Debito pubblico risale a ottobre e scoppia lo scandalo derivati

Risale il debito pubblico a ottobre a quasi 2.290 miliardi. E scoppia il caso derivati, con decine di miliardi di denaro dei contribuenti a rischio per i contratti siglati dal Tesoro con banche internazionali nei decenni passati.

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Risale il debito pubblico a ottobre a quasi 2.290 miliardi. E scoppia il caso derivati, con decine di miliardi di denaro dei contribuenti a rischio per i contratti siglati dal Tesoro con banche internazionali nei decenni passati.

Il debito pubblico italiano a ottobre è aumentato di 5,8 miliardi a 2.289,7 miliardi di euro, secondo il Supplemento finanziario al Bollettino statistico di Bankitalia. La crescita sarebbe il frutto di 4,9 miliardi di fabbisogno finanziario mensile e di un aumento pure delle disponibilità liquide del Tesoro per 1,3 miliardi a quota 53,3 miliardi, contro i 47,7 miliardi dello stesso mese del 2016. Gli scarti di emissione, la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e le variazioni del cambio hanno ridotto l’indebitamento di 0,4 miliardi.

Le entrate tributarie contabilizzate nel mese sono diminuite di 400 milioni su base annua, scendendo a 32,2 miliardi, ma segnano una crescita dell’1,3% nei primi 10 mesi dell’anno, attestandosi a 339 miliardi.

Evinciamo, quindi, un aumento delle scorte di liquidità da parte del Tesoro, insolito per questo periodo dell’anno, essendo il loro accumulo tipico fino all’estate. Che forse il governo si stia preparando a possibili contraccolpi sui mercati nei mesi pre-elettorali?

(Leggi anche: Debito pubblico risale a settembre)

Il capitolo derivati

Sul debito pubblico italiano è bufera e ad accendere la miccia di uno scontro che sta diventando anche politico sono le parole del sostituto procuratore presso la Procura regionale del Lazio della Corte dei Conti, Massimiliano Minerva, che in audizione alla Commissione d’inchiesta sulle banche ha tacciato il responsabile delle emissioni e della gestione del Tesoro, Maria Cannata, di “comportamenti omissivi”.

Il riferimento è ai contratti derivati, siglati dal Ministero dell’economia e delle finanze (Mef) sin dal 1994 e che, secondo calcoli ancora tutti da provare, potrebbero pesare sui conti pubblici italiani per un importo stratosferico di 40 miliardi di euro, circa il 2,5% del pil. (Leggi anche: Bomba derivati sul debito pubblico: 42 miliardi persi in favore delle banche)

Ricostruire la dinamica sui contratti derivati è compito complesso, anche perché l’oggetto non è in sé facilmente spiegabile.

Partiamo col dire che trattasi di accordi, che hanno uno scopo protettivo, in questo caso del debito pubblico a cui afferiscono, per chi li stipula, anche se le finalità potrebbero essere persino opposte, ovvero di tipo speculative. In un certo senso, lo stato italiano ha fatto l’una e l’altra cosa, cioè ha inteso sia proteggersi dai rischi, sia speculare sul tempo. Vediamo meglio.

Derivati debito, come funzionano

Il contratto nel mirino del sostitutore procuratore è, in particolare, quello del 1994 siglato con Morgan Stanley, che conterrebbe clausole di natura vessatoria, assegnando alla sola banca d’affari americana la possibilità di una chiusura anticipata della posizione (“early termination”), nonché di limitazione delle sue esposizioni verso Roma. In pratica, l’accordo fu studiato più per consentire alla banca di guadagnarci che non allo stato italiano di proteggere le emissioni di debito.

Secondo un’analisi ben articolata e pubblicata da Il Sole 24 Ore, i contratti derivati avrebbero complessivamente fruttato alle nostre casse statali 11,6 miliardi tra il 1997 e il 2005. Tutto bene, quindi? Per niente, perché già dal 2006 si è presentato il conto da pagare, pari a 24 miliardi al 2016 e attualmente i contratti ancora accesi mostrano un valore negativo di 31,8 miliardi, ovvero se venissero tutti chiusi oggi, ci rimetteremmo tale cifra. Come mai? E qui torniamo alla struttura dei derivati. Quelli stipulati dal Tesoro nel 1997, quando l’Italia sotto il governo Prodi tentava di abbellire i conti pubblici per entrare nell’euro, prevedevano di scambiare un debito in tasso fisso con uno a tasso variabile. In pratica, l’Italia pagava alle banche un tasso variabile e incassava un tasso fisso. Tale strategia pagò per i primi anni, quando i tassi di mercato scesero, per cui quello che il Tesoro incassava risultava superiore a quanto lo stesso versava alle banche. (Leggi anche: Opzioni, cosa sono questi contratti derivati)

Il salasso da pagare dopo il 2006

La strategia mutò dal 2006, anno in cui l’esigenza avvertita non era più quella di proteggersi contro un aumento dei tassi, bensì di allungare la duration media del debito pubblico.

E così, il Tesoro versa ora alle banche un tasso fisso e incassa un tasso variabile. Sfortuna vuole che i tassi crollano sui mercati dal 2008, in coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria. Ciò causa un contraccolpo evidente allo stato italiano, che incassa dai derivati già stipulati un tasso variabile prossimo allo zero, mentre continua a sborsare un tasso fisso elevato.

Queste pratiche, secondo l’ammissione della stessa Cannata, sono state portate avanti dal Tesoro senza nemmeno essere dotati di software per un’analisi dettagliata, almeno fino al 2000. In sostanza, nonostante per Minerva la Cannata firmasse tutto, gli studi sui prodotti erano carenti. In altre parole, abbiamo stipulato contratti alla cieca, senza capire bene cosa fossero, o meglio, senza prevederne in maniera documentata le conseguenze sulla base dei vari scenari ipotizzabili sui mercati. Questa la spiegazione formale, perché dietro ai derivati si nasconderebbe una realtà politica ben precisa: abbellire i conti pubblici nell’immediato, anche al costo di pagare pegno nel lungo termine. Avvenne così con l’ingresso nell’euro e il Leitmotiv restò lo stesso anche nel cuore del secondo governo Berlusconi (2001-2006).

Fatto sta che recriminare contro le banche d’affari, che della speculazione fanno una loro ragion d’essere, appare ormai inutile e tardivo. Sconfortante notare come la solita visione corta dei governi italiani li abbia spinti a ipotecare le tasche dei contribuenti, sperperando decine di miliardi di euro pubblici, al solo fine di aggiustare di uno zero virgola il rapporto deficit/pil dell’anno in corso o quello seguente. Per fortuna, c’è almeno una buona notizia per gli italiani: queste pratiche non servono più a coprire “buchi” di bilancio, per cui sono inutili allo scopo di abbellire la contabilità, che con il “Sec 2010” non si fonda più sul principio di cassa, bensì su quello di competenza.

In pratica, questi giochetti per fingere maggiori entrate nell’immediato non possono più essere realizzati. (Leggi anche: Derivati debito pubblico non sono una truffa, ma bisogna saperli usare)

 

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