Pensioni in Italia: quanto costano? Ecco tutta la verità

I conti Inps sono sballati sulle pensioni? La realtà sembra un po' diversa da come la si racconta, anche se esistono diverse ragioni per stare in allerta.

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I conti Inps sono sballati sulle pensioni? La realtà sembra un po' diversa da come la si racconta, anche se esistono diverse ragioni per stare in allerta.

E’ scontro in Italia sulle pensioni. A dividere governo e parte dei sindacati è l’innalzamento automatico dell’età pensionabile di 5 mesi a 67 anni dal 2019, sulla base della maggiore longevità media rilevata dall’Istat per gli italiani. Si leva la protesta di partiti e organizzazioni sindacali contro quello che viene percepito come un eccessivo irrigidimento dei requisiti anagrafici, considerando che ancora oggi la pur austera Germania continui a mandare in pensione i suoi lavoratori a 65 anni e 7 mesi, in alternativa a 63 anni con una penalizzazione sull’assegno (senza penalizzazione, se con almeno 45 anni di contributi versati).

La realtà appare, però, abbastanza diversa da quella che una lettura superficiale dei numeri ufficiali farebbe

credere. Infatti, attraverso le varie scorciatoie previste dalle norme previdenziali, l’Inps ha rilevato come gli italiani siano andati mediamente in pensione nel 2016 a 62 anni, 2 in meno della media europea. (Leggi anche: Pensioni, età e costi: e se ognuno uscisse da lavoro quando vuole?)

Nel 2015, la spesa per le pensioni ammontava a quasi 218 miliardi, a fronte di contributi versati da lavoratori, imprese e Pubblica Amministrazione (per i dipendenti pubblici) di 191,3 miliardi. In pratica, ogni anno l’Inps incassa tendenzialmente sui 25-26 miliardi in meno di quanti ne spende per le sole pensioni. Tale differenza viene coperta dallo stato, che attinge allo scopo dalla fiscalità generale.

In realtà, quando si parla di previdenza, i costi sarebbero ben più elevati, se si considerano anche altre voci come la malattia, la cassa integrazione, le indennità di disoccupazione, incentivi all’occupazione, maternità, etc. Tuttavia, parlando di pensioni in senso stretto, il dato a cui fare riferimento sarebbe quello dei 218 miliardi di due anni fa. E, però, quello è un dato al lordo delle imposte versate dai pensionati e che al netto scenderebbe a 168,5 miliardi. Anche volendo scomputare la somma versata dalla PA per i contributi dovuti in favore dei dipendenti pubblici, l’Inps incasserebbe 172,2 miliardi, cioè 3,7 miliardi in più. In definitiva, lo stato italiano spenderebbe 25-26 miliardi ogni anno per coprire il “buco” che altrimenti l’Inps registrerebbe per via delle minori entrate, ma allo stesso tempo dalle pensioni percepirebbe quasi 50 miliardi in forma di tassazione.

Pertanto, al netto incasserebbe circa l’1,5% del pil, ovvero sui 25-26 miliardi. E se anche tenessimo in considerazione i contributi versati dalla PA, il saldo netto per lo stato resterebbe positivo per 4-5 miliardi all’anno, in quanto incasserebbe dalle pensioni oltre 49 miliardi di gettito fiscale, spendendo circa 44,5 miliardi in tutto.

Conti Inps in equilibrio, ma spese altissime

E allora sembra che i conti Inps siano piuttosto in equilibrio, analizzandoli insieme a quelli dello stato. Tuttavia, ragioni per essere preoccupati ve ne sarebbero. In primis, tali conti si reggono su una contribuzione nettamente più elevata della media OCSE. Da noi, su uno stipendio lordo si versa il 32,7% contro il 21%, percentuale che scende al 19,5% in Germania. La speranza di vita risulta, poi, in Italia mediamente di 2 anni più alta della media OCSE e al 2050 sarà cresciuta di ben 22 anni in appena un secolo. A fronte di ciò, il tasso di occupazione da noi si attesta appena al 58% contro la media europea del 66%, segnalando che a versare contributi siano meno lavoratori che altrove, pur dovendo sostenere una spesa pensionistica quasi doppia della media OCSE, alimentata anche da un tasso di sostituzione lordo (rapporto tra pensione e ultimo salario percepito) del 67,9% contro il 59%.

In conclusione, i conti delle pensioni in Italia non sarebbero affatto squilibrati, nel senso che mettendo insieme quelli di Inps e stato, gli esborsi verrebbero più che coperti. Il problema è che questi risultano altissimi, obbligando lavoratori e imprese a versare una percentuale spropositata di contributi. Servirebbe alzare l’età pensionabile, ma partendo da quella effettiva, non agendo sempre e comunque sul requisito anagrafico, che in sé non assicura nemmeno un risparmio per le casse Inps, se nel frattempo viene consentito al lavoratore di trovare alternative per uscire prima dal lavoro, ricorrendo alla pensione anticipata. E per quanto sia impopolare dirlo, sarebbe opportuno accelerare sul taglio degli assegni, mantenendo i livelli minimi, così come bisognerebbe mettersi in testa, una volta per tutte, che senza un aumento considerevole del numero degli occupati, non c’è riforma che tenga.

(Leggi anche: Sistema pensionistico in Italia fallito, cosa ci insegna il modello cileno)

 

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