Camerieri e lavapiatti cercasi, ma a mancare in Italia è il senso del mercato

Mancano camerieri e lavapiatti in Riviera romagnola, albergatori e ristoratori lanciano l'allarme. Ma quali sono le vere cause di questo fenomeno paradossale?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Mancano camerieri e lavapiatti in Riviera romagnola, albergatori e ristoratori lanciano l'allarme. Ma quali sono le vere cause di questo fenomeno paradossale?

La presidente di Federalberghi, Patrizia Rinaldis, ha lanciato l’allarme nei giorni scorsi: in Riviera romagnola, a stagione ben iniziata e nel bel mezzo di un boom di presenze rispetto allo scorso anno (+8% le presenze), manca il personale. Ma come? Eppure, è così. Camerieri, lavapiatti, aiuto-cuochi, commis di sala, addetti alle pulizie, etc. Centinaia i posti vacanti tra Rimini e Ravenna, nonostante i curricula negli alberghi e a bar e ristoranti arrivino. I problemi sorgerebbero nel corso dei colloqui di lavoro. Scarsa la disponibilità dei giovani a lavorare nei fine settimana, così come molti lamentano la breve durata dei contratti, che non consentirebbe loro di godere del sussidio di disoccupazione al termine del rapporto di lavoro. A questo si aggiunge la preparazione non ottimale dei candidati, che non sempre parlano le lingue straniere – e parlare almeno inglese e/o tedesco nel settore turistico è diventato essenziale – così come molti non hanno mai avuto prima un contatto con pentole e padelle, nonostante si candidino per ruoli in cucina.

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Sembra lo spaccato di un’Italia dei paradossi. Gli ultimi dati Istat ci dicono che ancora oggi un giovane su tre risulta in cerca di lavoro e che in giro per lo Stivale vi sarebbero almeno 2,5 milioni di disoccupati, per non parlare della quota di inattivi, ben superiore alla media europea. Di fatto, se avessimo lo stesso tasso di occupazione UE, saremmo in almeno 3 milioni di italiani in più a lavorare. Dunque, cosa succede? Vero è che la Riviera romagnola non ha problemi di occupazione, trattandosi di una delle aree economicamente più vivaci del Paese. Al sud, ad esempio, certo non ci sarebbero problemi a trovare manodopera disponibile. Ma possiamo credere davvero che non sia più possibile in queste province trovare un cameriere o un lavapiatti?

Perché resiste l’Italia dei “bamboccioni”

Torna il dibattito sulla presunta scarsa voglia dei giovani italiani di lavorare. Cercheremo di affrontare il tema senza il tipico pregiudizio interessato di chi lancia appelli in TV per trovare personale, salvo scoprirsi a volte qualche ora dopo che le condizioni offerte sarebbero tutt’altro che quelle imperdibili sbandierate dinnanzi ai cronisti dei TG. Partiamo dalle dichiarazioni di Rinaldis e di alcuni suoi colleghi albergatori. Essi sostengono che il problema principale che si trovano ad affrontare consiste nell’ostentata indisponibilità dei giovani a fare i turni, a rinunciare al sabato sera libero e alle vacanze estive. Non avremmo elementi per sconfessare tali tesi e la sensazione che si ha, almeno guardandoci allo specchio, è che effettivamente avrebbero ragione.

L’Italia resta un’economia opulenta, nonostante la crisi. Non manca certo il necessario sulle tavole delle famiglie, fatta eccezione per una minoranza non da sottovalutare che vive in reali ristrettezze. A ciò aggiungiamo il peculiare spaccato storico-sociale del nostro Paese, dove una mentalità nobiliare che stenta a morire pur a oltre 70 anni dalla nascita della Repubblica, tende ad associare il lavoro manuale a una condizione imbarazzante e umiliante dalla quale rifuggire il più possibile. Criticabile o meno che sia, tant’è. E, però, decine di migliaia di connazionali di ogni età espatriano ogni anno a Londra o presso altre capitali, partendo proprio dal fare i camerieri e i lavapiatti. Qualcosa stona in questo quadro: che certi lavori “umilianti” sarebbe meglio farli lontano da casa, ossia dagli sguardi di amici, parenti e conoscenti o le condizioni offerte all’estero risultano migliori?

Fuga degli italiani all’estero, non di bamboccioni

Genitori permissivi, accomodanti e contenti di allevare “bamboccioni” sono certamente una concausa forte dei paradossi all’italiana sul mercato del lavoro. Tuttavia, quando si analizza un fenomeno, bisogna farlo con riferimento alle dinamiche sia della domanda che dell’offerta. Siamo sicuri che tutti i torti stiano dalla parte dei giovani “viziati”? La legge fondamentale di ogni mercato funziona così: quando una risorsa è scarsa, il suo prezzo sale. Nel caso specifico, il prezzo si definisce salario. Non sappiamo quali siano i livelli retributivi mediamente offerti da albergatori e ristoratori romagnoli, ma che in Italia vi sia la tendenza a pretendere preparazione ai massimi livelli, in cambio di stipendi da bassa manovalanza è qualcosa di assodato. Frutto di due cause tra loro correlate: l’elevato cuneo fiscale, che grava sulle tasche degli imprenditori e lascia poco ai dipendenti; l’elevato tasso di disoccupazione, che spinge salari e stipendi al ribasso e crea “benchmark” inadeguati per alcuni settori, dove la domanda di braccia supera a volte, magari stagionalmente, la disponibilità ad entrare nel mercato del lavoro.

Giovani viziati e imprenditori ottusi?

Chissà quanti di questi ragazzi, che stando ai racconti degli imprenditori sarebbero poco vogliosi di lavorare, rinuncerebbero a passare il sabato sera davanti a un cocktail o in discoteca o rinvierebbero a dopo l’estate le vacanze, se fosse loro offerta una paga oraria più consistente! E chissà quanti sarebbero allettati anche da prospettive di carriera, che mancano nel caso di un lavoro stagionale, dove il rapporto tra impresa e dipendente si azzera alla scadenza! Perché magari a fare il cameriere o il lavapiatti molti ventenni ci starebbero pure, se fosse, però, l’inizio di un percorso e non un’esperienza fine a sé stessa. Come dicevamo, di lavorare per soldi molti giovani italiani non hanno bisogno, grazie o a causa di famiglie ben disposte a pagare loro ogni tipo di necessità. E questo è un male nel momento in cui disincentiva alla ricerca di un lavoro e a “sporcare” il curriculum anche con lavoretti finalizzati a guadagnarsi il necessario con il sacrificio e non per bontà di una paghetta.

Detto questo, gli imprenditori italiani siano consapevoli di operare in un Paese che non è più l’Italia degli anni Settanta, ma un’economia dalla ricchezza diffusa e in cui le aspettative individuali sono costantemente alte, anche quando non suffragate dalla realtà. Accade lo stesso all’estero, sennò perché mai a servire ai tavoli a Londra dovrebbero andarci italiani, rumeni, polacchi, etc.? Certo, lì un giovane possiede alternative che non siano l’ozio, ma la scuola italiana forse in tutto ciò qualche colpa ce l’ha, se sforna ogni anno centinaia di migliaia di studenti diplomati con in tasca il sogno di diventare tutti ingegneri, dottori, avvocati, professori, commercialisti, farmacisti e architetti. Sarebbe il caso che iniziassimo a raccontare ai giovani la verità, ma che anche gli imprenditori prendessero atto che certi lavori andrebbero meglio retribuiti e le condizioni offerte dovrebbero divenire più accomodanti. Perché il mercato è regolato dall’incontro tra domanda e offerta e non già dall’una che aderisce passivamente alle richieste dell’altra, anche se ciò comportasse una riduzione dei margini di profitto. Non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca e lamentarsi a mezzo stampa non è la soluzione, semmai segno di debolezza.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia