Pensioni minime e reddito a 1.000 euro, flat tax: 3 proposte economiche di Berlusconi

Dalle pensioni minime a 1.000 euro al mese alla flat tax, passando per il reddito minimo garantito. Ecco il perno delle proposte elettorali di Silvio Berlusconi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Dalle pensioni minime a 1.000 euro al mese alla flat tax, passando per il reddito minimo garantito. Ecco il perno delle proposte elettorali di Silvio Berlusconi.

Silvio Berlusconi è in campagna elettorale, in attesa che il capo dello stato sciolga il Parlamento e comunichi la data del voto, che verosimilmente dovrebbe essere il 4 marzo prossimo. Intento a riportare la sua Forza Italia almeno al 20% (punta al 30%, ha spiegato di recente), l’ex premier ha appena esposto alcune ricette economiche chiave del suo programma a Radio 101. Vediamole meglio e cerchiamo di capire se potrebbero avere successo e se siano realistiche.

Pensioni minime a 1.000 euro

Da tempo, Berlusconi batte sulle pensioni minime a 1.000 euro, una proposta che fa gola a milioni di pensionati, se è vero che oltre un terzo di chi percepisce l’assegno (5,8 milioni di persone) non arriva a quella soglia. Sarebbe un modo per assicurare una vecchiaia dignitosa a tutti, spiega. Ma quale impatto avrebbe una simile misura sul sistema della previdenza? I conti Inps andrebbero ulteriormente in rosso, va da sé, considerando che bisognerebbe innalzare l’importo complessivo del reddito da pensione a 1.000 euro mensili. Ma il vero problema sarebbe forse più a lungo termine: chi mai verserebbe i contributi all’ente, sapendo che prenderebbe, comunque vada, una pensione dignitosa? (Leggi anche: Pensione minima 1000 euro casalinghe)

Sappiamo, ad esempio, che i giovani di oggi, quelli nati dagli anni Ottanta in poi, sia per effetto del progressivo passaggio al sistema contributivo, sia per la discontinuità delle loro carriere lavorative, sia anche per le retribuzioni mediamente basse e percepite a partire da tarda età, tenderanno a incassare per la vecchiaia una pensione medio-bassa, che si stima possa aggirarsi poco sopra gli attuali livelli di quella sociale. Se, tuttavia, l’importo di questa crescesse, già sin da oggi un lavoratore giovane confiderebbe nella bontà dello stato per ottenere una pensione più elevata di quanto sarebbe con il solo versamento dei contributi. Verrebbero disincentivate la ricerca di lavoro nei casi di disoccupazione e l’occupazione femminile, mentre aumenterebbe l’appetibilità del lavoro nero, che a fronte di minori tasse pagate, non farebbe venir meno il diritto a un assegno previdenziale sostanzioso. La proposta, pertanto, per quanto popolare, verrebbe da dire che sarebbe da scartare per ragioni di opportunità.

Flat tax al 25%

E passiamo alla flat tax: aliquota un’unica al 25% su tutti i redditi. In una prima versione, lo stesso Berlusconi aveva parlato del 20%, successivamente ha innalzato l’imposta per renderla più compatibile con lo stato attuale dei conti pubblici. I detrattori sostengono che sarebbe un regalo ai redditi alti, i quali sconterebbero la stessa aliquota di quelli bassi. In più, nel nostro caso, la Costituzione all’art.53 vieterebbe un’imposizione proporzionale e non progressiva. Quest’ultimo ostacolo sarebbe facilmente aggirato dal gioco delle detrazioni fiscali, ovvero l’istituzione di una “no tax area” di 12.000 euro all’anno, che avrebbe il senso di alleggerire di gran lunga il peso del fisco sui redditi medio-bassi. (Leggi anche: Flat tax di Salvini al 15%)

La flat tax è stata adottata in numerose economie post-sovietiche, così come dall’Australia, negli ultimi 20 anni. Ovunque, ha generato un aumento del gettito fiscale e avrebbe contribuito all’accelerazione dei tassi di crescita del pil, disincentivando l’evasione, attirando capitali stranieri e spingendo i contribuenti più benestanti a partecipare maggiormente al finanziamento della spesa pubblica. Tuttavia, si suole ragionare spesso che essa funzionerebbe con aliquote basse, ovvero intorno o inferiori al 20%. Il 25% suggerito da Berlusconi dovrebbe essere considerato un livello elevato, anche se si deve tenere conto che le nostre aliquote Irpef attuali si porrebbero già al di sopra di tale percentuale dai 28.000 euro di reddito annuo in su.

Altro aspetto: come finanziare l’immediato ammanco di gettito? L’ex premier non ha fornito ancora dettagli sul punto. Una delle strade percorribili sarebbe una sforbiciata al variegato mondo delle detrazioni fiscali, che provocherebbe ogni anno un minore gettito per il fisco di 165 miliardi, praticamente lo stesso di tutte le entrate Irpef. Di recente, l’amministrazione Trump negli USA ha così finanziato parzialmente il maxi-taglio delle tasse.

Imposta negativa sotto 1.000 euro al mese

E, infine, l’imposta negativa. Di che si tratta? Secondo il leader di Forza Italia, nessun contribuente dovrebbe pagare le tasse fino a 1.000 euro al mese di reddito (la suddetta “no tax area”). Sin qui, nulla di nuovo. Ma egli ha aggiunto che, lo stato verserebbe la parte mancante per arrivare a quei 1.000 euro. Un reddito “di dignità”, che sarebbe qualcosa di simile all’imposta negativa teorizzata dall’economista monetarista Milton Friedman, secondo cui lo stato dovrebbe fissare un livello di reddito, al di sotto del quale verserebbe al contribuente l’importo corrispondente all’aliquota gravante sulla differenza tra il reddito percepito e il reddito minimo prefissato. Esempio: fissando a 1.000 euro al mese il reddito minimo e l’aliquota al 25%, se un contribuente dovesse percepire un reddito mensile di 600 euro, gli sarebbe versato dal fisco il 25% sui 400 euro che gli mancano per arrivare ai 1.000 euro, ovvero 100 euro al mese, 1.200 euro all’anno.

Tuttavia, pare di capire che Berlusconi intenda versargli non già l’aliquota sul gap di reddito, bensì l’intero reddito mancante, ossia 400 euro, nell’esempio sopra citato. A parte un problema di risorse, se ne pone uno di opportunità: una simile proposta avrebbe il senso di istituire un reddito minimo garantito a tutti gli italiani, con ripercussioni negative sull’occupazione, specie tra i lavoratori meno qualificati, che sono coloro che percepiscono solitamente redditi più bassi e che avrebbero così minori incentivi a restare occupati, esponendo molte imprese a un aggravio di costi del lavoro insostenibile, dovendo uscire verosimilmente dal mercato. Diverso sarebbe l’effetto di un’imposta negativa alla Friedman, che nei fatti distribuirebbe reddito in favore delle fasce più povere, attenuando i rischi temuti su una presunta regressività dell’imposta. (Leggi anche: Reddito minimo garantito, ecco la proposta M5S)

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Pensioni, Politica italiana

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