Ecco perché i Cir non risolvono il problema debito pubblico, ma offrono vantaggi ai risparmiatori

Vi presentiamo i Cir, i titoli del debito pubblico italiano, che la Lega vorrebbe lanciare a breve per i soli risparmiatori italiani a condizioni di favore. Ecco perché costituiscono una buona opportunità di investimento, pur non risolvendo affatto il problema dello spread.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Vi presentiamo i Cir, i titoli del debito pubblico italiano, che la Lega vorrebbe lanciare a breve per i soli risparmiatori italiani a condizioni di favore. Ecco perché costituiscono una buona opportunità di investimento, pur non risolvendo affatto il problema dello spread.

La Lega ci lavora da mesi e adesso starebbero per prendere vita. A breve dovrebbero nascere i Conti individuali di risparmio, noti con l’acronimo Cir. Di cosa si tratta? Nell’idea di Armando Siri, l’economista del Carroccio già fautore della “flat tax”, sarebbero titoli di stato rivolti solo agli italiani e per la cui sottoscrizione verrebbero offerte condizioni di favore. Anzitutto, i loro rendimenti non sarebbero tassati, come accade per BoT e BTp al 12,5%, e in più si potrebbe scaricare l’investimento dalla dichiarazione dei redditi, abbattendo così l’aliquota Irpef del 23% fisso. Facciamo un esempio per capire come funzionerebbero, anche se formalmente non esiste ancora alcunché di certo. Un risparmiatore italiano investe oggi 10.000 euro in BTp a 10 anni, il cui rendimento annuo è del 3,6% all’atto dell’acquisto dei bond. Le cedole e il prezzo di acquisto inferiore a quello di rimborso alla scadenza vengono tassati al 12,5%, per cui su un rendimento medio annuo di 360 euro, quello netto sarebbe di 315 euro. Non è finita, perché bisogna considerare altri due costi: le commissioni dovute alla banca, che funge da mediatrice, e che dipendono dalla durata dell’investimento, aggirandosi allo 0,3-0,4%, nonché l’imposta di bollo sul conto titoli, la cui apertura è necessaria per procedere all’investimento. Quest’ultima è pari allo 0,2% della giacenza media, ossia di 20 euro all’anno nel nostro caso. Insomma, a conti fatti bisogna considerare che i soli costi fissi saranno pari ad almeno mezzo punto percentuale rispetto alla cifra investita.

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Se investissimo la stessa somma sui Cir, sui 360 euro annui eventualmente spuntati come rendimento sul decennale, avremmo zero imposte da pagare e, anzi, un risparmio di imposta del 23% fisso sull’investimento, cioè di 230 euro. Niente commissioni bancarie e niente imposte di bollo, almeno così sembra a sentire le proposte in auge in questi giorni dalle parti del governo. Tecnicamente, come si dribblerebbero le banche non è dato ancora sapere, mentre è chiaro l’obiettivo di Lega e Movimento 5 Stelle: arginare la speculazione finanziaria, minimizzando la quota di debito in capo agli investitori stranieri, agevolandone l’assorbimento tra le famiglie italiane, la cui detenzione percentuale è crollata negli ultimi anni di circa i due terzi intorno al 5% del totale, a causa dei bassi rendimenti offerti e forse anche a una maggiore volontà di diversificare il portafoglio.

I limiti dei Cir

Esistono diversi limiti a questa proposta. La prima riguarda la fattibilità “tecnica”. Se alle banche non dai la possibilità di ricavarci qualcosa, non puoi aspettarti che dirottino gli investimenti dei clienti dai bond tradizionali ai Cir. E senza le banche, difficile che un popolo anziano e poco avvezzo alla finanza si colleghi in massa da internet per acquistare online le emissioni dei titoli. Inoltre, bisogna capire se questi strumenti siano negoziabili sul mercato secondario o meno. Se no, non potrebbero che avere durata corta, visto che in pochi verosimilmente investirebbero in un prodotto non liquidabile prima della scadenza. Se sì, è evidente che potrebbero essere ceduti solo ad altri soggetti residenti, cosa che ne limiterebbe gli scambi e renderebbe persino difficoltosa la tracciabilità dei nuovi possessori. Scambi rarefatti, però, non depongono in favore né della stabilità delle quotazioni, né della pronta liquidabilità dell’asset.

Per evitare il muro contro muro con le banche italiane, le quali posseggono sui 365 miliardi di euro in BTp, il governo starebbe pensando di limitare le emissioni di Cir a un totale annuo di 15 miliardi di euro. Inoltre, a ciascun risparmiatore verrebbe consentito di acquistarne solo 3.000 euro all’anno, in modo da porre un limite anche all’onere fiscale sostenuto dallo stato per l’iniziativa. Se questi sono i numeri in gioco, il problema della speculazione sul nostro debito pubblico, ammesso che abbia origine dai comportamenti solo degli investitori stranieri, non verrà minimamente scalfito. Si tenga conto che mediamente ogni anno siamo tenuti a rinnovare titoli e ad emetterne di nuovi per complessivi 400 miliardi di euro o poco meno. I 15 miliardi di Cir equivarrebbero anche a meno del 4% del totale. Le limitazioni appaiono, tuttavia, necessarie proprio per evitare una fuga di massa dei risparmiatori italiani dai conti correnti e deposito, i quali attualmente offrono tassi azzerati anche sulle giacenze vincolate. E indispettire coloro che tengono a galla il debito sarebbe un atto di puro autolesionismo.

Resta il fatto che, se i Cir vedranno la luce, andranno presi in considerazione, anche se dovremmo prima verificare le reali condizioni alle quali verranno emessi. Critico è, invece, il discorso sulla “nazionalizzazione” del debito pubblico, visto che un debito da 2.300 miliardi rimane gigantesco e pauroso anche se a detenerlo per il 100% fossero solo soggetti italiani. Inoltre, come vi abbiamo spiegato in altri articoli, ciò accresce i rischi a carico dei detentori, visto che il non dovere dare conto alla finanza straniera potrebbe spingere lo stato italiano sia a perseguire politiche fiscali lassiste, sia a pensare di poter rinegoziare l’enorme stock per smaltirne i costi. Inoltre, si tenga presente che per ogni euro in più investito da un italiano nei titoli di stato, quale ne sia la loro denominazione, esiste un euro in meno messo a disposizione per l’economia privata. Insomma, lo stato spiazzerebbe il mercato e questa non sarebbe una buona notizia per l’economia nazionale, che per crescere ha bisogno che il peso del primo si riduca e che aumenti quello del secondo.

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond