Perché troppo debito pubblico in mani italiane frena la crescita economica

Che il debito pubblico sia quasi tutto in mano agli italiani non deve farci sorridere, perché senza saperlo stiamo deprimendo la nostra economia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Che il debito pubblico sia quasi tutto in mano agli italiani non deve farci sorridere, perché senza saperlo stiamo deprimendo la nostra economia.

L’Italia ha un problema di debito pubblico, lo sanno nel mondo pure le pietre. Salito ormai sopra quota 2.300 miliardi di euro e attestatosi in area 131% del pil, i costi per onorare le scadenze ogni anno pesano come un macigno sul nostro bilancio statale. Nel 2017, abbiamo speso 65,6 miliardi in interessi, qualcosa come il 3,8% del pil. Per contro, la Germania ha dovuto impiegare appena l’1% della propria ricchezza annua per remunerare i creditori, segno sia della sua più alta reputazione sul mercato, sia anche di un grado di indebitamento più che dimezzato rispetto al nostro. Già quest’anno, infatti, il debito tedesco scenderà a poco sopra il 60%, grazie al quinto esercizio consecutivo chiuso con bilancio in attivo. Una misura della credibilità di un sistema-Paese consiste nel verificare la percentuale di debito detenuto dai creditori stranieri. Ebbene, in Italia è crollata dal 52% del 2010 all’attuale 32%, di cui intorno al 6% sarebbe da ricondurre agli acquisti realizzati dalla BCE con il “quantitative easing” e formalmente iscritti tra le detenzioni di BTp all’estero. In sostanza, escludendo Francoforte, troviamo che appena poco più di un quarto del nostro debito pubblico sia collocato all’estero.

Perché un debito pubblico tutto in mano agli italiani aumenta il rischio default

Se da un lato il dato rassicura sulla elevata capacità della domanda domestica (banche, assicurazioni, fondi, famiglie) di assorbire l’offerta media di circa 400 miliardi di euro all’anno in titoli di nuova emissione, dall’altro esistono dubbi sul fatto che possa considerarsi un elemento positivo in sé. Le banche italiane a fine luglio possedevano BTp per 383,5 miliardi di euro, in deciso aumento rispetto a pochi mesi prima. La lievitazione dei rendimenti sovrani sta attirando nuovamente le attenzioni degli istituti tricolori, che hanno la possibilità di investire ulteriore liquidità in impieghi sicuri e relativamente redditizi, specie a fronte di rischi crescenti per la nostra economia. Poiché non trattasi di denaro originatosi dal nulla, bensì attinto dai conti dei clienti, possiamo ben affermare che lo spread alto generi un effetto spiazzamento (“crowding-out”) degli investimenti privati, nel senso che riduce l’offerta di liquidità disponibile per le imprese, rendendo il denaro più caro anche per i privati.

Lo stesso discorso riguarda le famiglie, ossia l’amplia e variegata platea dei piccoli investitori privati. Facciamo un paio di esempi: perché mai un risparmiatore del Bel Paese dovrebbe acquistare il bond Ferrari con scadenza 2023 e rendimento annuo lordo attuale all’1,3%, quando otterrebbe oggi più del 2% investendo in un BTp quinquennale o l’1,4-5% persino con un biennale del Tesoro? E perché dovrebbe puntare sull’obbligazione Telecom 2027 con rendimento lordo al 3,02%, se sulla medesima scadenza il bond statale ti offre lo 0,25% in più e una tassazione inferiore? Ricordiamo, infatti, che i rendimenti dei titoli del Tesoro vengono tassati al 12,5%, quelli esitati dal settore corporate scontano una tassazione al 26%.

L’effetto depressivo sull’economia italiana

Ma cosa significa dirottare i propri risparmi sui BTp, anziché sulle obbligazioni private o altro tipo di investimento? Tagliare finanziamenti alle imprese italiane che producono, che hanno bisogno di capitali da investire per rafforzarsi sui mercati sempre più globali, con la conseguenza che alla fine abbiamo ottenuto maggiore soddisfazione economica e minore stress acquistando BTp, ma al costo di indebolire la struttura industriale dell’Italia. In altre parole, esiste un “trade-off” tra elevata domanda privata per i titoli di stato e crescita economica. La prima colpisce indirettamente la seconda, quand’anche siamo portati a pensare il contrario, ossia che comprare BTp sia quasi un atto patriottico, oltre che un buon investimento, dati i rendimenti inusitatamente alti in un panorama generalmente depresso da questo punto di vista presso le economie avanzate. Per dirla in maniera più esplicita, lo stato drena risorse dalle imprese e nel lungo periodo si da una zappa sui piedi, perché da un lato risparmia interessi preziosi da pagare ai creditori (e che sarebbero più alti con una bassa domanda interna di bond), dall’altro non riesce ad abbattere il suo immenso debito pubblico anche e, soprattutto, a causa della bassa crescita dell’economia italiana, a sua volta dipendente in parte proprio dagli investimenti insufficienti delle imprese, i quali risentono di tassi di mercato più alti di quelli richiesti all’estero ai concorrenti stranieri.

Quanto abbiamo appena spiegato può apparire un ragionamento teorico, eppure lo abbiamo notato proprio nel pieno della crisi dello spread di 7 anni fa, quando in pochi mesi le banche italiane hanno raddoppiato le esposizioni verso il Tesoro, al contempo tagliando i prestiti all’economia reale (famiglie e imprese), provocando un potente “credit crunch”, che a sua volta ha innescato una disastrosa recessione del pil, mandando giù consumi, investimenti e produzione e facendoci avvitare su noi stessi. Alla fine, grazie alle banche lo stato è riuscito a riprendersi sul piano dei conti pubblici, pur a fatica, ma al costo di avere depresso l’economia privata. Il fenomeno non è passato inosservato in Europa, dove la Germania guida da anni il fronte di chi vorrebbe eliminare le previsioni regolamentari che favoriscono gli acquisti dei bond sovrani. Certo, i tedeschi vogliono abbassare i rischi bancari nell’area, non sostenere la ripresa del pil tricolore, ma in fondo pongono un problema reale e che paradossalmente siamo proprio noi italiani a non avvertire, continuando a pensare che la crescita possa ripartire dai consumi (già alti), ovvero dal divoramento delle risorse esigue esistenti, non dal potenziamento di queste ultime tramite nuovi investimenti.

Un italiano alla Vigilanza BCE per difendere le nostre banche?

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Argomenti: Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia