da rifinanziare. A quali condizioni avverrebbe il roll-over? Resterebbe da vedere. In teoria, potrebbero fissarsi cedole in misura uguale per tutti o sulla base delle condizioni dei singoli mercati.

Cosa può fare la BCE di Draghi per evitare che la crisi dei BTp travolga l’euro?

Basterebbe un allungamento automatico delle scadenze a sventare una crisi di fiducia sull’Italia? Come abbiamo scritto, i BTp in possesso della BCE e da rinnovare nel 2019 ammontano a meno di una trentina di miliardi di euro, per cui nell’immediato il sollievo sarebbe scarso, tranne che i mercati non recepissero il messaggio come una discesa in campo di Francoforte per rendere sostenibili i debiti sovrani. Se nemmeno ciò bastasse, l’unica soluzione reale sarebbe l’annuncio di un nuovo QE, fatto salvo che il governo italiano non avrebbe alcuna intenzione di chiedere assistenza tramite l’OMT, il piano condizionale messo a punto da Draghi nel 2012 e sinora mai attuato. In alternativa o a fianco alle altre misure, la BCE potrebbe rispolverare le aste Ltro, con cui in un paio di mesi 6 anni e mezzo fa iniettò oltre mille miliardi in favore delle banche, le quali a loro volta, italiane in testa, li utilizzarono per acquistare titoli di stato.

Il problema con queste aste è che la stessa BCE, tramite la Vigilanza, sta da tempo cercando di allentare il legame tra banche e governi, preso atto che troppi BTp si trovino nei bilanci degli istituti, in particolare. Una possibile svolta in senso opposto si avrebbe con l’elezione proprio a capo della Vigilanza tra qualche mese di un italiano, tra cui spicca il nome di Andrea Enria, ex presidente dell’Eba. In pratica, staremmo per tornare alle stesse risposte estemporanee del 2011-’12, in assenza di quella unione politica di cui tanto si blatera e che al Consiglio europeo di fine giugno scorso sembra essere stata accantonata anche solo come prospettiva per almeno un bel po’ di tempo, naufragata tra i dissensi crescenti tra gli stati. Ancora una volta, sarà Francoforte a dovere salvare l’euro con un secondo “whatever it takes”.

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, rendimenti bond