Perché il debito pubblico va ridotto e a preoccupare non è solo l’Italia

La corsa al debito pubblico come falsa e temporanea soluzione ai problemi dell'economia. I governi spendaccioni, però, così sacrificano le prospettive future, contagiando il settore privato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La corsa al debito pubblico come falsa e temporanea soluzione ai problemi dell'economia. I governi spendaccioni, però, così sacrificano le prospettive future, contagiando il settore privato.

In questi mesi di battaglia tra Roma e Bruxelles sulla fissazione del deficit per l’anno prossimo e l’irrompere in questi giorni del caso francese, con la violazione annunciata dal presidente Macron del limite di disavanzo fiscale previsto dal Patto di stabilità del 3% rispetto al pil, sembra quasi che la corsa al debito pubblico sia la soluzione magica per stimolare la crescita, come se chi fondasse le proprie politiche dei conti pubblici su bilanci ordinati – vedi la Germania – stesse sacrificando il benessere dei suoi cittadini, nel nome dell’austerità fine a sé stessa e di chissà quale disegno politico inconfessabile. In realtà, l’eccesso di spesa pubblica rappresenta un palliativo che i governi individuano nel breve termine per aggirare le scelte prima o poi da prendere: alzare le tasse o tagliare beni e servizi per la collettività. Nel lungo periodo, alternative non ne esistono. Non si può pensare di vivere eternamente sopra le proprie possibilità e per capire il perché, dobbiamo ricordare che ogni debito è una promessa di pagamento e va onorata.

Il costo di spendere più di quanto si sia incassato consiste negli interessi da corrispondere ai creditori, ovvero banche, fondi, assicurazioni e semplici investitori individuali (famiglie). Quando il debito pubblico in rapporto al pil sale, naturale che anche la spesa per gli interessi lievita e in misura più che proporzionale. Per intenderci, uno stato con un debito al 100% del pil paga interessi in misura percentuale superiore di uno con un debito al 50%, perché è percepito dal mercato a maggiore rischio.

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Perché il debito pubblico fa male

Gli interessi a loro volta pesano sul bilancio pubblico e come nel caso dell’Italia, essi stessi finiscono per generare nuovo debito, innescando una spirale potenzialmente pericolosa per la sostenibilità delle finanze statali. Il nostro Paese, ad esempio, chiude i bilanci in attivo sin dall’inizio degli anni Novanta, registrando avanzi primari anche relativamente cospicui, ma dovendo sborsare diversi punti di pil per gli interessi, alla fine archivia ogni esercizio in deficit e alimenta la montagna del debito. Qualcuno potrebbe chiedersi quale sia il problema. In fondo, a differenza di un debito privato, quello pubblico non ha una scadenza entro cui debba essere ripagato, potendo sempre essere rinnovato all’infinito. Vero, ma nel frattempo il peso degli interessi sottrae spazio ad altre voci di spesa o costringe i governi a tenere alta la pressione fiscale, a meno di non credere che ci si possa indebitare senza limiti, cosa impossibile per il semplice fatto che le risorse necessarie per finanziare il debito siano limitate e per essere investite in esso richiedono interessi crescenti all’aumentare della domanda.

Dunque, un debito pubblico elevato si traduce in minore spesa pubblica per il mantenimento dei servizi e in oneri pesanti per lo stato sul fronte interessi, nonché in tasse necessariamente alte e che finiscono per disincentivare la produzione di ricchezza e i consumi. Non a caso, nelle economie con elevati tassi di indebitamento pubblico il malcontento dei cittadini tende ad essere elevato, a causa di servizi non ritenuti quantitativamente e qualitativamente all’altezza e di un’imposizione fiscale oppressiva. Per questo, accade sempre più spesso che le banche centrali, pur “indipendenti”, siano costrette a intervenire per cercare di porre un limite alla spirale negativa tra debito e interessi, tenendo questi ultimi sotto controllo con misure di politica monetaria accomodanti e che poco hanno a che vedere con il loro mandato di perseguire la stabilità dei prezzi e, in qualche caso, la crescita economica. In sostanza, per evitare che lo stato paghi troppi interessi, si attua una politica di “repressione finanziaria” ai danni degli investitori privati, i cui effetti per l’economia sono deleteri.

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Bassi tassi tendono, infatti, a deprimere i risparmi e a incentivare i consumi, oltre che a spingere il mercato a puntare su assets sempre più remunerativi, per quanto più rischiosi. Il risultato è che per contenere il debito pubblico si finisce per alimentare quello privato, creando un mix velenoso per la stabilità economica. Prendete la Francia di oggi: ha un debito pubblico di quasi il 100% del pil e uno privato del 250%. Questo significa che un rialzo dei tassi di 100 punti base o l’1% a regime determina un aggravio per famiglie, imprese e contribuenti del 3,5% del pil, risorse sottratte ai consumi, agli investimenti e ai servizi pubblici. Per questo, già con il Trattato di Maastricht del 1992, quella che sarebbe diventata l’Eurozona previde un rapporto debito/pil massimo del 60%, confermato come obiettivo con il Fiscal Compact del 2012.

Perché un rapporto debito/pil al 60%?

Come tutti i parametri, anche quelli del deficit e del debito sono opinabili e non hanno in sé alcun valore scientifico. La ratio semmai sarebbe la seguente: con una crescita economica nel lungo termine stimabile intorno all’1-1,5% e un’inflazione intorno all’1,5-2%, il pil nominale crescerebbe di anno in anno del 3% e sarebbe sufficiente a stabilizzare un rapporto debito/pil al 60% con un deficit massimo di poco inferiore al 2%. E perché non prevedere un debito più alto? L’idea di fondo sarebbe che un basso grado di indebitamento terrebbe bassi gli interessi e richiederebbe, quindi, sforzi contenuti ai governi per tenere i conti pubblici in pareggio o di poco in disavanzo. Ad esempio, se anche l’interesse medio pagato fosse del 5%, con un debito al 60%, servirebbero 3 punti di pil per onorarlo. Con un avanzo primario dell’1% (l’Italia ne ha oggi uno quasi doppio), il deficit si attesterebbe al 2% (quello a cui punta il governo Conte per il 2019) e, per quanto detto sopra, il rapporto debito/pil resterebbe stabile.

Non stiamo parlando di numeri incontrovertibili, di parametri da difendere al costo della vita, è vero. Tuttavia, sbaglia chi minimizza il problema del debito e ritiene che possa essere superato dalle stamperie della banca centrale o chi, addirittura, crede che serva a stimolare la crescita del pil. Se così fosse, Italia, Giappone e Francia sarebbero tra le economie più in boom del pianeta, mentre è vero l’esatto contrario. Viceversa, l’austera Germania cresce a ritmi moderati, ma cresce e riesce a tenere la disoccupazione ai minimi da 30 anni tagliando il debito pubblico persino in valore assoluto, un’operazione più unica che rara nella storia dell’economia. Infine, una classe politica che fa debiti per sfuggire alla responsabilità delle scelte non è di buon auspicio per la governance di un sistema-paese. E l’Italia è l’emblema di come lo spandi e spendi del passato sia ricaduto sulle generazioni successive, travolgendo un intero ordine istituzionale per il livello di degrado economico e morale a cui esso era giunto.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia