Ecco perché il cambio euro-dollaro può restare sotto pressione ancora a lungo

Il cambio euro-dollaro è sceso ieri nuovamente sotto la soglia di 1,10 e la debolezza potrebbe durare ancora diverse settimane

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Cambio euro-dollaro sotto 1,10

Il cambio euro-dollaro ieri è ridisceso sotto la soglia di 1,10, confermando la debolezza della moneta unica in questa fase e la decisa forza del biglietto verde. Quest’ultimo guadagna dall’inizio dell’anno mediamente il 3,3% contro le principali valute mondiali. A ridargli smalto sono state le parole pronunciate lunedì dal governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, il quale si è detto pronto ad alzare i tassi con maggiore vigore sin dal prossimo board per combattere l’inflazione.

Al board di marzo, la FED ha alzato i tassi per la prima volta da tre anni e mezzo dello 0,25% al nuovo range di 0,25-0,5%. Ma con un’inflazione americana già ai massimi da oltre 40 anni e prossima all’8%, il mercato si attende oramai ben di più dalla maggiore banca centrale del mondo. Sconta un rialzo dei tassi fino al 2,25% entro la fine dell’anno e, addirittura, inizia a intravedersi un ulteriore rialzo al 2,5%. Questo implica che entro dicembre la FED alzerebbe i tassi per tutte le rimanenti sette riunioni del FOMC, il suo braccio operativo. A quel punto, per almeno una volta la stretta sarebbe dello 0,5%. E questo avverrebbe al prossimo board di inizio maggio, quando i tassi salirebbero così all’1%.

Il cambio euro-dollaro si rafforza in previsione di tutto ciò e per effetto della guerra in Ucraina. L’invasione russa sta colpendo particolarmente l’economia europea, mandando alle stelle i prezzi delle principali materie prime. L’inflazione nell’Eurozona viaggiava già a febbraio a poco meno del 6%, ma la BCE non se la sente ancora di prospettare un rialzo dei tassi entro l’anno, dato che il PIL nell’area rischia di ricadere nella recessione a distanza di due anni.

Cambio euro-dollaro al test francese

In conseguenza di questa accresciuta divergenza monetaria, abbiamo che il Treasury a 10 anni ieri saliva al 2,35% e il Bund sulla medesima scadenza sfiorava lo 0,5%. A questi rendimenti, i bond americani attirano capitali dal resto del mondo, Eurozona compresa, specie in considerazione della forza del biglietto verde percepita tale anche nei prossimi mesi. Una possibile svolta per il cambio euro-dollaro avverrebbe ad aprile, quando si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Quasi certamente, il capo dello stato uscente Emmanuel Macron approderà al ballottaggio e, stando ai sondaggi, dovrebbe vincere contro qualsiasi avversario.

Nel 2017, il cambio euro-dollaro passo in breve tempo da un minimo inferiore a 1,05 e fino a toccare 1,25% a inizio 2018. L’inversione di tendenza arrivò proprio con le presidenziali francesi, sebbene in quel caso il mercato tirò un sospiro di sollievo per la mancata vittoria della candidata euroscettica Marine Le Pen. Stavolta, la vittoria di Macron appare più scontata e il vento euro-scettico meno temibile. D’altra parte, la Francia assume una forza politica superiore a quella di cinque anni fa nell’intera Europa, data la fine dell’era Merkel e l’avvio non smagliante del mandato del nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Ma il vero punto di svolta sarebbe un altro. Secondo voci che sono arrivate da Parigi e rilanciate in Italia dal quotidiano La Repubblica, il presidente Macron nominerebbe primo ministro l’attuale governatore della BCE, Christine Lagarde, nel caso in cui ottenesse il secondo mandato. Di conseguenza, la guida dell’istituto sarebbe lasciata pro tempore a un altro francese (il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau?) per essere assunta successivamente da un tedesco. Il mercato potrebbe percepire il cambio in corsa come un riposizionamento della politica monetaria nell’area in senso più restrittivo per i prossimi anni. Il cambio euro-dollaro riprenderebbe fiato.

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