Cancellare la legge Fornero non è lesa maestà, purché non si torni al passato

Cancellare la legge Fornero non significa fare saltare i conti della previdenza italiana. Anzi, se avviene in maniera responsabile, farebbe risparmiare lo stato ancora di più.

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Cancellare la legge Fornero non significa fare saltare i conti della previdenza italiana. Anzi, se avviene in maniera responsabile, farebbe risparmiare lo stato ancora di più.

Centro-destra compatto sul programma elettorale e alla fine il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, riesce a portare a casa il più grande dei risultati sul piano mediatico: imporre agli alleati la promessa elettorale di cancellare la legge Fornero nel caso di vittoria il 4 marzo. I sondaggi continuano a mostrarsi benevoli verso la coalizione, data a circa il 37% dei consensi, quanto raccolse nel 2008 il solo PDL, ma erano altri tempi. Il Movimento 5 Stelle sarebbe distanziato così di una decina di punti, mentre il PD si attesterebbe tra un minimo del 21% e un massimo del 26%. A sinistra, Liberi e Uguali avanzerebbe intorno all’8%. Insomma, le probabilità di vittoria “piena”, ovvero conquistando la maggioranza assoluta dei seggi, per il centro-destra esistono e si fanno più elevate di settimana in settimana, man mano che Matteo Renzi si mostra incapace di risalire la china.

Tornando alla proposta-bomba scaturita dal vertice a tre di Arcore del fine settimana tra Silvio Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni, già è un diluvio di cifre. Il Corriere della Sera ha riportato i dati della Ragioneria dello stato, secondo cui la cancellazione della legge Fornero comporterebbe un aggravio sui conti pubblici di 360 miliardi entro il 2060, di cui 17 miliardi subito e 23,8 miliardi di euro tra due anni. In pratica, se il colpo di spugna non fosse coperto, il deficit pubblico salirebbe dell’1-1,2% all’anno, le tensioni con la UE monterebbero e i mercati finanziari ci manderebbero a quel paese, come e forse più del 2011. Ma è davvero così? (Leggi anche: Pensioni in Italia: quanto costano? Ecco la verità)

I sacrifici imposti dalla legge Fornero

Sì e no. Cancellare la legge Fornero può significare tutto e il suo contrario.

La riforma di fine 2011 ha introdotto un innalzamento progressivo dell’età pensionabile a 66 anni e 7 mesi per uomini e donne nel 2019, che per il combinato con un’altra riforma del 2010 sull’adeguamento alla longevità media rilevata dall’Istat, salirà a 67 anni. Inaspriti anche i criteri per andare in pensione prima dell’età ufficiale con la cosiddetta anticipata, che ha sostituito la pensione di anzianità. Tuttavia, se è vero che la riforma ha generato risparmi per i conti pubblici, indubbio è anche il fatto che abbia creato dicotomie tra i lavoratori e che allo stesso tempo si sia rivelata una legge abbastanza confusa e inefficiente.

Un esempio? Nonostante l’inasprimento dei requisiti anagrafici, ancora oggi mediamente gli italiani andrebbero in pensione a 62 anni, 2 in meno della media europea. Dunque, a fronte di grossi sacrifici imposti alla generalità della platea dei lavoratori, in molti casi costretti a restare senza lavoro e senza pensione, trovandosi in un mercato del lavoro in crisi e ancora non ripresosi dalla recessione degli anni passati, molti di loro riuscirebbero comunque a percepire l’assegno intorno ai 60 anni o meno, con la conseguenza di creare figli e figliastri, magari a seguito di provvedimenti alluvionali dei vari governi succedutisi nel tempo (si vedano le numerose salvaguardie). (Leggi anche: Pensioni, età e costi: e se ognuno uscisse dal lavoro quando vuole?)

Cancellare la legge Fornero è possibile a costo zero

E allora, si potrebbe cancellare la legge Fornero, addirittura, risparmiando ancora di più e generando un sistema previdenziale meno confuso e più equo. Come? Flessibilizzando l’uscita dal lavoro, imponendo un’età minima superiore ai 62 anni della media pensionabile effettiva odierna. Ad esempio, al vertice di Arcore si sarebbe parlato di introdurre la cosiddetta quota 100, ovvero si andrebbe in pensione con un numero di anni di contributi e un’età anagrafica, che sommati farebbero 100 (65+35, 64+36, 63+37, etc.). E così, lo stato risparmierebbe anche più di oggi, ma ai lavoratori verrebbe proposto un sistema più semplice ed equo. Chiaramente, verrebbero parimenti cancellati tutti quei provvedimenti tesi ad aggirare la Fornero, come Ape social e le salvaguardie.

L’ultima esclusione dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019 per 15 categorie ci costerà, ad esempio, 7 miliardi in 3 anni.

La cancellazione della legge Fornero sarebbe di quelle misure in grado di portare voti, sempre che la sua proposta venga recepita quale credibile. Certo, aggiungerci pure il carico da 90 delle pensioni minime a 1.000 euro al mese appare eccessivo, insostenibile, iniquo e rischioso per la sopravvivenza della nostra previdenza pubblica. I costi delle pensioni, a parità di percettori, vanno abbassati nel tempo, allungando progressivamente l’età pensionabile effettiva e legando il più possibile gli assegni ai contributi versati, pur salvaguardando livelli minimi di sussistenza, ma tali da non disincentivare i lavoratori a pagare i contributi per la vecchiaia. Piaccia o meno, la legge Fornero è stata la ragione principale dell’esplosione del malcontento negli ultimi anni e del dilagare del “populismo”. Porvi fine in maniera responsabile potrebbe finire per innescare un nuovo ciclo politico di riappacificazione (lenta) tra popolo ed eletti. (Leggi anche: Pensioni minime a 1.000 euro)

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