Debito pubblico, questione di interessi: ecco come Germania e Francia ci battono sui conti

Il debito pubblico delle principali economie dell'Eurozona risente delle dinamiche legate agli interessi. L'Italia paga la scarsa fiducia dei mercati, mentre la Germania beneficia del suo essere "paradiso" per gli investitori.

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Il debito pubblico delle principali economie dell'Eurozona risente delle dinamiche legate agli interessi. L'Italia paga la scarsa fiducia dei mercati, mentre la Germania beneficia del suo essere

Quest’anno o, al più tardi, nel 2019 la Germania sarà capace di abbassare il suo rapporto debito/pil sotto il 60%, l’obiettivo principale contenuto nel Patto di stabilità e ribadito con il Fiscal Compact del 2012. E pensare che solo nel 2012, i tedeschi avevano raggiunto un debito dell’82%.

Da allora, però, hanno chiuso il bilancio pubblico in pareggio per un anno e per i successivi cinque, addirittura, in attivo. Il 2018 dovrebbe esitare il surplus record dell’1,5% del pil, qualcosa come quasi 50 miliardi di euro di entrate in più rispetto al totale delle spese. Tra le grandi economie, nessuno può vantare nella sua storia moderna simili risultati e per così lungo tempo. Tant’è che nel quinquennio scorso, il debito pubblico tedesco non è soltanto diminuito in rapporto al pil dal 77,4% al 64%, ma persino in valore assoluto di 110 miliardi di euro.

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Com’è stato possibile ottenere questi risultati? Aldilà della ben nota austerità fiscale teutonica, Berlino ha potuto avvantaggiarsi dello status di “beni rifugio” dei suoi Bund. In pratica, gli investitori nazionali e stranieri si riparano nei suoi titoli di stato contro le tensioni internazionali (la crisi dell’euro vi dice qualcosa?) e in caso di crisi. Ciò ne favorisce i rendimenti, abbassandoli a livelli ormai negativi da anni, anche per effetto della politica monetaria ultra-espansiva della BCE, con la conseguenza che fino a scadenze medio-lunghe (7-8 anni) ancora sono gli investitori a “pagare” la Germania per avere il privilegio di acquistare il suo debito. Questo è il senso, infatti, dei rendimenti negativi.

Nel lustro 2013-2017, la Germania ha speso complessivamente in interessi 113,3 miliardi, lo 0,7% medio del suo pil. In rapporto al debito del periodo, trattasi di un costo medio dell’1,1%. Con queste percentuali, sarebbe come dire che il governo tedesco ai suoi creditori garantisce a malapena il rientro nell’inflazione, che mediamente nel periodo è stata della stessa entità.

Il confronto tra Francia e Italia

E la Francia? E’ la seconda economia dell’Eurozona, al centro delle attenzioni in questo periodo per l’annunciato (informalmente) sforamento del deficit nel 2019, quando verosimilmente salirà al 3,4% del pil.

Nel quinquennio passato, Parigi ha incrementato il suo debito di ben oltre 365 miliardi di euro, sborsando complessivamente 240,7 miliardi in interessi, appena il 2,2% medio del pil e per un costo medio annuo del debito al 2,3%, l’1,8% reale. Dunque, al netto di questa voce di spesa, avrebbe comunque aumentato il suo debito di 125 miliardi, quando la Germania lo avrebbe ridotto ancora di più per 223,4 miliardi.

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Meglio ha fatto l’Italia, che ha incrementato nello stesso periodo il suo debito di 273,4 miliardi, sborsando la cifra stratosferica di 352,2 miliardi solamente per gli interessi, il 3,2% dello stock medio del debito (2,7% reale) e pari al 4,2% del pil. Al netto di questa voce, il debito pubblico italiano, quindi, sarebbe diminuito di quasi 79 miliardi. Nessuno immagina che l’Italia dovrebbe sostenere lo stesso costo della virtuosa Germania, ma se immaginassimo di sborsare in termini percentuali la stessa entità della Francia, tra il 2013 e il 2017 avremmo risparmiato circa la metà dell’onere, qualcosa come quasi 168 miliardi e avremmo così oggi un rapporto debito/pil di quasi una decina di punti percentuali più basso, mentre questo è cresciuto dal 129% al 131% nel corso del quinquennio, meno che in Francia, dove è passato dal 93,4% al 98,5%.

Dunque, la spesa per gli interessi si rivela determinante per il trend dei vari debiti sovrani. E qui sta il grande problema italiano, perché con l’avvio del “tapering” da parte della BCE, i tassi tendenzialmente saliranno nell’Eurozona per i prossimi anni, andando a gravare maggiormente sui conti pubblici degli stati più indebitati. Pertanto, se l’accomodamento monetario del quinquennio passato ha fatto l’interesse un po’ di tutti gli stati dell’area, beneficiando perlopiù quelli fiscalmente virtuosi, la sua cessazione porterà qualche problema proprio a chi ha accumulato nei decenni passati disavanzi cospicui, ossia a Italia, Portogallo e Spagna. E serviranno avanzi primari ben più consistenti per frenare la tendenza rialzista dei debiti di queste economie, nonostante già oggi l’Italia ne vanti uno uguale a quello della Germania, mentre la Francia continua a segnare un saldo primario negativo, frutto di una spesa pubblica che continua ad eccedere le entrate, al netto degli interessi.

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