Ecco le cause colpo di stato in Sudan e perché c’entra l’inflazione

Il colpo di stato nel Sudan minaccia non solo la pace nel paese africano, ma anche le relazioni commerciali e finanziarie con l'Occidente

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Colpo di stato nel Sudan

Torna a fare parlare di sé il Sudan dopo gli anni della tragica crisi umanitaria nel Darfur. Nei giorni scorsi, il premier Abdalla Hamdok è stato deposto dai militari guidati da Abdel Fattah al-Burhan. I golpisti hanno rassicurato che le elezioni democratiche fissate per il 2023 si terranno ugualmente, ma nel frattempo paesi donatori come gli USA hanno sospeso gli aiuti umanitari. E non è un dettaglio per una delle economie più povere del mondo.

Il PIL del Sudan risulta dimezzatosi nell’ultimo decennio, ovvero da quando la regione meridionale – il Sud Sudan ricco di petrolio – ottenne l’indipendenza. Il paese fu guidato fino all’aprile del 2019 dal sanguinario dittatore islamista Omar al-Bashir, isolato dalla Comunità internazionale per le diffuse violazioni dei diritti umani e il sostegno al terrorismo fondamentalista all’estero. Tuttavia, la crisi economica è divampata negli ultimi mesi con l’inflazione esplosa fino al 423% di luglio. Ancora nel mese di settembre, si attestava al 366%.

Case del boom dell’inflazione nel Sudan

Proprio l’impennata del costo della vita ha favorito il golpe militare di questi giorni, con proteste nel paese contro il governo, accusato di gestire l’economia peggio di al-Bashir. La realtà è un po’ più complessa. Porto Sudan da mesi è bloccata dalle tribù del nord-est, le quali protestano contro la firma dell’Accordo di Pace di Juba. Esso garantisce loro minori concessioni e diritti delle aspettative. Il blocco delle merci ha fatto schizzare i prezzi di tutti i beni di prima necessità, medicine comprese.

Il golpe potrebbe dissuadere il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale dal sostenere finanziariamente il Sudan. E dire che nei mesi scorsi, l’ormai ex premier Hamdok era riuscito ad ottenere dai creditori del Club di Parigi la rinegoziazione di 23,5 miliardi di dollari di debito pubblico.

Gli avvenimenti di questi giorni minacciano quel poco di economia che Khartum possiede, intaccando le prospettive future. Il Sudan è anche discretamente ricco di materie prime. Tra l’altro, vi si trovano riserve di gas per 3 mila miliardi di metri cubi, pur incidendo per appena lo 0,043% del totale mondiale. E lo scorso anno ha estratto 36,6 tonnellate di oro, a fronte di 533 tonnellate di riserve accertate. In più vi sono anche argento, zinco e cromite.

Le quantità di materie prime disponibili non sono tali da far allarmare i mercati, anzi perlopiù appaiono trascurabili. Il problema è che questo colpo di stato arriva a qualche mese di distanza dal ritorno al potere dei talebani in Afghanistan. E si teme che dietro ad esso si celi il fondamentalismo islamico. In passato, il Sudan fu campo di addestramento per i miliziani di Al Qaeda, per cui la minaccia alla sicurezza mondiale esiste. Peraltro, il paese confina a nord con la Libia e l’Egitto, a sud con Etiopia ed Eritrea. Gli sconvolgimenti geopolitici nell’area rischiano di essere più potenti di quanto pensiamo.

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