Club di Parigi non più potente come un tempo, la Cina sta prendendo suo suo posto

Il gruppo degli stati creditori sta perdendo smalto e quote di mercato tra i paesi emergenti, scalzato dalla Cina.

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La perdita di potere del Club di Parigi

C’era una volta il Club di Parigi. E c’è anche oggi, semplicemente sembra sempre più l’ombra di sé stesso. Nato nel 1956 come associazione non giuridicamente vincolante dei 6 stati creditori dell’Argentina, tra cui l’Italia, oggi conta ben 22 membri permanenti. Tra loro figurano Brasile e Corea del Sud, paesi che inizialmente stavano dall’altra parte del tavolo, cioè tra i debitori.

Cos’è il Club di Parigi? Il gruppo nasce con l’intento di gestire le negoziazioni con gli stati debitori esposti verso altri stati o enti privati garantiti da questi. Ebbe poco e niente su cui lavorare fino alla fine degli anni Settanta, mentre il suo ruolo divenne preminente negli anni Ottanta, quando i casi di ristrutturazione dei debiti sovrani s’impennarono. Furono un paio di dozzine nel solo 1989.

Il Club di Parigi non ha avuto una buona fama tra i debitori. Con sede nella capitale francese, in una sala del Ministero del Tesoro, per diversi decenni è stato percepito come un osso duro con cui negoziare per giungere a soluzioni accettabili sui termini di pagamento. La linea adottata esclusivamente fino all’inizio del nuovo Millennio fu quella della dilazione dei versamenti e del loro alleggerimento, mai la cancellazione dei debiti. Ad ogni modo, negli anni Novanta provvide a ridurre le esposizioni dei paesi poveri di circa 100 miliardi di dollari.

Il Club di Parigi apre al condono dei debiti

La svolta avvenne con gli anni Duemila. Papa Giovanni Paolo II si spese per un “giubileo dei debiti” e ne invocò a gran voce la cancellazione per gli stati più poveri. Pressato dall’opinione pubblica mondiale, il Club di Parigi accolse tale istanze, chiaramente valutando caso per caso.

Ma i debitori lamentano che il suo operato si sovrapporrebbe a quello del Fondo Monetario Internazionale. In sostanza, la linea sarebbe grosso modo simile, per cui non si vedrebbe la necessità di negoziare separatamente con un gruppo di creditori sovrani.

Negli ultimi anni, l’influenza del Club di Parigi sembra essersi affievolita decisamente. Tuttavia, nei mesi scorsi è riuscito a ottenere che il G-20 adottasse il suo “Common Framework”, il piano per giungere alla rinegoziazione dei debiti. Grazie a ciò, ha esteso praticamente la sua influenza tra le grandi economie mondiali che dell’organismo non fanno parte. E l’obiettivo era proprio la Cina, seconda economia del pianeta dopo gli USA. L’apparente successo dell’iniziativa sarebbe stata confermata dall’adesione al “Common Framework” di Ciad, Etiopia e Zambia.

Ma i numeri continuano a confermare la perdita di rilevanza del Club di Parigi tra gli stati in via di sviluppo. Le esposizioni di queste verso di esso ammontavano nel 2017 (dati Bloomberg) a 200,8 miliardi di dollari, molti meno dei 335 miliardi verso la Cina e i 301,8 miliardi verso la Banca Mondiale. Nel 2008, i crediti del Club di Parigi nei confronti di queste realtà valevano 206,8 miliardi, un multiplo dei 49,7 miliardi della Cina e davanti ai 194,4 miliardi della Banca Mondiale.

La Cina nuova potenza creditrice

Dunque, la Cina sta scalzando il Club di Parigi tra gli stati più poveri. Perché? Pechino dispone di immense risorse da prestare e si mostra generalmente più flessibile sui termini di pagamento. Attenzione, non si tratta di essere più generosi. I cinesi adottano una politica di colonialismo economico e finanziario lampante, come dimostra il caso dell’Africa: prestiti in cambio di controllo di infrastrutture vitali, di società strategiche e accesso al mercato commerciale domestico.

Fatto sta che sono diventate numerosi i paesi in cui il peso dei debiti verso la Cina supera nettamente quello delle esposizioni verso il Club di Parigi. E ciò semplicemente determina la minore influenza geopolitica di quest’ultimo in varie aree del pianeta, a tutto vantaggio della superpotenza cinese.

Ad esempio, il Venezuela deve a Pechino qualcosa come l’11,4% del suo PIL, a fronte del 2,4% verso il Club di Parigi. Nella Repubblica del Congo, le percentuali si mostrano ancora più nette: 48,7% contro 3,8%. In Etiopia siamo al 12,7% contro lo 0,8%.

Qualcuno potrebbe chiedersi se l’esistenza del Club di Parigi abbia ancora un senso. La risposta è affermativa. In 65 anni di storia, esso ha dimostrato che la negoziazione evita le nefaste conseguenze dei secoli passati. Non dobbiamo dimenticare che l’incapacità delle parti di dialogare sui debiti di guerra fu alla base dell’iperinflazione in Germania e alla successiva ascesa del nazismo. Da uno scontro per spiccioli si arrivò a un disastro incommensurabile per l’intera umanità. Per contro, i fatti ci dicono anche che la negoziazione e persino la cancellazione dei debiti non portano dritti alla risoluzione dei problemi degli stati debitori. L’Argentina è giunta al suo nono default, mentre diverse realtà africane, pur alleggerite dalle esposizioni, continuano a viaggiare sopra una marea di debiti e di sprechi nel più bieco sottosviluppo.

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