A sorpresa l’esito delle elezioni presidenziali in Iran, dove al ballottaggio di venerdì scorso si è imposto il candidato riformista Masoud Pezeshkian. L’uomo ha 69 anni (70 a settembre) e proviene dall’area occidentale del Paese, ragione per cui gran parte dei suoi sostenitori spera che porti una ventata di liberalizzazione nella Repubblica Islamica. Ha sconfitto il rivale Saeed Jalili, che sembrava partire avvantaggiato con il presumibile ricompattamento del fronte conservatore.

Elezioni in Iran dopo proteste e incidente mortale per Raisi

Pezeshkian è contrario all’obbligo per le donne di indossare il velo nei luoghi pubblici, ma non ha proposto alcun cambiamento delle leggi al riguardo.

Egli è consapevole, in effetti, che le vere leve del potere in Iran sono nelle mani dell’ayatollah Khamenei. Il Consiglio dei Guardiani da questi nominato ha l’ultima parola su chi possa o meno candidarsi alle elezioni. Su un elenco di oltre un’ottantina di persone, ha ammesso solo sette candidati, di cui nessuna donna e ben sei dell’arco conservatore.

Le elezioni in Iran si sono svolte a seguito dell’incidente aereo mortale ai danni del presidente Ebrahim Raisi. L’affluenza è stata la più bassa dal 1979, anno della Rivoluzione. Ha votato poco meno del 50% degli aventi diritto, circa 30 su 60 milioni. Pezeshkian si è imposto con il 53%, pari a 16,3 milioni di voti. La Repubblica Islamica è al centro di forti tensioni interne e con l’Occidente negli ultimi tempi. Nel 2022 le proteste per la morte di Mahsa Amini furono represse nel sangue. La giovane di appena 22 anni fu arrestata e verosimilmente picchiata a morte in caserma per avere indossato il velo in maniera errata.

Nuovo embargo petrolifero dal 2018

L’Iran sostiene il terrorismo di Hamas in Palestina, tanto da essere considerato il regista dell’attacco sanguinario del 7 ottobre scorso contro Israele, durante il quale morirono 1.200 civili. Risultano finanziate e assistite sotto il profilo militare e politico anche altre organizzazioni come Hezbollah in Libano, nonché la Siria di Bashir al-Assad.

Dal 2018 è tornato sotto embargo per l’arricchimento dell’uranio. Ciononostante, l’amministrazione Biden si è mostrata abbastanza tollerante (e impotente) circa le esportazioni di petrolio in barba alle sanzioni. Sta di fatto che le estrazioni di greggio sono salite a una media sopra 3,2 milioni di barili al giorno, di cui 1,7 milioni venduti all’estero, mai così tanti da cinque anni a questa parte.

In teoria, l’elezione di Pezeshkian in Iran può considerarsi una notizia “bearish” per il Brent. Poiché il nuovo presidente propugna migliori relazioni con l’Occidente, Stati Uniti inclusi, più probabile che trovi un accordo con Washington per allentare o porre fine alle sanzioni. In quel caso, l’offerta globale di greggio salirebbe, calmierandone i prezzi. Tuttavia, bisogna considerare quanto detto pocanzi: il vero potere è nelle mani di Khamenei, la guida spirituale dalle posizioni massimaliste e ostile a qualsiasi apertura nei confronti dell’Occidente.

Pezeshkian non è primo riformista al potere

Nessuno si illuda che Pezeshkian possa cambiare volto all’Iran, tantomeno rapidamente. Non è la prima volta che a Teheran abbiamo una presidenza riformista. Hassan Rouhani cercò un avvicinamento all’Occidente e di attuare riforme per rilanciare l’economia persiana, ma senza risultati. Prima ancora c’era stato Mohammad Khatami tra il 1997 e il 2005 a far sperare in un cambio di marcia, anche in quel caso senza fatti concreti. L’economia arranca, con un’inflazione sopra il 30%, un tasso di occupazione di appena il 40% e un cambio letteralmente al collasso. Se ufficialmente un dollaro vale ancora sui 42.000 rial (solo 47 fino alla Rivoluzione del ’79), al mercato nero servono 593.000 rial. E nei mesi passati la valuta emergente era ancora più debole.

Giovani in Iran attendono risposte

Il petrolio resta la principale industria nazionale, pur esposta alle fluttuazioni della materia prima sui mercati e alle vicissitudini geopolitiche del’Iran.

Sono, soprattutto, i giovani a pretendere risposte. Pensate che quasi i due terzi della popolazione ha meno di 30 anni. E furono sempre i giovani a inveire contro il regime con la famosa “onda” nel 2009, repressa nel sangue dall’allora presidente Mahmud Ahmadinejad, che a queste elezioni non ha superato il primo turno. Chi spera in una sterzata ad U in politica estera di Teheran resterà quasi certamente deluso. Né le riforme saranno così incisive da risultare eventualmente percettibili. L’Iran è e resta una Repubblica Islamica anche dal punto di vista economico gravitante attorno al connubio tra clero e militari. Una vera liberalizzazione appare impossibile, dato che passerebbe per il via libera dell’ayatollah, vale a dire la figura apicale dell’establishment persiano. Lo status quo avrà la meglio, salvo inedite sorprese.

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