Fuga degli italiani all’estero, non di bamboccioni: con la crisi persi 2 milioni di connazionali

Cinque milioni di italiani all'estero e il 40% è partito dopo il 2006. La crisi economica sta provocando un'emorragia di cervelli. La pagheremo nel medio-lungo termine.

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Cinque milioni di italiani all'estero e il 40% è partito dopo il 2006. La crisi economica sta provocando un'emorragia di cervelli. La pagheremo nel medio-lungo termine.

Sono quasi 5 milioni gli italiani residenti all’estero nel 2016, l’8,2% dei 60,5 milioni di quelli residenti nello Stivale. Sono questi i dati dell’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), secondo cui vivevano lo scorso anno al di fuori dei confini nazionali 4.973.942 persone. E per il Rapporto Italiani nel Mondo 2017 Migrantes, 124.076 sono andati via nel 2016, il 15,4% in più dell’anno precedente. Di questi, quasi il 40% ha un’età compresa tra 18 e 34 anni (+23,3%) e il 9,7% è tra i 50 e 64 anni (cosiddetti “disoccupati senza speranza”). E sempre il Rapporto Migrantes ci fa capire quanto il fenomeno degli espatriati abbia colpito il nostro paese nell’ultimo decennio, a seguito della grave crisi economica. Se nel 2006 erano poco più di 3 milioni gli italiani che vivevano all’estero, significa che in 10 anni abbiamo perso quasi altri 2 milioni di connazionali.

Quanto alle principali destinazioni, le comunità più numerose si trovano in Argentina (804.000), Germania (724.000) e Svizzera (606.000). Tuttavia, nonostante la Brexit, il Regno Unito è stata la meta a registrare il maggiore aumento per gli italiani con +27.602 ingressi rispetto all’anno precedente. E non si parte più da soli, bensì portandosi dietro la famiglia, con il 20% a includere minori, di cui il 12,9% di età inferiore ai 10 anni. Anche gli over-65 espatriano nel 5,2% dei casi, in qualità di accompagnatori e sostenitori. (Leggi anche: Pensionati italiani all’estero, dove vanno e quanto percepiscono)

Non solo meridionali, i primi a partire stanno nel ricco nord

Altro dato di estremo interesse riguarda le regioni di provenienza dei flussi. Se è vero che oltre la metà dei 5 milioni di residenti all’estero derivino dal Sud Italia, la Lombardia si è confermata nel 2016 la prima regione per partenze con quasi 23.000 espatriati, seguita da Veneto (11.601), Sicilia (11.501), Lazio (11.114) e Piemonte (9.022).

Unico saldo negativo si è riscontrato per il Friuli-Venezia-Giulia (-700).

Queste cifre ci spiegano che oltre un quarto degli italiani in fuga all’estero proviene dal lombardo-veneto, l’area più ricca del nostro paese. Le tre regioni più popolose del nord hanno contribuito complessivamente per il 35% delle partenze totali, segno che il fenomeno dei cosiddetti “expats” non riguarderebbe più solo le regioni meridionali e che i giovani, in particolare, sarebbero alla ricerca di un’occupazione più confacente alle proprie attitudini e ai percorsi di studio seguiti. In altre parole, saremmo in presenza di una vera “fuga dei cervelli” molto preoccupante per le conseguenze sul nostro tessuto socio-economico. Se non è sempre vero che se ne vadano via i migliori (ricordate la triste battuta del ministro Giuliano Poletti?), è pur indubbio che grossa parte degli espatriati sia in possesso di qualifiche e competenze di alto livello e che tutto ciò farà male, molto male all’economia italiana nel medio-lungo termine. E avere perso 2 milioni di italiani in 10 anni dovrebbe scioccarci. In pratica, circa il 40% dei residenti all’estero è andato via solamente dopo il 2006. Non lasceranno più lo Stivale con la valigia di cartone di un tempo, ma con un bagaglio carico di talento, di cui godranno le imprese straniere concorrenti. (Leggi anche: Fuga di cervelli? Anche nel governo)

 

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