Debito pubblico italiano insostenibile? Ecco perché la vera domanda è un’altra

Il debito pubblico italiano rischia di diventare insostenibile, come più di un economista ritiene da tempo? Cerchiamo di dare risposte a qualche interrogativo.

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Il debito pubblico italiano rischia di diventare insostenibile, come più di un economista ritiene da tempo? Cerchiamo di dare risposte a qualche interrogativo.

Al 31 dicembre scorso, il debito pubblico italiano risultava salito a 2.322 miliardi di euro, stando all’ultimo ricalcolo dell’Istat. Suddividendolo per i circa 60 milioni di abitanti, fanno qualcosa come 38.700 euro a testa, un terzo in più del reddito pro-capite medio. Un fardello che graverebbe sugli italiani di oggi e quelli di domani. Del resto, la generazione degli attuali sessantenni-settantenni poté godere appieno dei benefici della spesa pubblica in deficit negli anni Ottanta, salvo pagarli nei decenni seguenti e caricarli addosso ai loro figli e nipoti. Se la suddivisione la facciamo sul numero dei soli occupati, quelli che producendo ricchezza, nei fatti tirano la carretta per tutti, otteniamo che il debito per ogni lavoratore, dipendente o autonomo che sia, ammonterebbe a ben oltre 100.000 euro. Ce ne sarebbe abbastanza per prendere il primo aereo per qualsiasi altra destinazione straniera. Ma è corretto fare simili calcoli?

Davvero è il debito pubblico a spaventare dell’Italia o c’è dietro molto di più?

Partiamo da una constatazione: il debito pubblico non ha le stesse caratteristiche di un debito privato. Quando una famiglia contrae un mutuo, dovrà ripagarlo. Lo stato non ha scadenze, può sempre rinnovarlo di anno in anno all’infinito. In effetti, nessuno ci ha mai fissato un termine, entro il quale questi maledetti 2.322 miliardi già accumulati dovranno essere rimborsati. Sappiamo solo che mediamente scadono ogni quasi 7 anni e che di anno in anno abbiamo l’esigenza di rinnovare uno stock di 350-400 miliardi di euro, compresi i titoli con scadenza entro i 12 mesi (BoT). Ad essere sinceri, nemmeno le grandi imprese sono solite estinguere del tutto i loro debiti, semplicemente preferendo spesso rinnovarli alla scadenza, grazie all’abbondanza di capitali a basso costo a cui possono attingere sui mercati.

Caso diverso si ha per le imprese di medio e piccole dimensioni.

Ora, se un debito non dovrà essere mai ripagato, nel senso che possiamo rinnovarlo all’infinito, come nei fatti avviene da secoli per tutti gli stati, perché preoccuparsi? In teoria, anche se esplodesse al 1.000% del pil, potremmo sempre calciare il barattolo lungo un marciapiede infinito. Vero, ma il debito costa. Per contrarlo, bisogna pagare gli interessi e questi gravano sulle spalle dei contribuenti. Quando un debito cresce in rapporto al pil, la spesa per interessi sale anch’essa di dimensioni e tende ad incidere sempre più tra le voci del bilancio statale, sottraendo risorse ad altri capitoli più produttivi, quali sarebbero la scuola, la sanità, gli investimenti, etc. Non solo, perché il fatto che il rapporto debito/pil salga spinge il mercato a pretendere rendimenti maggiori, innalzando in misura più che proporzionale il costo del debito, fiutando il maggiore rischio.

Il confronto con il Giappone

Facciamo un esempio: l’Italia oggi spende circa il 3,9% del pil per pagare gli interessi sul debito, mentre la Germania circa l’1%. Poiché il nostro debito ammonta al 133% del pil e quello tedesco al 60%, ciò equivale ad affermare che mediamente a Roma il debito è costato il 2,6% e a Berlino l’1,7% nel 2018. Dunque, come Italia spendiamo di più della Germania non solo perché abbiamo un debito più che doppio di quello tedesco, ma anche perché ci vengono richiesti rendimenti mediamente più alti. A questo punto, qualcuno noterà come il Giappone abbia raggiunto ormai un debito pubblico superiore al 250% del pil, senza che nessuno ipotizzi anche solo per scherzo che sia avviato al default. Altrettanto vero, ma si tenga conto che la sua banca centrale detenga ormai il 40% del debito e che nonostante ciò, Tokyo spenda ogni anno un quarto del suo bilancio per i soli interessi, una situazione simile a quella dell’Italia a inizio anni Novanta. Il debito costa mediamente circa il 6% allo stato, malgrado i suoi rendimenti azzerati da tempo.

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Ancora una volta, si potrebbe ribattere che non sia problema, visto che lo stato potrebbe sempre pagare gli interessi facendo nuovi debiti e monetizzandoli tramite la banca centrale, la quale li continuerebbe ad acquistare. La risposta ha a che fare con l’inflazione. La monetizzazione del debito implica il forte rischio di iniettare sui mercati una liquidità tale, da fare esplodere i prezzi. Accadde nella Repubblica di Weimar nel 1923, quando il governo tedesco non fu più in grado di alzare le tasse a carico dei tedeschi per pagare le spese di riparazione e iniziò a stampare marchi. Fu la fine! Una tavoletta di burro arrivò a costare 5.000 miliardi di marchi e i prezzi divennero così insensati che fu ripristinato il baratto. Come mai non sta accadendo in Giappone, dove al contrario da oltre 20 anni si combatte contro la deflazione? Tante le possibili risposte, tra cui il fattore demografico. Una popolazione invecchiata spende meno e tiene i prezzi a bada. Poiché l’Europa versa in condizioni assai simili, qualcuno azzarderà che potremmo imitare senza grossi rischi l’esperimento nipponico.

In realtà, la monetizzazione del debito comporta il pericolo di una bolla finanziaria dalle conseguenze potenzialmente disastrose per l’economia. Se i prezzi di bond e azioni salgono e si sganciano dai rispettivi fondamentali, chi li possiede si arricchisce e chi no diventa relativamente più povero. In altre parole, si finisce per aumentare le disparità sociali senza che alla base vi sia alcun merito specifico in capo ai beneficiari. In Giappone, dove il risparmio è diffuso, questo non sta accadendo, anche perché il paese vanta una solida posizione finanziaria netta con l’estero, cioè ha fuori dai suoi confini assets investiti in misura superiore ai debiti. Ciò gli consente da circa 30 anni di scaricare all’esterno le possibili tensioni inflazionistiche, tant’è che la Borsa di Tokyo si trova oggi agli stessi livelli di inizio anni Novanta.

Queste condizioni non sussisterebbero in Italia, dove si rischierebbe di accentuare le distanze tra nord e sud da un lato, tra famiglie benestanti ed economicamente sofferenti dall’altro e di alimentare una bolla finanziaria con conseguenze catastrofiche quando scoppierebbe. E se così non fosse, a salire sarebbero i prezzi di beni e servizi, scatenandosi l’iperinflazione.

Niente scappatoie dal debito pubblico

Di alternative facili non ne esistono, perché il mercato non avrebbe i mezzi per accollarsi, anche volendo, quantità crescenti di debiti sovrani, a meno di non sottrarre capitali al settore privato, un po’ come sta accadendo in questi anni in Italia, dove le banche hanno più che raddoppiati i BTp a bilancio, ma hanno contratto i prestiti a famiglie e imprese, con l’inevitabile conseguenza che l’economia è rimasta in crisi, anche se lo stato ha risparmiato qualche spicciolo. Per la legge della domanda e dell’offerta, quindi, se i debiti sovrani aumentano nel loro complesso, i rendimenti seguono di pari passo, fino a quando non si va incontro a una triplice scelta: o ristrutturare il debito o risanare i conti pubblici (austerità fiscale) o lo si monetizza con la complicità della banca centrale, ammesso che questa voglia e possa farlo. In quest’ultimo caso, vale quanto sopra scritto.

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Infine, un’annotazione sul fatto che ogni italiano sarebbe gravato da quasi 39.000 euro di debito. Non è formalmente così. Per l’83%, scorporando i titoli detenuti all’estero da residenti e tramite istituzioni finanziarie, lo stock risulta dovuto verso privati e istituzioni italiani. Dunque, questi sono creditori dello stato, per cui il debito netto pro-capite risulterà assai più basso. Per essere più chiari, se posseggo 50.000 euro investiti in BTp, formalmente vanterò una posizione netta a credito di oltre 11.000 euro, sottraendo il debito a mio carico come cittadino-contribuente. Tuttavia, non ci sarebbe molto di cui rallegrarsi, perché gli investimenti in titoli di stato non sono diffusi tra le famiglie, le quali ormai posseggono solo il 4-5% dell’intero stock negoziabile. Questo significa che il contribuente italiano sarebbe costretto a pagare con le sue tasse gli interessi che dovrà corrispondere a una parte dei suoi stessi connazionali, oltre che agli investitori istituzionali italiani e stranieri. E poiché presumiamo che ad acquistare BTp siano le famiglie con maggiori disponibilità, sarebbe come ammettere che il debito pubblico esiti una redistribuzione della ricchezza in favore dei ceti più abbienti, ovvero che abbia natura regressiva.

Per contro, se la spesa in deficit fosse impiegata per favorire le classi più disagiate, questo discorso verrebbe, almeno in parte, meno. E, però, per quanto detto, la spesa per interessi tende a crescere con l’aumentare del peso del debito, svuotando gradualmente i capitoli del welfare, oltre che degli investimenti, finendo per colpire l’equità e la crescita. Non a caso, uno studio degli anni passati degli economisti di fama mondiale Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff dimostrò, pur con tutte le critiche di cui fu oggetto, che i paesi indebitati per oltre il 90% del loro pil tenderebbero a crescere di meno. Pertanto, oltre una certa misura, il debito crescerebbe ai danni dell’economia. E senza crescita, i conflitti sociali tendono a montare. Chi si illude dell’esistenza di soluzioni facili prima o poi dovrà ricredersi, fatto salvo che certo terrorismo mediatico a ogni zero virgola di debito in più in sé sia grottesco. Ma il debito italiano davvero potrebbe presto non essere sostenibile, se per ripagarlo dovessimo impegnare capitoli di bilancio sempre più corposi, a discapito di altre voci necessarie sia per offrire risposte ai cittadini, sia per garantire la crescita economica, senza la quale il rapporto non farebbe che aumentare e le pretese del mercato pure, facendoci sprofondare in un “loop” senza apparente via d’uscita.

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