Per combattere la disoccupazione giovanile di massa terapia shock urgente

Taglio del cuneo fiscale strutturale? Il governo ci pensa e, in effetti, serve una terapia shock per spronare l'occupazione giovanile, altrimenti si rischia un conflitto tra generazioni allarmante.

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Taglio del cuneo fiscale strutturale? Il governo ci pensa e, in effetti, serve una terapia shock per spronare l'occupazione giovanile, altrimenti si rischia un conflitto tra generazioni allarmante.

Le ultime cifre dell’OCSE e della UE sul mercato del lavoro italiano ci confermano quanto già conosciamo sulla nostra stessa pelle, ovvero che la nostra economia offre scarsissime opportunità occupazionali ai nostri giovani. Un solo dato dovrebbe bastare per capire quanto alto sia l’allarme sociale: gli occupati nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni sono appena il 17% in Italia contro il 41% della media OCSE. Le cifre sulla disoccupazione giovanile risultano altrettanto sconvolgenti, anche perché figuriamo in fondo alle classifiche tra tutte le 35 economie avanzate del pianeta, in linea con Grecia, Turchia e Messico sul piano dei numeri relativi ai giovani e alle donne.

I tassi di occupazione restano più bassi degli altri paesi per ogni fascia di età, ma il divario decresce con l’aumentare dell’età dei lavoratori. In pratica, più si è giovani in Italia, maggiore è la distanza che ci separa con il resto del mondo ricco per opportunità lavorative. (Leggi anche: Dramma lavoro in Italia, le cifre tradiscono la Costituzione)

Governo pensa a taglio cuneo fiscale strutturale

Non è più tempo di dibattiti sociologici sul disagio giovanile, serve agire, se non vogliamo che l’Italia diventi definitivamente un paese di pensionati, abbandonato al suo destino da milioni di giovani, come agli inizi del Novecento o nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. E per di più, oggi a volere lasciare la nostra terra sarebbero i più colti, quelli che muniti di una laurea, sono consapevoli di non potere ambire a una carriera dignitosa in patria, ricercando fortuna all’estero. L’Italia sforna talenti, insomma, che verranno goduti dalle imprese straniere; non chiediamoci perché la competitività da noi non decolli e perché la crescita rimanga un miraggio.

Serve una terapia d’urto, uno shock fiscale e normativo, che incentivino le imprese ad assumere lavoratori giovani, se non vogliamo assistere a una dicotomia crescente tra vecchie e nuove generazioni, capace di fare esplodere le tensioni sociali a livelli potenzialmente non controllabili. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha dichiarato nelle scorse ore che sarebbe allo studio un pacchetto di misure per tagliare in maniera strutturale il cuneo fiscale. (Leggi anche: Dramma lavoro in Italia, disoccupati veri sono il doppio)

Come funzionerebbero le misure allo studio di Poletti

Negli anni passati, abbiamo notato come la riduzione dei contributi previdenziali a carico delle imprese abbia funzionato nello stimolare l’occupazione. Con il Jobs Act, ad esempio, grazie alla totale decontribuzione offerta per i primi tre anni per le nuove assunzioni a tempo indeterminato nel 2015 e al taglio parziale dei contributi nel 2016, l’occupazione è di poco ripartita, pur senza una creazione solida di posti di lavoro, vuoi perché le misure sono state temporanee, vuoi anche perché la crescita economica è rimasta inchiodata allo zero virgola.

Paradossalmente, però, la creazione di nuovi posti di lavoro ha beneficiato quasi totalmente gli over 50. Serve, quindi, riproporre le stesse misure sul piano contributivo, ma in termini strutturali. Per questo, Poletti ipotizza un dimezzamento dei contributi a carico del datore di lavoro dal 23,81% attuale per i primi 2-3 anni dalla data di assunzione. Successivamente, l’imprenditore non si vedrebbe aumentare i contributi complessivi in busta paga al 32,7% totale ordinario, bensì al 29-30%, ovvero usufruirebbe per sempre di uno sconto.

L’intento del governo sarebbe di ridurre gradualmente e per sempre l’elevato carico contributivo a carico delle imprese, uno dei principali fattori di disincentivo per le assunzioni. In teoria, queste misure servirebbero ad agevolare le assunzioni proprio dei più giovani, grazie al fatto che l’impresa avrebbe certezza di pagare per sempre minori contributi sui nuovi lavoratori in organico. Non è detto, chiaramente, che l’imprenditore non preferisca lo stesso avvalersi del taglio del cuneo fiscale per assumere lavoratori più anziani, ma negli anni qualcosa dovrebbe smuoversi in favore di tutte le fasce di età.

(Leggi anche: Tasse sul lavoro troppo alte pesano per 90 miliardi)

Non solo meno tasse, serve crescere

Nessuno vuole affermare che sarebbe meglio assumere un giovane, anziché un over-40 o 50. Non è pensabile, né auspicabile, una lotta tra generazioni per accaparrarsi un posto di lavoro. Serve creare più occupazione per tutti, ma serve anche capire che chi non inizia ad affacciarsi sul mercato del lavoro a un’età ragionevole, avrà sempre minori chances di affrontare con successo un colloquio, presentando un curriculum bianco. E un giovane che non lavora, non può nemmeno pensare di crearsi una famiglia, ritardando di molti anni progetti importanti, come l’acquisto di un immobile, il matrimonio o la convivenza e la nascita di un figlio, innescando un meccanismo perverso sul piano demografico, peraltro già in corso, con conseguenze drammatiche per la stessa economia.

Basterebbe, poi, parlare con un qualsiasi manager di una medio-grande impresa per capire che “gli anni d’oro” da un punto di vista professionale siano quelli che vanno dai 20 fino ai 30-35 anni, quando la mente è fresca, flessibile e si mostra una spugna per capacità e velocità di apprendimento. Sprecare questa fase della propria vita in cerca di un posto che non arriverà mai o a fare lavoretti insignificanti e poco qualificanti, pur di portare qualcosa a casa, significa probabilmente avere intaccato per sempre le probabilità di trovare sbocchi interessanti anche per i decenni futuri.

Non è possibile creare lavoro solamente puntando a tagliare il cuneo fiscale. Ce lo insegna lo stesso Jobs Act. Serve una ripresa robusta dell’economia, altrimenti la torta resta sempre la stessa e si tratterebbe solo di suddividerla in fette più piccole tra un numero maggiore di invitati. Certo è, però, che lo shock è quanto mai necessario, che serve lanciare un segnale esplosivo, con il quale il governo segnalerebbe la volontà di prendere di petto la situazione, guardando non l’oggi e nemmeno il domani, né frustrandosi nel caso di magri risultati d’impatto, perché stiamo discutendo dei prossimi decenni.

Infine, a quanti prevedessero sfaceli per i conti dell’Inps, bisognerebbe rimandarli all’incipit dell’articolo, ricordando loro che abbattere tasse e contributi e stimolare la creazione di nuova occupazione non solo non danneggia il bilancio previdenziale, ma lo migliora. Se dovessimo tendere alla media OCSE, solo nella fascia 15-24 assisteremmo a più che un raddoppio del numero degli occupati, ovvero i minori contributi verrebbero più che compensati dall’espansione della base imponibile, cioè dei maggiori stipendi erogati. Sperando che il taglio dei contributi non venga finanziato con l’aumento dell’IVA, una delle ipotesi circolate nei mesi passati, una misura demenziale, che renderebbe ancora più piccola quella torta con la quale banchettare. (Leggi anche: Aumentare l’IVA per tagliare le tasse sul lavoro, ricetta Padoan)

 

 

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