Divieto vendite allo scoperto, il Giappone si muove e Tesla lo benedice

Vietato prestare azioni per operazioni di "short selling". Il fondo pensione sovrano del Giappone annuncia la svolta clamorosa, ma dovrà rinunciare a oltre $300 milioni all'anno. Elon Musk di Tesla reagisce con un "bravo!".

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Vendite allo scoperto? Non con le mie azioni. Il Japan Government Pension Investment Fund (GPIF), il fondo pensione sovrano del Giappone, ha annunciato nei giorni scorsi che non presterà più le azioni di società estere detenute ai cosiddetti “short sellers”, i venditori allo scoperto.

La decisione riguarderà titoli per un controvalore di 42.500 miliardi di yen, pari a quasi 353 miliardi di euro. Il fondo figura tra i maggiori al mondo e dispone di assets per 733 miliardi di dollari. La notizia è stata immediatamente commentata dal fondatore e ceo di Tesla, Elon Musk, con un “Bravo, la cosa giusta fa fare! Le vendite allo scoperto dovrebbero essere illegali”.

Le azioni Tesla risultano oggetto di “short selling” per ben 9,5 miliardi di dollari, circa il 21% del totale. Sarà anche per questo che Musk abbia lodato l’iniziativa nipponica, destinata a suscitare reazioni contrapposte sui mercati, positive tra le società e negative tra gli investitori.

Come funzionano le vendite allo scoperto

Su cosa sia lo “short selling” vi rimandiamo a un articolo di qualche anno fa e sempre valido (Short selling, cos’è e rischi e opportunità di una strategia ribassista). Si tratta di una scommessa al ribasso sul prezzo di un titolo (azione o obbligazione). Lo scommettitore, però, non possiede il titolo e se lo fa prestare da un broker dietro il pagamento di una commissione e per un certo periodo, scaduto il quale dovrà restituirlo. Appena lo ottiene in prestito, lo vende a un terzo ai prezzi di mercato, confidando che quando dovrà acquistarlo, i prezzi risulteranno scesi e, quindi, abbia incassato più di quanto successivamente avrà speso, al netto sempre delle commissioni da corrispondere al broker.

Alcune vendite allo scoperto avvengono senza la disponibilità materiale del titolo e sono dette anche “nude” (“naked”). Chi acquista ottiene la promessa da chi vende che il titolo gli sarà consegnato entro una certa data. Qui, il broker manca, le spese di commissione anche e, però, bisogna trovare sul mercato acquirenti disposti a comprare sulla base di una promessa.

Ad ogni modo, i titoli venduti allo scoperto sono oggetto di speculazione ribassista e le autorità di vigilanza sono solite pubblicarne la quantità per ciascuna società quotata in borsa, così da segnalare al mercato quali siano le scommesse riguardo all’andamento di ciascuna di essa.

Vendite allo scoperto un male?

Vendere allo scoperto può apparire una pura occasione speculativa senza alcun beneficio per il mercato, all’infuori di chi la scommessa la vince. Tuttavia, non è così. Queste operazioni forniscono liquidità al mercato e contribuiscono involontariamente e per paradosso a stabilizzare i prezzi, offrendo titoli nelle fasi rialziste e sostenendone la domanda nelle fasi ribassiste con la necessaria “ricopertura”. Per non parlare del fatto che siano una spia delle aspettative degli investitori, favorendo le valutazioni anche dei non esperti. Ad esempio, se so che sul titolo Tesla oltre un quinto del capitale risulta oggetto di speculazione al ribasso, indipendentemente dalla mia capacità di analisi dei dati finanziari, avrò modo di capire che il mercato si aspetti che accada qualcosa di negativo alla società di auto elettriche, per cui starò in guardia.

Il fondo sovrano del Giappone ha ricavato nel 2018 commissioni derivanti dai prestiti di azioni straniere ai venditori allo scoperto per circa 312 milioni di euro, per cui la decisione colpirà i suoi stessi conti, anche se viene giustificata con la necessità di garantire trasparenza sul possesso degli assets e dalla natura di investitore di lungo periodo che esso può vantare. Il divieto di vendite allo scoperto è sempre più adottato dalle autorità di vigilanza nei casi di cali eccessivi dei prezzi e concentrati in breve tempo, formalmente per cercare di sostenere il titolo contro valutazioni spesso frutto del panico, sebbene nei fatti questi provvedimenti risultino poco o affatto efficaci allo scopo, anzi danno il più delle volte il senso di azioni disperate e contribuiscono a generare un clima di sfiducia verso il titolo medesimo.

Divieto short selling sui titoli bancari, la richiesta dei consumatori

Nel 2012, il Regolamento 236/2012 dell’Unione Europea introdusse una serie di obblighi informativi e di limitazioni con riferimento alle vendite allo scoperto “nude” di titoli di stato e “credit default swaps”, i titoli che assicurano contro il fallimento di uno stato.

Alla luce di questi anni di esperienza pratica, non possiamo affermare che abbia funzionato nel centrare l’obiettivo di fornire maggiore stabilità ai corsi dei bond sovrani o di spegnere/ridurre la speculazione ai loro danni. Se vogliamo, il calo degli scambi giornalieri da esso provocato potrebbe avere persino creato maggiori occasioni di speculazione e di amplificazione delle variazioni dei prezzi nel corso delle sedute.

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